Prigione
Niente fotografie, il sito è sensibile. Come all’epoca del dittatore Mobutu dove tutto era “sito sensibile per la sicurezza nazionale”, alla prigione e soprattutto in città, è meglio non fare fotografie per non incorrere nelle classiche “tracasserie” di soldati, polizia o gente qualunque in cerca di espedienti per raccogliere qualche dollaro dalle situazioni le più disparate. Quindi: niente fotografie!
Oggi domenica, con p. Vilson siamo alla prigione centrale di Kisangani per la messa. Edificio fatiscente in mattoni rossi con due torrioni che danno l’idea di una costruzione crociata medioevale. Un muraglione di cinta alto una dozzina di metri. All’interno, addossato al muraglione, lungo ilati destro e sinistro, le celle comuni per i prigionieri, in tutto trecento in questo periodo. La sola metà delle celle è effettivamente utilizzata, l’altra metà è senza tetto: le lamiere sono state tolte e vendute dall’allora direttore del carcere per far fronte alle spese ospedaliere della sua mortale malattia. All’entrata ci attendono due catechisti che seguono alcune situazioni particolari dei detenuti e animano le celebrazioni. Due volte la settimana le comunità dehoniane di Kisangani portano il pasto per tutti i detenuti. In mancanza di questo sono i parenti degli stessi a dover provvedere. All’entrata colpisce il numero di persone che grida a voce alta… non posso decifrarne il significato ma posso interpretare siano grida di liberazione, di sfogo della rabbia e dell’impotenza. Frequentissimo il caso di detenuti che da anni attendono un processo. Se non c’è il l’olio del denaro il motore della giustizia non gira, neanche a basso regime. L’etàmedia è sui trenta/trentacinque anni. Colpiscono i voltigiovani, qualcuno con lo sguardo assente, qualche altro evidentemente denutrito, qualche altro malato. La celebrazione raggruppa una sessantina di prigionieri. I canti in lingala, il rito in kiswahili, la partecipazione sincera. Il rito cattolico se seguito in maniera stretta non prevede un grande coinvolgimento esteriore dell’assemblea alle preghiere, ma forse ce ne sarebbe davvero bisogno per lasciare spazio all’animo di questi uomini di esprimersi, rischiando magari qualche parola fuori posto, non sarebbe così grave.
Siamo sotto la tettoia centrale, mentre all’intorno la vita del carcere continua, qualcuno spacca della legna, qualche altro cucina, un giovane prepara una lettera da spedire all’esterno…
Al termine mi avvicinano quattro uomini di una cinquantina d’anni, vengono da Isiro, impiegati dell’amministrazione provinciale, sono stati accusati dal loro capo di Kisangani di aver fatto sparire dei soldi pubblici e quindi condotti in prigione da oramai quattro mesi. Anche per loro nessuna notizia ulteriore di processo o di giudizio. Quando vengono a conoscenza che sarò di ritorno a Isiro tra qualche giorno, con parole piene di speranza mi chiedono di salutare le loro famiglie, senza però fornirmi indirizzo o riferimenti. Emozione? Ingenuità? Oppure già soddisfatti di aver potuto parlare con qualcuno di “casa”, per modo di dire, poiché d’Isiro conosco veramente poco. In ogni caso nei loro volti la gioia.
Si dice che il pesce comincia a marcire a partire dalla testa. Loro si dichiarano ovviamente innocenti e non è il caso di entrare nel merito della vicenda. Resta evidente che nella rete della fatiscente giustizia congolese sono i piccoli pesci che vi rimangono intrappolati. Tra le molte evangelizzazioni da fare, anche l’evangelizzazione della giustizia sarebbe urgente. Ad Isiro ho scoperto “Avion sans frontiers”, ma anche “Giustizia senza frontiere” troverebbe un suo spazio di lavoro.
domenica, luglio 20, 2008
Chitarre
Era oramai un anno e mezzo che non mettevo piede a Kisangani e non facevo visita al Saint Laurent.
Iniziato alcuni anni fa da alcuni nostri confratelli, raccoglie ragazzi di strada, qui li chiamano "scegghe" non numerosissimi a Kisangani, per fortuna, ma pur sempre una realtà triste a vedere e da affrontare. Frutto soprattutto dei disordini di ribellioni armate e fughe improvvise, o di una miseria che diventa disperata fino al punto di rigettare il frutto del grembo.Altre volte ancora sono il prodotto di mentalità ancestrali che obbligano a trovare dei colpevoli, responsabili certi, di malattie o disgrazie avvenute nella famiglia. Molto spesso sono vecchi e bambini incolpati d'essere "sorcier", iettatori, portatori di malore o di spiriti di demoni. Ecco che vengono abbandonati a se stessi, allontanati dalla famiglia quando non sono uccisi. Ragazzi di strada ai quali la maison Saint Laurent per i maschi e la maison Bakita per le ragazze tenta essere un interlocutore, certamente efficace a livello logistico come l'abitazione, il cibo, il vestire, ma che stenta a trovare il passo giusto a livello educativo, anche se responsabile e diversi operatori e volontari si fanno in quattro per raggiungere lo scopo. Tra di essi anche una conoscenza italiana, padre Corrado che con i ragazzi ha iniziato un laboratorio di costruzione per chitarre elettriche. Tutto fatto a mano con estrema pazienza e con una perizia che si affina di anno in anno. Corrado è quest'anno direttore dello studentato filosofico per i candidati al sacerdozio e professore nello stesso istituto. Nel laboratorio di chitarre e con i ragazzi vive, spontaneità di relazioni, freschezza di amicizie, coinvolgimento educativo che nell’istituzione cattedratica è più difficile costruire. Le chitarre prodotte vengono vendute, si paga così il materiale e rimane un margine per i giovani artigiani ed il loro saint Lorent. Nello stesso tempo i ragazzi imparano i fondamentali di un mestiere e il gusto di dedicarsi al lavoro. Non male. Forza Gianni, Corrado, Fidel e tutti gli altri del saint Laurent.
Iniziato alcuni anni fa da alcuni nostri confratelli, raccoglie ragazzi di strada, qui li chiamano "scegghe" non numerosissimi a Kisangani, per fortuna, ma pur sempre una realtà triste a vedere e da affrontare. Frutto soprattutto dei disordini di ribellioni armate e fughe improvvise, o di una miseria che diventa disperata fino al punto di rigettare il frutto del grembo.Altre volte ancora sono il prodotto di mentalità ancestrali che obbligano a trovare dei colpevoli, responsabili certi, di malattie o disgrazie avvenute nella famiglia. Molto spesso sono vecchi e bambini incolpati d'essere "sorcier", iettatori, portatori di malore o di spiriti di demoni. Ecco che vengono abbandonati a se stessi, allontanati dalla famiglia quando non sono uccisi. Ragazzi di strada ai quali la maison Saint Laurent per i maschi e la maison Bakita per le ragazze tenta essere un interlocutore, certamente efficace a livello logistico come l'abitazione, il cibo, il vestire, ma che stenta a trovare il passo giusto a livello educativo, anche se responsabile e diversi operatori e volontari si fanno in quattro per raggiungere lo scopo. Tra di essi anche una conoscenza italiana, padre Corrado che con i ragazzi ha iniziato un laboratorio di costruzione per chitarre elettriche. Tutto fatto a mano con estrema pazienza e con una perizia che si affina di anno in anno. Corrado è quest'anno direttore dello studentato filosofico per i candidati al sacerdozio e professore nello stesso istituto. Nel laboratorio di chitarre e con i ragazzi vive, spontaneità di relazioni, freschezza di amicizie, coinvolgimento educativo che nell’istituzione cattedratica è più difficile costruire. Le chitarre prodotte vengono vendute, si paga così il materiale e rimane un margine per i giovani artigiani ed il loro saint Lorent. Nello stesso tempo i ragazzi imparano i fondamentali di un mestiere e il gusto di dedicarsi al lavoro. Non male. Forza Gianni, Corrado, Fidel e tutti gli altri del saint Laurent.
Autosufficienza alimentare
Autosufficienza alimentare
Anche qui in Congo (ad essere precisi occorre scrivere più lungamente “Repubblica Democratica del Congo”), circola notizia della crisi alimentare che imperversa oramai a livello mondiale. Dalla nostra Babonde, per contro, non vediamo le conseguenze nefaste delle speculazioni planetarie o della conversione di colture a scopo alimentare in colture per produrre biocarburanti. Ogni famiglia ha il suo campo con le benedette e provvidenziali foglie e tuberi di manioca, mais, patate dolci (visto che quelle normali - per noi - non crescono bene in questo clima), banane, fagioli e riso. Certo nella capitale Kinshasa, con i suoi quasi sette (qualcuno stima dieci) milioni di abitanti, dove tutto deve essere trasportato dal di fuori su di una rete stradale fatiscente, e dove ogni famiglia deve acquistare ogni giorno il necessario le cose sono nettamente diverse, la crisi è reale. Anche a Kisangani, terza città della repubblica i prezzi sono alti in relazione a quanto si può acquistare in villaggio. Ecco che dei nostri intraprendenti confratelli brasiliani, missionari da queste parti, hanno pensato bene di integrare le razioni alimentari con della buona carne di mucca autoprodotta sul posto. Lavoro non semplice: disboscamento di qualche ettaro di foresta per lasciare posto al pascolo (non si parla ancora di deforestazione), trasporto in aereo di qualche “campione” di mucca (e toro naturalmente) e molta attenzione medica nei primi tempi di adattamento. Oggi il risultato è visibile, al pascolo ed in padella. Nessun pericolo di mucca pazza e "Buon appetito" a tutti.
Anche qui in Congo (ad essere precisi occorre scrivere più lungamente “Repubblica Democratica del Congo”), circola notizia della crisi alimentare che imperversa oramai a livello mondiale. Dalla nostra Babonde, per contro, non vediamo le conseguenze nefaste delle speculazioni planetarie o della conversione di colture a scopo alimentare in colture per produrre biocarburanti. Ogni famiglia ha il suo campo con le benedette e provvidenziali foglie e tuberi di manioca, mais, patate dolci (visto che quelle normali - per noi - non crescono bene in questo clima), banane, fagioli e riso. Certo nella capitale Kinshasa, con i suoi quasi sette (qualcuno stima dieci) milioni di abitanti, dove tutto deve essere trasportato dal di fuori su di una rete stradale fatiscente, e dove ogni famiglia deve acquistare ogni giorno il necessario le cose sono nettamente diverse, la crisi è reale. Anche a Kisangani, terza città della repubblica i prezzi sono alti in relazione a quanto si può acquistare in villaggio. Ecco che dei nostri intraprendenti confratelli brasiliani, missionari da queste parti, hanno pensato bene di integrare le razioni alimentari con della buona carne di mucca autoprodotta sul posto. Lavoro non semplice: disboscamento di qualche ettaro di foresta per lasciare posto al pascolo (non si parla ancora di deforestazione), trasporto in aereo di qualche “campione” di mucca (e toro naturalmente) e molta attenzione medica nei primi tempi di adattamento. Oggi il risultato è visibile, al pascolo ed in padella. Nessun pericolo di mucca pazza e "Buon appetito" a tutti.
Grison
In questa settimana sono esattamente qui, a Kisangani, a S. Gabriel dove tutto è cominciato. La prima parrocchia, la tomba di mons. Grison, tempra di ferro nell’anima e nel fisico, e le tombe di moltissimi giovani nuovi arrivati, falcidiati dalla malaria in un tempo in cui le medicine appropriate erano ancora sconosciute. Una casa per ritiri spirituali e formazione cristiana. Le realtà evolvono, non è più tempo di imparare i rudimenti della vita di Gesù, le preghiere cristiane e ricevere il battesimo, ci vuole qualcosa di più sofisticato, ma nel profondo la sostanza rimane: dare il proprio cuore, la propria intelligenza le proprie forze a Dio incontrandolo nei fratelli, potando le ipocrisie.
Mons. Grison aiuterà.
mercoledì, giugno 25, 2008
Giustizia, Adulterio, Società civile,Coraggio.
25/06/08
Già, giustizia! Ad ogni paese il suo modo di intenderla.
Cosa ne direste del fatto che un giovane sorpreso in “fragrante adulterio” con la terza moglie di uno “chef” tradizionale, è punito, e con lui l’adultera?
La legge statale congolese prevede da uno a tre mesi di reclusione per la colpa dell’adulterio, ma non riconosce ufficialmente la poligamia. Quindi a rigore di termini la terza moglie non è moglie e l’adulterio di fatto non c’è stato. Ma è una logica che non tiene.
Il giovane e la donna, nudi e ben battuti, hanno camminato fino alla prigione, coperti di oltraggi. Lì sono rimasti feriti ed affamati per alcuni giorni prima che i rappresentanti della Società Civile si presentassero per sincerarsi delle condizioni dei due rei, reclamando la necessità di cure e di alimentazione.
Già, la Sociatà Civile. Nome misterioso per indicare una realtà ancora non conosciuta ma che ha già fatto la sua apparizione – non timida – anche a Babonde, ultimo anello di una rete che si sta beneficamente diffondendo su tutto il territorio nazionale. Per intanto a Babonde significa un piccolo nucleo di persone con a cuore la difesa dei diritti delle persone, di fronte alla non conoscenza della legge e all’abuso di potere da parte di numerose realtà, quali i capi tradizionali, la polizia, i militari, gli agenti del governo… Un lungo periodo di transizione (cioè di quasi assenza del governo centrale) e un altrettanto lungo periodo di anarchia negli anni delle differenti ribellioni, hanno fatto sì che coloro che potevano approffittare di una qualche autorità lo hanno fatto, sempre senza vergogna, e talaltra senza misura né scrupoli.
Due giorni dopo l’ispezione alla prigione e l’annuncio di un rapporto da inviare ai superiori, due dei rappresentanti della nostra Società Civile, partono per una nuova misione: indagine in un villaggio ove la polizia ha saccheggiato arbitrariamente polli e maiali di numerosi famiglie dietro il pretesto dell’infrazione al Salongo (il rifiuto di lavorare per un qualche interesse comunitario: manutenzione di strade, scuole, ambulatori sanitari…). Ma il loro viaggio si arresta bruscamente poiché il capo locale, di cui sopra, ed i suoi uomini insieme, li circondano e li minacciano seriamente: ”chi è questa società civile?”, “cosa pretende di essere?”, “con quale diritto interferisce nelle faccende di un capo?” “vedrete cosa vi succederà”… Fortunatamente nel luogo dell’assedio, la rete telefonica è attiva (nel nostro territorio lo è a macchia di leopardo e i nostri sono caduti su una buona macchia) e l’intervento telefonico della massima autorità locale permette ai due di uscirne indenni. I due sono scossi, ma non intimiditi, fedeli alla metodologia della nonviolenza, hanno tenuto testa alla situazione senza farla degenerare… anche di questo faranno rapporto.
Coraggio, già, occorre parlare di coraggio perché in luoghi chiusi come lo sono i villaggi in missione l’autorità dei capi e la forza della tradizione la fanno da padroni, assieme ad una ‘paura ancestrale’ che pone freno e fa da blocco ad ogni novità che tenta di emergere. Ma in un luogo fertile come la foresta tutto quello che getti per terra germoglia rapidamente, con forza. Unica attenzione da avere è seguirne la crescita. Ecco che a distanza di settimane gli uomini della Società Civile sono chiamati a ‘tenere lezione’ ai capi locali radunati in consiglio; ecco che il capo della polizia chiede almeno di essere avvisato prima che sia fatto rapporto ai suoi superiori (forse nelle sue parole prevale più l’intenzione di un accomodamento preventivo da ricercare, più che la manifestazione di aver compreso qualcosa su un nuovo modo d’agire).
Tutto bene?
Nel frattempo il capo in questione ha fatto bruciare la casa della famiglia della donna adultera, e non ha mancato di minacciare la famiglia del segretario della Società Civile.Un direttore di scuola primaria, parlando di tutte queste cose mi chiede: “Ma… forse che il giovane e la donna adultera non dovevano essere puniti?”
Già, giustizia! Ad ogni paese il suo modo di intenderla.
Cosa ne direste del fatto che un giovane sorpreso in “fragrante adulterio” con la terza moglie di uno “chef” tradizionale, è punito, e con lui l’adultera?
La legge statale congolese prevede da uno a tre mesi di reclusione per la colpa dell’adulterio, ma non riconosce ufficialmente la poligamia. Quindi a rigore di termini la terza moglie non è moglie e l’adulterio di fatto non c’è stato. Ma è una logica che non tiene.
Il giovane e la donna, nudi e ben battuti, hanno camminato fino alla prigione, coperti di oltraggi. Lì sono rimasti feriti ed affamati per alcuni giorni prima che i rappresentanti della Società Civile si presentassero per sincerarsi delle condizioni dei due rei, reclamando la necessità di cure e di alimentazione.
Già, la Sociatà Civile. Nome misterioso per indicare una realtà ancora non conosciuta ma che ha già fatto la sua apparizione – non timida – anche a Babonde, ultimo anello di una rete che si sta beneficamente diffondendo su tutto il territorio nazionale. Per intanto a Babonde significa un piccolo nucleo di persone con a cuore la difesa dei diritti delle persone, di fronte alla non conoscenza della legge e all’abuso di potere da parte di numerose realtà, quali i capi tradizionali, la polizia, i militari, gli agenti del governo… Un lungo periodo di transizione (cioè di quasi assenza del governo centrale) e un altrettanto lungo periodo di anarchia negli anni delle differenti ribellioni, hanno fatto sì che coloro che potevano approffittare di una qualche autorità lo hanno fatto, sempre senza vergogna, e talaltra senza misura né scrupoli.
Due giorni dopo l’ispezione alla prigione e l’annuncio di un rapporto da inviare ai superiori, due dei rappresentanti della nostra Società Civile, partono per una nuova misione: indagine in un villaggio ove la polizia ha saccheggiato arbitrariamente polli e maiali di numerosi famiglie dietro il pretesto dell’infrazione al Salongo (il rifiuto di lavorare per un qualche interesse comunitario: manutenzione di strade, scuole, ambulatori sanitari…). Ma il loro viaggio si arresta bruscamente poiché il capo locale, di cui sopra, ed i suoi uomini insieme, li circondano e li minacciano seriamente: ”chi è questa società civile?”, “cosa pretende di essere?”, “con quale diritto interferisce nelle faccende di un capo?” “vedrete cosa vi succederà”… Fortunatamente nel luogo dell’assedio, la rete telefonica è attiva (nel nostro territorio lo è a macchia di leopardo e i nostri sono caduti su una buona macchia) e l’intervento telefonico della massima autorità locale permette ai due di uscirne indenni. I due sono scossi, ma non intimiditi, fedeli alla metodologia della nonviolenza, hanno tenuto testa alla situazione senza farla degenerare… anche di questo faranno rapporto.
Coraggio, già, occorre parlare di coraggio perché in luoghi chiusi come lo sono i villaggi in missione l’autorità dei capi e la forza della tradizione la fanno da padroni, assieme ad una ‘paura ancestrale’ che pone freno e fa da blocco ad ogni novità che tenta di emergere. Ma in un luogo fertile come la foresta tutto quello che getti per terra germoglia rapidamente, con forza. Unica attenzione da avere è seguirne la crescita. Ecco che a distanza di settimane gli uomini della Società Civile sono chiamati a ‘tenere lezione’ ai capi locali radunati in consiglio; ecco che il capo della polizia chiede almeno di essere avvisato prima che sia fatto rapporto ai suoi superiori (forse nelle sue parole prevale più l’intenzione di un accomodamento preventivo da ricercare, più che la manifestazione di aver compreso qualcosa su un nuovo modo d’agire).
Tutto bene?
Nel frattempo il capo in questione ha fatto bruciare la casa della famiglia della donna adultera, e non ha mancato di minacciare la famiglia del segretario della Società Civile.Un direttore di scuola primaria, parlando di tutte queste cose mi chiede: “Ma… forse che il giovane e la donna adultera non dovevano essere puniti?”
Finalmente VEDENTI

Che i ciechi possano vedere è una delle grandi promesse evangeliche. Noi nel nostro piccolo - non essendo formiche e quindi senza ... - non potendo fare miracoli, cerchiamo di dare un aiuto a coloro che hanno problemi un pò meno gravi della cecità. Ecco allora un'iniziativa di solidarietà che a partire dall'Italia, con centro alla Scuola Missionaria di Padova, tenta di dare una risposta, semplice ma importante ed efficace, a tanti nostri fratelli di Babonde e dintorni: occhiali, semplici occhiali per maestri, insenganti, "intellettuali", lettori nelle liturgie, mamme della scuola di alfabetizzazione, catechisti... i cui occhi si sono oramai indeboliti, in un contesto povero di mezzi economici ma anche di specialisti e di materiali. Se voui saperne di più e se vuoi collaborare, visita il sito seguente: www.scuolamissionaria.it Grazie a nome di tanti.
L’adolescenza di Daniya
15.05.2008
La poligamia è per noi un po’ un mistero, nel senso che non entra nei nostri parametri culturali e se si può pensare che l’avidità del “desiderio” è ad ogni istante propensa ad infrangere i limiti, difficile è per noi comprendere come una donna possa ben accogliere la “coabitazione” con altre colleghe. Gli interrogativi non si fermano qui ma è di una giovane donna che vorrei parlare, graziosa, insegnate in una delle nostre scuole per pigmei. Mi aveva stupito, ancora qualche tempo fa, il saperla seconda moglie di un uomo molto più anziano di lei, così giovane che ancora studiava per ottenere il diploma che le avrebbe permesso una migliore qualifica come insegnante. A volte sono i parenti a dare la figlia in moglie, senza che la ragazza abbia molte possibilità di esprimere desideri o preferenze. Altre volte è il futuro marito che scieglie la ragazza e la famiglia di questa non rifiuta, per non entrare in litigio oppure per stringere maggiori legami con la famiglia del genero. Anche la legge civile dello stato congolese non riconosce le poligamia ma questo non significa gran cosa, segno che le tradizioni ancestrali sono ben radicate ed influenti; una buona parte della popolazione grazie soprattutto all’evangelizzazione, abbandona la pratica poligamica, ma essa non è oggetto di “scandalo”, né è raro trovare dei cristiani che fanno “ritorno” alle abitudini di prima. Spesso l’infecondità della moglie o una sua malattia è un motivo fortemente legittimante per aggiungerne una seconda; altre volte è semplicemente l’anzianità della prima. Ancora, una donna può rientrare alla sua famiglia a causa di un lutto e rimanerci per lungo tempo, trattenuta dai parenti, lasciando i figli al padre che nel frattempo “colma il vuoto”. Ma tutte queste sfaccettature non mi sembravano fatte per essere indossate da Daniya, e ne ho avuto la conferma l’altro giorno. Viene per chiedere un anticipo sul salario di insegnante: deve pagare il contributo scolastico trimestrale, non dei suoi figli ma dei ragazzi che suo papà gli ha lasciato quando è morto e che sono a suo carico… capisco che sono i suoi fratelli più piccoli, ma non domando se sono i figli della stessa madre. E’ un anticipo di 5000 franchi congolesi, vale a dire quasi la metà di tutto il salario che si aggira sui 25 dollari (meno di 20 euro). Terminato il capitolo salario indugia un po’ prima di andarsene. Mi chiede allora quanto costa una Bibbia, visto che ne abbiamo diverse copie a disposizione. Dieci dollari è un prezzo improponibile per lei, almeno per i prossimi due mesi, ma può permettersi un Nuovo Testamento per il costo di un solo dollaro. Mi specifica che quando era giovane era del gruppo dei Bilenge ya Mwinda, i “Giovani della Luce”. E’ a questo momento che gli chiedo come ha conciliato questa appartenenza ad un gruppo di giovani formati ed impegnati con l’entrare in una famiglia poligamica. Mi dice che al tempo del matrimonio non è stata costretta, è stata una sua scelta, era ancora molto giovane e non sapeva valutare bene le cose. “Ma non avevi nessuno che ti potesse consigliare?”. “Cosa vuoi - mi dice – quando si è adolescenti non si ascolta nessuno”. I suoi occhi sono un po’ lucidi. Ed aggiunge: “Ma tu cosa mi consiglieresti adesso?”.Altre persone sopraggiungono e la conversazione non puo continuare. E’ vero, le difficoltà dell’adolescenza non sono risparmiate ad alcuna cultura sotto tutte le latitudini. E’ vero, i ragazzi e ragazze di qui sono spesso dei ragazzi/genitori che imparano in fretta a badare a sé stessi, a pagarsi le spese scolari, i vestiti, a procurarsi il cibo e a badare ai fratellini più piccoli. In momenti di tensione con i parenti accade che i ragazzi scappino alla miniera e che le ragazze trovino casa altrove… e chi di noi non è fuggito almeno una volta di casa, non fosse che per fare il giro del quartiere? “Mungu akipenda” forse ci parleremo ancora con Daniya e la storia della sua adolescenza.
La poligamia è per noi un po’ un mistero, nel senso che non entra nei nostri parametri culturali e se si può pensare che l’avidità del “desiderio” è ad ogni istante propensa ad infrangere i limiti, difficile è per noi comprendere come una donna possa ben accogliere la “coabitazione” con altre colleghe. Gli interrogativi non si fermano qui ma è di una giovane donna che vorrei parlare, graziosa, insegnate in una delle nostre scuole per pigmei. Mi aveva stupito, ancora qualche tempo fa, il saperla seconda moglie di un uomo molto più anziano di lei, così giovane che ancora studiava per ottenere il diploma che le avrebbe permesso una migliore qualifica come insegnante. A volte sono i parenti a dare la figlia in moglie, senza che la ragazza abbia molte possibilità di esprimere desideri o preferenze. Altre volte è il futuro marito che scieglie la ragazza e la famiglia di questa non rifiuta, per non entrare in litigio oppure per stringere maggiori legami con la famiglia del genero. Anche la legge civile dello stato congolese non riconosce le poligamia ma questo non significa gran cosa, segno che le tradizioni ancestrali sono ben radicate ed influenti; una buona parte della popolazione grazie soprattutto all’evangelizzazione, abbandona la pratica poligamica, ma essa non è oggetto di “scandalo”, né è raro trovare dei cristiani che fanno “ritorno” alle abitudini di prima. Spesso l’infecondità della moglie o una sua malattia è un motivo fortemente legittimante per aggiungerne una seconda; altre volte è semplicemente l’anzianità della prima. Ancora, una donna può rientrare alla sua famiglia a causa di un lutto e rimanerci per lungo tempo, trattenuta dai parenti, lasciando i figli al padre che nel frattempo “colma il vuoto”. Ma tutte queste sfaccettature non mi sembravano fatte per essere indossate da Daniya, e ne ho avuto la conferma l’altro giorno. Viene per chiedere un anticipo sul salario di insegnante: deve pagare il contributo scolastico trimestrale, non dei suoi figli ma dei ragazzi che suo papà gli ha lasciato quando è morto e che sono a suo carico… capisco che sono i suoi fratelli più piccoli, ma non domando se sono i figli della stessa madre. E’ un anticipo di 5000 franchi congolesi, vale a dire quasi la metà di tutto il salario che si aggira sui 25 dollari (meno di 20 euro). Terminato il capitolo salario indugia un po’ prima di andarsene. Mi chiede allora quanto costa una Bibbia, visto che ne abbiamo diverse copie a disposizione. Dieci dollari è un prezzo improponibile per lei, almeno per i prossimi due mesi, ma può permettersi un Nuovo Testamento per il costo di un solo dollaro. Mi specifica che quando era giovane era del gruppo dei Bilenge ya Mwinda, i “Giovani della Luce”. E’ a questo momento che gli chiedo come ha conciliato questa appartenenza ad un gruppo di giovani formati ed impegnati con l’entrare in una famiglia poligamica. Mi dice che al tempo del matrimonio non è stata costretta, è stata una sua scelta, era ancora molto giovane e non sapeva valutare bene le cose. “Ma non avevi nessuno che ti potesse consigliare?”. “Cosa vuoi - mi dice – quando si è adolescenti non si ascolta nessuno”. I suoi occhi sono un po’ lucidi. Ed aggiunge: “Ma tu cosa mi consiglieresti adesso?”.Altre persone sopraggiungono e la conversazione non puo continuare. E’ vero, le difficoltà dell’adolescenza non sono risparmiate ad alcuna cultura sotto tutte le latitudini. E’ vero, i ragazzi e ragazze di qui sono spesso dei ragazzi/genitori che imparano in fretta a badare a sé stessi, a pagarsi le spese scolari, i vestiti, a procurarsi il cibo e a badare ai fratellini più piccoli. In momenti di tensione con i parenti accade che i ragazzi scappino alla miniera e che le ragazze trovino casa altrove… e chi di noi non è fuggito almeno una volta di casa, non fosse che per fare il giro del quartiere? “Mungu akipenda” forse ci parleremo ancora con Daniya e la storia della sua adolescenza.
giovedì, aprile 03, 2008
Popoli
Wamba, seminario di studio sulla inculturazione: uomini di mondi culturali diversi che si incontrano e cercano di parlarsi, di intendersi. Di mezzo c’è il Vangelo da annunciare e tante incomprensioni. Storie di colonialismo: degli europei in Africa e di etnie africane su altre etnie vicine. La presunta superiorità di una cultura sull’altra, l’attitudine al giudizio veloce senza ascolto, il buono dalla nostra parte ed il cattivo dall’altra o viceversa. Il dialogo che si trasforma in monologo ed è uno solo a parlare; la comunicazione che diventa ordine e comando, perdendo lo “scambio”…
A Natale si dice che è un Bambino a salvarci. Da qualche altra parte è scritto che anche per noi è bene avere un animo da bambini. A Pasqua di dice che occorre rinascere di nuovo…
Un bimbo pone infiniti perché ai grandi; accoglie risposte senza formulare giudizi; non teme di dimostrarsi “ignorante” poiché questa è la sua sola saggezza per poter apprendere.Una innata simpatia gli permette di essere avvicinato e di avvicinare, infatti non è pericoloso per nessuno. Perché ci si sposa così? Si fa il lutto in questo modo? E le alleanze, la gestione del potere, il cibo, l’abitazione, il vestito, la caccia, l’ornamento, le danze, il lavoro, i proverbi, le preghiere, i riti, il gioco…
Sarà un animo da bambino che permetterà anche ai grandi di cogliere il perché di tante cose di fronte a culture diverese. Sarà ancora un animo di bambino, nella sua ingenuità, a svelare il mistero di un Vangelo che domanda di essere portato fino ai confini del mondo, incontrando – disarmato - i popoli che lo abitano.
Qui siamo Wabudu e Walika, Bambote e Bakongo, Wanande e Bangbwetu, Spagnoli ed Italiani, Portoghesi e Colombiani, Brasiliani e Lussemburghesi… Una Parola che è Verbo ci unisce, anche se da tempo è coniugata in tanti modi differenti.
Coloro che la accolgono, accolgono la luce ed escono dalle tenebre! Questa affermazione, “assoluto” e principio della fede, può essere dimostrata nella sua verità, solamente dalla storia degli animi liberi e dei popoli liberi che la scielgono... e la vivono.
Chi non accoglierà un bimbo? Chi non desidererà rinascere a vita nuova? Il fascino ci attrae.
A Natale si dice che è un Bambino a salvarci. Da qualche altra parte è scritto che anche per noi è bene avere un animo da bambini. A Pasqua di dice che occorre rinascere di nuovo…
Un bimbo pone infiniti perché ai grandi; accoglie risposte senza formulare giudizi; non teme di dimostrarsi “ignorante” poiché questa è la sua sola saggezza per poter apprendere.Una innata simpatia gli permette di essere avvicinato e di avvicinare, infatti non è pericoloso per nessuno. Perché ci si sposa così? Si fa il lutto in questo modo? E le alleanze, la gestione del potere, il cibo, l’abitazione, il vestito, la caccia, l’ornamento, le danze, il lavoro, i proverbi, le preghiere, i riti, il gioco…
Sarà un animo da bambino che permetterà anche ai grandi di cogliere il perché di tante cose di fronte a culture diverese. Sarà ancora un animo di bambino, nella sua ingenuità, a svelare il mistero di un Vangelo che domanda di essere portato fino ai confini del mondo, incontrando – disarmato - i popoli che lo abitano.
Qui siamo Wabudu e Walika, Bambote e Bakongo, Wanande e Bangbwetu, Spagnoli ed Italiani, Portoghesi e Colombiani, Brasiliani e Lussemburghesi… Una Parola che è Verbo ci unisce, anche se da tempo è coniugata in tanti modi differenti.
Coloro che la accolgono, accolgono la luce ed escono dalle tenebre! Questa affermazione, “assoluto” e principio della fede, può essere dimostrata nella sua verità, solamente dalla storia degli animi liberi e dei popoli liberi che la scielgono... e la vivono.
Chi non accoglierà un bimbo? Chi non desidererà rinascere a vita nuova? Il fascino ci attrae.
lunedì, marzo 17, 2008
venerdì, febbraio 22, 2008
La signora della notte
Un domenica pomeriggio, a Yambenda, circa un mese e mezzo fa è scomparso un uomo. Secondo quanti lo hanno visto per l’ultima volta, è entrato nella foresta e non vi è più ritornato. E’ un uomo sulla cinquantina, sufficientemente agiato, secondo le possibilità locali, ha lavorato con l’oro nella “carrière” nelle miniere a cielo aperto dove con utensili a mano si scava e si spaccano le pietre per trovare i piccoli preziosi frammenti di metallo pregiato. Nessun problema con la famiglia, nessuna malattia apparente. Molte voci circolano sulle possibili cause della sua sparizione, la più ricorrente è quella legata al suo lavoro. Moltissimi tra coloro che entrano alla “carrière” per assicurarsi una buona sorte e una ricca riuscita in quel lavoro pesante e “disumanizzante”, votano se stessi a qualche spirito del male, stringendo con lui un patto.
Oggi, molti pensano che questo spirito del male, “la Signora della notte”, abbia chiesto qualcosa all’uomo scomparso.
Appunto un mese e mezzo fa. Ora siamo in piena stagione secca, le acque dei torrenti e dei fiumi che attraversano il territorio si abbassano, tutti ne approfittano per cercare dei pesci, alla lenza o frugando nel fango rimasto nei bordi del letto. Risalendo il corso del fiume, più del normale, finalmente è stato scoperto quello che resta oramai del corpo dell’uomo. Dei vestiti ed una corda appesa ad un ramo dicono che la morte è avvenuta per impiccagione. L’uomo che da giorni, senza avvisare nessuno, approfittava della notevole quantità di pesci che si nutrivano del corpo caduto in acqua è stato arrestato.
Sono alcuni “waganga wa asili”, che compiono sortilegi per coloro che cercano ricchezze da acquistare velocemente, in cambio naturalmente di una contropartita da pagare, parte in anticipo, parte in fasi successive. Lo stregone prepara un olio con il quale viene unto colui che entrerà nella “carrière” per cercare l’oro, ma chiederà anche che gli sia venduta una persona della famiglia. Questo significa che inconsapevolmente una persona è consegnata allo spirito del male e di lì a poco tempo sarà votata alla morte, nel senso che per ragioni inspiegabili troverà la morte. Per colui che cerca maggiori ricchezze a più riprese, costui venderà più volte persone differenti della propria famiglia. Il sortilegio è sempre efficace, a meno che, la persona che ne fa richiesta, non rispetti alcune delle condizioni poste dal “mganga wa asili”, come astenersi dai rapporti sessuali o non mangiare alcuni cibi… talvolta è chiesto alla persona stessa di uccidere colui che aveva precedentemente venduto allo “schetani”. Colui che dopo essersi ingaggiato in un percorso simile tenta di uscirne senza l’accordo del “mganga” correrà seri rischi di divenire un malato mentale…
E molte altre cose ancora si raccontano…
Che pensare?
Lascia sconcertati la semplicità e la credulità di buona parte delle persone di villaggio circa la veridicità di tutti questi racconti. Ma ugualmente lascia sconcertati il numero impressionante di persone che fanno ricorso a pratiche simili. Talvolta la “logica della ricchezza nella carrière” è una logica che serve a spiegare molte morti giovani, improvvise, poiché la morte, qui come altrove non trova giustificazione né consolazione, soprattutto là dove non è entrata la luce della speranza cristiana. La “logica” di questi sortilegi serve anche a spiegare il fatto che alcuni possano diventare ricchi a differenza di altri, poiché una mentalità uniformante e statica non accetta di buon grado che qualcuno con un proprio lavoro supplementare abbia potuto guadagnarsi lecitamente qualcosa in più rispetto agli altri. Questa “logica della carrière” infine, conferma una volta di più che sete del denaro e spirito del male si tengono strettamente per mano e in molti non esitano a farsi abbracciare da essi senza calcolo alcuno su tutto il resto che mettono in gioco.
Oggi, molti pensano che questo spirito del male, “la Signora della notte”, abbia chiesto qualcosa all’uomo scomparso.
Appunto un mese e mezzo fa. Ora siamo in piena stagione secca, le acque dei torrenti e dei fiumi che attraversano il territorio si abbassano, tutti ne approfittano per cercare dei pesci, alla lenza o frugando nel fango rimasto nei bordi del letto. Risalendo il corso del fiume, più del normale, finalmente è stato scoperto quello che resta oramai del corpo dell’uomo. Dei vestiti ed una corda appesa ad un ramo dicono che la morte è avvenuta per impiccagione. L’uomo che da giorni, senza avvisare nessuno, approfittava della notevole quantità di pesci che si nutrivano del corpo caduto in acqua è stato arrestato.
Sono alcuni “waganga wa asili”, che compiono sortilegi per coloro che cercano ricchezze da acquistare velocemente, in cambio naturalmente di una contropartita da pagare, parte in anticipo, parte in fasi successive. Lo stregone prepara un olio con il quale viene unto colui che entrerà nella “carrière” per cercare l’oro, ma chiederà anche che gli sia venduta una persona della famiglia. Questo significa che inconsapevolmente una persona è consegnata allo spirito del male e di lì a poco tempo sarà votata alla morte, nel senso che per ragioni inspiegabili troverà la morte. Per colui che cerca maggiori ricchezze a più riprese, costui venderà più volte persone differenti della propria famiglia. Il sortilegio è sempre efficace, a meno che, la persona che ne fa richiesta, non rispetti alcune delle condizioni poste dal “mganga wa asili”, come astenersi dai rapporti sessuali o non mangiare alcuni cibi… talvolta è chiesto alla persona stessa di uccidere colui che aveva precedentemente venduto allo “schetani”. Colui che dopo essersi ingaggiato in un percorso simile tenta di uscirne senza l’accordo del “mganga” correrà seri rischi di divenire un malato mentale…
E molte altre cose ancora si raccontano…
Che pensare?
Lascia sconcertati la semplicità e la credulità di buona parte delle persone di villaggio circa la veridicità di tutti questi racconti. Ma ugualmente lascia sconcertati il numero impressionante di persone che fanno ricorso a pratiche simili. Talvolta la “logica della ricchezza nella carrière” è una logica che serve a spiegare molte morti giovani, improvvise, poiché la morte, qui come altrove non trova giustificazione né consolazione, soprattutto là dove non è entrata la luce della speranza cristiana. La “logica” di questi sortilegi serve anche a spiegare il fatto che alcuni possano diventare ricchi a differenza di altri, poiché una mentalità uniformante e statica non accetta di buon grado che qualcuno con un proprio lavoro supplementare abbia potuto guadagnarsi lecitamente qualcosa in più rispetto agli altri. Questa “logica della carrière” infine, conferma una volta di più che sete del denaro e spirito del male si tengono strettamente per mano e in molti non esitano a farsi abbracciare da essi senza calcolo alcuno su tutto il resto che mettono in gioco.
Il Vangelo può portare la sua luce di verità.
350 FC per il catechista di Bavamabonza
7 febbraio 2008
Bavamabonza è un kijiji (villaggio) sulla strada per Gbunzunzu. Di ritorno da una cappella sulla stessa strada, p. Gianni ci porta la notizia della morte di uno dei catechisti… un po’ di sconcerto ci prende. A causarne la morte è stata un’ernia inguinale, non curata, che alla fine si è “strozzata” provocando una infezione interna… fatale. Banale e drammatico. Oggi è martedì. Venerdì scorso anche lui era qui alla riunione di tutti i catechisti della parrocchia e aveva chiesto a Gianni i 350 franchi congolesi – più o meno corrispondenti ai nostri 350 centesimi di euro – che non possedeva, per fare la consultazione all’ospedale. Una consultazione alla fine tardiva. L’operazione dell’ernia sarebbe costata, intervento e medicinali, all’incirca quaranta euro. Alcuni pensieri in disordine.
“Assolutamente mai avere soldi in casa, è l’abitudine di quasi tutte le famiglie”: le troppe urgenze, fratelli e bambini e vicini che possono chiedere un aiuto… non vale la pena “mettere a parte” e per chi lo fa, il gioco dura poco… se si ha qualcosa in denaro occorre spenderlo subito per acquistare qualcosa, prima che “voli”.
“Possibile che nessuno, fratelli della famiglia, o cristiani del villaggio, non siano accorsi in aiuto in tempo?”. Per il “matanga” – il raduno per il lutto, per piangere il defunto - la contribuzione è scattata rapidamente. Ma è anche vero che di fronte alla malattia l’atteggiamento più comune è attendere pazientemente che passi, scrutarne l’evoluzione per intervenire solo quando si è alla fine della forza di sopportazione, quando finalmente è troppo tardi.
A consultazione avvenuta, nell’ambulatorio locale, a qualche chilometro di distanza, mancava l’infermiere titolare, gli sono state prescritte delle compresse contro i vermi intestinali! Potenza del sistema sanitario! Avvenuta la peritonite, inutile pensare qualsiasi intervento d’urgenza: trasportarlo dove in tempo utile?
Ricordiamo in questi giorni che l’uomo è cenere e alla cenere ritorna. Per quali vie la nostra storia viene alla luce e in quale momento ritorna tra le mani di colui che l’ha creata? Possediamo la domanda ma non la risposta. Possiamo credere e praticare un abbandono confidente.
Bavamabonza è un kijiji (villaggio) sulla strada per Gbunzunzu. Di ritorno da una cappella sulla stessa strada, p. Gianni ci porta la notizia della morte di uno dei catechisti… un po’ di sconcerto ci prende. A causarne la morte è stata un’ernia inguinale, non curata, che alla fine si è “strozzata” provocando una infezione interna… fatale. Banale e drammatico. Oggi è martedì. Venerdì scorso anche lui era qui alla riunione di tutti i catechisti della parrocchia e aveva chiesto a Gianni i 350 franchi congolesi – più o meno corrispondenti ai nostri 350 centesimi di euro – che non possedeva, per fare la consultazione all’ospedale. Una consultazione alla fine tardiva. L’operazione dell’ernia sarebbe costata, intervento e medicinali, all’incirca quaranta euro. Alcuni pensieri in disordine.
“Assolutamente mai avere soldi in casa, è l’abitudine di quasi tutte le famiglie”: le troppe urgenze, fratelli e bambini e vicini che possono chiedere un aiuto… non vale la pena “mettere a parte” e per chi lo fa, il gioco dura poco… se si ha qualcosa in denaro occorre spenderlo subito per acquistare qualcosa, prima che “voli”.
“Possibile che nessuno, fratelli della famiglia, o cristiani del villaggio, non siano accorsi in aiuto in tempo?”. Per il “matanga” – il raduno per il lutto, per piangere il defunto - la contribuzione è scattata rapidamente. Ma è anche vero che di fronte alla malattia l’atteggiamento più comune è attendere pazientemente che passi, scrutarne l’evoluzione per intervenire solo quando si è alla fine della forza di sopportazione, quando finalmente è troppo tardi.
A consultazione avvenuta, nell’ambulatorio locale, a qualche chilometro di distanza, mancava l’infermiere titolare, gli sono state prescritte delle compresse contro i vermi intestinali! Potenza del sistema sanitario! Avvenuta la peritonite, inutile pensare qualsiasi intervento d’urgenza: trasportarlo dove in tempo utile?
Ricordiamo in questi giorni che l’uomo è cenere e alla cenere ritorna. Per quali vie la nostra storia viene alla luce e in quale momento ritorna tra le mani di colui che l’ha creata? Possediamo la domanda ma non la risposta. Possiamo credere e praticare un abbandono confidente.
venerdì, gennaio 18, 2008
MUNDIAL
E’ giorno di “Mundial” questa domenica dell’Epifania, è il giorno di mercato a Babonde, la domenica ogni quindici giorni: enfaticamente chiamato appunto “Mundial”. Quindi c’è molto più movimento dei numerosi che vengono dai villaggi vicini, anche alla missione c’è il via vai di persone che salutano si fermano, chiedono… Puntualmente anche Maria, ragazza di circa 25 anni, tre figli a carico, disturbata psichicamente dall’epilessia, numerose cicatrici qua e là, segni di bruciature sul collo di quella volta che è caduta sopra le braci del fuoco è lì è rimasta fino al passaggio della crisi . Normalmente chiede un piccolo aiuto economico, di volta in volta, per acquistare del sale, del riso, del pesce salato per lei ed i suoi bambini, una pentola, una bottiglia di olio in questo periodo quando i prezzi sono più che raddoppiati, vista la carenza nella stagione secca. Qualche volta “rompe” ma è simpatica, oggi viene con un piccolo uovo di gallina in dono, altre volte, quando è stagione, con la gbombolia, la noce di cola. Da un po’ di mesi il mio confratello, molto più ferrato di me in medicina, la aiuta con il Fenobarbital, una compressa al giorno… le cose vanno decisamente meglio, ed anche quello che dice è più articolato e comprensibile: lei parla di preferenza il kilika, io l’italiano ed il francese (oltre al veneto), tentiamo così di comprenderci in kiswahili. Dice che è stanca di essere trattata come un animale o di vivere come un animale o di dormire dove vivono gli animali (non ho potuto ben distinguere). Lei è sola con i sui bambini al villaggio – ossia la famiglia allargata – e nessuno si cura di lei. Quindi, con molta semplicità propone di venire a vivere qui nella nostra casa (la popolazione lo chiama “couvent”, convento), assicura che non ruberà nulla e si comporterà bene. Scambiamo qualche parola, le do il piccolo aiuto, constatiamo insieme che è molto cambiata in meglio e che se continua così potrà ricevere il rispetto da quelli della sua famiglia e le cose sicuramente potranno migliorare. Da pochi giorni ero rientrato da Isiro dove avevo scaricato le mail, così nel pomeriggio mi metto a leggerne qualcuna. Tra queste gli auguri di un amico prete, missionario che interpreta il suo Natale e la venuta del figlio di Maria, con le parole di Gesù a Lazzaro: “oggi devo fermarmi a casa tua”. Maria disturbata psichicamente, il questo giorno dell’epifania è la manifestazione del Signore a me. Non credo sarà la cosa giusta tentare di vedere se effettivamente potrà vivere qui, ma la sua domanda resta e chiede una risposta. Occorrerà scendere dall’albero.
domenica, gennaio 06, 2008
chef...
I Pigmei di Badedeka
E’ il 2 dicembre e scrivo in una afosa serata pensando alla giornata di Badedeka, mercoledì scorso. A Badedeka da più tempo, rispetto a qualsiasi altro accampamento, sono “usciti” dalla foresta i pigmei, per installarsi a fianco del villaggio dei nyeusi ossia dei neri, nome con il quale i pigmei chiamano i bantù, popolazione locale che arrivò in questi territori solo in tempi recenti rispetto agli abitanti primitivi, i pigmei appunto. I pigmei rispetto ai neri bantu sono effettivamente un po’ più chiari di carnagione, e piccoli! Per quale motivo i pigmei escano dalla foresta non è facile a dire, si possono mettere insieme un po’ di cose. Nella stagione delle piogge quando la caccia è difficile e i frutti sono scarsi è la necessità di procurarsi da mangiare, rubando qualcosa nei campi dei bantu che praticano l’agricoltura. Il loro furto non è mai in grande scala, prendono il necessario per la sopravvivenza del giorno. Oppure escono dalla foresta in cerca di cure laddove la loro medicina tradizionale non riesce ad arrivare; molte volte sono ferite alle gambe procurate da spine o per qualche parto difficile. Ancora un motivo è la grande curiosità di vedere e conoscere, i mercati soprattutto. Ultimamente un’azione di promozione del popolo pigmeo li spinge a riunirsi in accampamenti dove imparano a costruire delle case più decenti delle loro tende fatte di piccoli rami intrecciati e di foglie; imparano un po’ di norme igieniche, a costruire un gabinetto a praticare la coltivazione dei campi e ad inviare i figli ad una scuola pensata apposta per loro, per poterli introdurre in seguito alla scuola elementare statale. E’ un popolo semplice ed ingenuo, sincero ed immediato. Della foresta conoscono i segreti ma nella vita sociale dei bantu si sentono “fuori casa” e nutrono un senso di inferiorità che fa sì che siano spesso sfruttati. Per contro i bantu li hanno per lungo tempo considerati inferiori a loro, mezzi uomini, non solo in statura ma in dignità La mancanza di vestiti, la difficoltà della lingua, la non conoscenza del valore del denaro sono altri elementi che li contraddistinguono. Lavorano a giornata nei campi dei bantu in cambio di un po’ di cibo, qualche bicchiere di vino di palma o di un po’ di banghi (canapa indiana). In gruppi organizzati partecipano al lutto o alla festa delle famiglie, dove sono chiamati per animare o rallegrare con le loro musiche e danze i convenuti.
Qualche decina d’anni fa i pigmei di Badedeka che decidevano di uscire dalla foresta ed abitare a fianco ai bantu, venivano organizzati in un modo che ogni famiglia fosse affidata ad un bantu che ne diveniva il responsabile, ma si potrebbe anche dire il padrone. Erano così aiutati a costruire una loro piccola casetta, lavoravano i campi insieme al loro capo bantu, con lui e per lui facevano la caccia e ne godevano la protezione. Quest’ultimo doveva rispondere per loro di fronte alla società civile rispetto ad eventuali mancanze o disordini provocati da pigmei. Allora come oggi, se ad un certo punto i pigmei si sentono minacciati, o la stagione secca della caccia diventa un richiamo troppo forte, lasciano il tutto e rientrano nella foresta, loro “madre” sempre accogliente.
In questi ultimi anni il capo della chefferia bantu ha nominato un pigmeo chef della chefferia dei pigmei, ma la malattia d’essere capo ha infettato in fretta il semplice pigmeo. E’ appunto oggi che tutti insieme discutiamo sotto un albero di alcuni atti arbitrari che lo chef pigmeo ha commesso, con l’aiuto della sua polizia, nei confronti dei suoi pigmei accusando per contro un “animatore” bantu, ossia una persona che incoraggia i pigmei a costruire delle case, a costruire dei WC (vi manderò in seguito delle foto) ad iniziare la coltivazione dei campi, a farsi curare al dispensario. Parliamo per ore, un po’ in kiswahili e molto in kilika (loro, non io, ma mi sono fatto accompagnare da Celestin della commissione giustizia e pace di Babonde). Alla fine tutto è chiarito, l’animatore bantu non ha colpe; lo chef pigmeo riconosce di avere abusato ed esagerato, ma domanda che lo si aiuti a costruire una casa per lui e per gli ospiti. Ci dividiamo un po’ di gbombolia, il nome locale della amara noce di cola, segno di accoglienza e di amicizia.
E’ il 2 dicembre e scrivo in una afosa serata pensando alla giornata di Badedeka, mercoledì scorso. A Badedeka da più tempo, rispetto a qualsiasi altro accampamento, sono “usciti” dalla foresta i pigmei, per installarsi a fianco del villaggio dei nyeusi ossia dei neri, nome con il quale i pigmei chiamano i bantù, popolazione locale che arrivò in questi territori solo in tempi recenti rispetto agli abitanti primitivi, i pigmei appunto. I pigmei rispetto ai neri bantu sono effettivamente un po’ più chiari di carnagione, e piccoli! Per quale motivo i pigmei escano dalla foresta non è facile a dire, si possono mettere insieme un po’ di cose. Nella stagione delle piogge quando la caccia è difficile e i frutti sono scarsi è la necessità di procurarsi da mangiare, rubando qualcosa nei campi dei bantu che praticano l’agricoltura. Il loro furto non è mai in grande scala, prendono il necessario per la sopravvivenza del giorno. Oppure escono dalla foresta in cerca di cure laddove la loro medicina tradizionale non riesce ad arrivare; molte volte sono ferite alle gambe procurate da spine o per qualche parto difficile. Ancora un motivo è la grande curiosità di vedere e conoscere, i mercati soprattutto. Ultimamente un’azione di promozione del popolo pigmeo li spinge a riunirsi in accampamenti dove imparano a costruire delle case più decenti delle loro tende fatte di piccoli rami intrecciati e di foglie; imparano un po’ di norme igieniche, a costruire un gabinetto a praticare la coltivazione dei campi e ad inviare i figli ad una scuola pensata apposta per loro, per poterli introdurre in seguito alla scuola elementare statale. E’ un popolo semplice ed ingenuo, sincero ed immediato. Della foresta conoscono i segreti ma nella vita sociale dei bantu si sentono “fuori casa” e nutrono un senso di inferiorità che fa sì che siano spesso sfruttati. Per contro i bantu li hanno per lungo tempo considerati inferiori a loro, mezzi uomini, non solo in statura ma in dignità La mancanza di vestiti, la difficoltà della lingua, la non conoscenza del valore del denaro sono altri elementi che li contraddistinguono. Lavorano a giornata nei campi dei bantu in cambio di un po’ di cibo, qualche bicchiere di vino di palma o di un po’ di banghi (canapa indiana). In gruppi organizzati partecipano al lutto o alla festa delle famiglie, dove sono chiamati per animare o rallegrare con le loro musiche e danze i convenuti.
Qualche decina d’anni fa i pigmei di Badedeka che decidevano di uscire dalla foresta ed abitare a fianco ai bantu, venivano organizzati in un modo che ogni famiglia fosse affidata ad un bantu che ne diveniva il responsabile, ma si potrebbe anche dire il padrone. Erano così aiutati a costruire una loro piccola casetta, lavoravano i campi insieme al loro capo bantu, con lui e per lui facevano la caccia e ne godevano la protezione. Quest’ultimo doveva rispondere per loro di fronte alla società civile rispetto ad eventuali mancanze o disordini provocati da pigmei. Allora come oggi, se ad un certo punto i pigmei si sentono minacciati, o la stagione secca della caccia diventa un richiamo troppo forte, lasciano il tutto e rientrano nella foresta, loro “madre” sempre accogliente.
In questi ultimi anni il capo della chefferia bantu ha nominato un pigmeo chef della chefferia dei pigmei, ma la malattia d’essere capo ha infettato in fretta il semplice pigmeo. E’ appunto oggi che tutti insieme discutiamo sotto un albero di alcuni atti arbitrari che lo chef pigmeo ha commesso, con l’aiuto della sua polizia, nei confronti dei suoi pigmei accusando per contro un “animatore” bantu, ossia una persona che incoraggia i pigmei a costruire delle case, a costruire dei WC (vi manderò in seguito delle foto) ad iniziare la coltivazione dei campi, a farsi curare al dispensario. Parliamo per ore, un po’ in kiswahili e molto in kilika (loro, non io, ma mi sono fatto accompagnare da Celestin della commissione giustizia e pace di Babonde). Alla fine tutto è chiarito, l’animatore bantu non ha colpe; lo chef pigmeo riconosce di avere abusato ed esagerato, ma domanda che lo si aiuti a costruire una casa per lui e per gli ospiti. Ci dividiamo un po’ di gbombolia, il nome locale della amara noce di cola, segno di accoglienza e di amicizia.
Pronti per la festa
Natale 2007
5,30 del mattino, è domenica dell’Epifania, sono ad Isiro. La messa dovrebbe essere alle 6.00 poco lontano da qui, assieme ad un padre della Consolata, dove sono ospite ogni volta che vengo in città. Al contrario ci siamo accordati con due coppie di spagnoli per celebrare in francese. Sono missionari laici che rimangono in Africa per un progetto di tre anni. Uno di essi è un ragazzo molto capace con internet, così prendo accordi con lui per tentare di progettare una connessione a Babonde. Ad Isiro la lingua della liturgia è lingala, io oramai conosco un po’ di kiswahili e sarei un semplice ascoltatore. Loro soffrono ancora del “non capire niente” e li comprendo benissimo, celebreremo un po’ più tardi e ne approfitto per un saluto a tutti giusto nel giorno che conclude le feste di Natale, appunto l’Epifania… si potrebbe anche dire “manifestazione del Signore”, manifestazione non di tipo sindacale, sportivo, politico o folcloristico. Se penso al Natale di Babonde, confrontato con quello di casa nostra, devo dire che di “manifestazioni” ce ne sono poche. Fuori della chiesa l’unico segno visibile sono i presepi preparati dai ragazzi: piccole casette di rami di “rafia” ornati con qualcosa che può assomigliare al nostro muschio. Nella più parte dei casi le statue mancano completamente o sono costruite qualche giorno avanti con dell’argilla. Il commento di Fini (diminutivo di Josephine), una delle ragazze spagnole è stato il classico: “non sembrava neanche Natale”.
Da parte mia il Natale ho cominciato a celebrarlo la vigilia a Bamoka, all’aperto sotto una tettoia di rami di palma in occasione del quarantesimo giorno dopo il matanga; ossia il giorno della festa dopo il lutto. Nel pomeriggio invece a Badedeka, confessando lungamente attendendo il buio. La mezzanotte è stata anticipata alle 19.00 e qualche lampada a petrolio illuminava la chiesa in legno fango e paglia… una capanna un po’ “maggiorata”. Cinque i canti di ingresso. Nella predica quando si arriva a dire che Gesù è nato poveramente, è inevitabile sentire qualche borbotto e commento sommesso di approvazione. Ci si identifica con quest’uomo Gesù e con la giovane madre Maria, superando le barriere degli anni, della cultura, dell’etnia… se da parte sua Dio si fa uomo, l’uomo si identifica nella storia di questo nuovo nato, e patisce insieme, gioia e affanno. La notte l’ho passata a Badedeka senza danno. Facendo il viaggio qualcuno mi sconsigliava di farlo perché si raccontano storie di sorciers (uomini o donne che fanno malefici straordinari) secondo le quali un altro prete che vi aveva dormito anni fa era stato trasportato fuori della sua casa durante il sonno… La mattina di Natale, questa volta a Bavamabutu in molti mi hanno chiesto come avevo passato la notte. Le messe tre, ma la mia predica unica, non posso permettermi il lusso di improvvisare, non per il rischio di dire stupidaggini, ma per la lingua che non possiedo ancora così da poter parlare liberamente, quindi con tanta fatica scrivo… quando l’unica predica scritta prima di venire in Africa è stata quella della mia prima Messa.
Tra le altre cose mi soffermo un po’ sulla figura di Maria, la fecondità della sua verginità è stata colmata dalla azione di Dio. In questo contesto, come al tempo di Maria d’altronde, una donna senza figli non ha valore, è albero senza frutti. Possiamo credere che Dio ha la forza di portare frutti in ognuno che si affida e si rende disponibile a lui?Buon Natale a Tutti, buon Anno, a risentirci. p. Renzo
5,30 del mattino, è domenica dell’Epifania, sono ad Isiro. La messa dovrebbe essere alle 6.00 poco lontano da qui, assieme ad un padre della Consolata, dove sono ospite ogni volta che vengo in città. Al contrario ci siamo accordati con due coppie di spagnoli per celebrare in francese. Sono missionari laici che rimangono in Africa per un progetto di tre anni. Uno di essi è un ragazzo molto capace con internet, così prendo accordi con lui per tentare di progettare una connessione a Babonde. Ad Isiro la lingua della liturgia è lingala, io oramai conosco un po’ di kiswahili e sarei un semplice ascoltatore. Loro soffrono ancora del “non capire niente” e li comprendo benissimo, celebreremo un po’ più tardi e ne approfitto per un saluto a tutti giusto nel giorno che conclude le feste di Natale, appunto l’Epifania… si potrebbe anche dire “manifestazione del Signore”, manifestazione non di tipo sindacale, sportivo, politico o folcloristico. Se penso al Natale di Babonde, confrontato con quello di casa nostra, devo dire che di “manifestazioni” ce ne sono poche. Fuori della chiesa l’unico segno visibile sono i presepi preparati dai ragazzi: piccole casette di rami di “rafia” ornati con qualcosa che può assomigliare al nostro muschio. Nella più parte dei casi le statue mancano completamente o sono costruite qualche giorno avanti con dell’argilla. Il commento di Fini (diminutivo di Josephine), una delle ragazze spagnole è stato il classico: “non sembrava neanche Natale”.
Da parte mia il Natale ho cominciato a celebrarlo la vigilia a Bamoka, all’aperto sotto una tettoia di rami di palma in occasione del quarantesimo giorno dopo il matanga; ossia il giorno della festa dopo il lutto. Nel pomeriggio invece a Badedeka, confessando lungamente attendendo il buio. La mezzanotte è stata anticipata alle 19.00 e qualche lampada a petrolio illuminava la chiesa in legno fango e paglia… una capanna un po’ “maggiorata”. Cinque i canti di ingresso. Nella predica quando si arriva a dire che Gesù è nato poveramente, è inevitabile sentire qualche borbotto e commento sommesso di approvazione. Ci si identifica con quest’uomo Gesù e con la giovane madre Maria, superando le barriere degli anni, della cultura, dell’etnia… se da parte sua Dio si fa uomo, l’uomo si identifica nella storia di questo nuovo nato, e patisce insieme, gioia e affanno. La notte l’ho passata a Badedeka senza danno. Facendo il viaggio qualcuno mi sconsigliava di farlo perché si raccontano storie di sorciers (uomini o donne che fanno malefici straordinari) secondo le quali un altro prete che vi aveva dormito anni fa era stato trasportato fuori della sua casa durante il sonno… La mattina di Natale, questa volta a Bavamabutu in molti mi hanno chiesto come avevo passato la notte. Le messe tre, ma la mia predica unica, non posso permettermi il lusso di improvvisare, non per il rischio di dire stupidaggini, ma per la lingua che non possiedo ancora così da poter parlare liberamente, quindi con tanta fatica scrivo… quando l’unica predica scritta prima di venire in Africa è stata quella della mia prima Messa.
Tra le altre cose mi soffermo un po’ sulla figura di Maria, la fecondità della sua verginità è stata colmata dalla azione di Dio. In questo contesto, come al tempo di Maria d’altronde, una donna senza figli non ha valore, è albero senza frutti. Possiamo credere che Dio ha la forza di portare frutti in ognuno che si affida e si rende disponibile a lui?Buon Natale a Tutti, buon Anno, a risentirci. p. Renzo
mercoledì, ottobre 24, 2007
posta
Ciao, alcuni problemi con la casella postale inattiva da tempo mi hanno fatto perdere tutta la vostra corrispondenza degli ultimi mesi ossia dal mese di giungo, mi dispiace tantissimo, avevo bisogno di “sentirvi” o leggervi. Coloro che mi avessero scritto e che non hanno avuto risposta possono tentare di inviare nuovamente allo stesso indirizzo: renzo.busana@dehoniani.itCiao Ciao.
La vita continua
Il « figlio » di Nangaa
E' giovedì, Nangaa oggi è preoccupato, suo figlio è malato, da ieri, ha ilcollo che progressivamente di irrigidisce. Chiede un aiuto per pagare lapiccola spesa della consultazione. Verso la fine della mattinata larisposta, si tratta di tetano. Alcuni giorni prima suo figlio è statocirconciso. E' il Kombi: due famiglie che decidono di stringere un legame diamicizia e di fraternità attraverso la circoncisione dei rispettivi figlimaschi. Il sangue dei due bimbi viene mescolato, è un patto che acquista ilpeso e l'importanza della familiarità. I membri delle rispettive famigliecosì come i nipoti non potranno sposarsi tra loro. In caso di bisogno siporteranno soccorso. E' una grande festa.In questi ultimi tempi si fa normalmente ricorso ad un infermiere che,direttamente nel centro di "santè" o trasferendosi personalmente presso lafamiglia ove si svolge la cerimonia, compie il piccolo intervento.Nel caso di Nangaa, lui ha scelto un ragazzo di sala, non un infermiere,quindi senza esperienza e con chissà quali strumenti. Ora il pasticcio ècombinato e si rivela enormemente grave.Sono già passati diversi giorni. Non c'è il siero a Babonde, occorre andarea Nebobongo, 35 chilometri di strade di "brousse". Celestin, il nostromeccanico ed autista prende la moto, carica la mamma ed il bambino. un po'di soldi per il siero. è un farmaco vitale, penso, non costerà molto. Nellafamiglia di Nangaa, come nel novantacinque per cento delle famiglie,affrontare una emergenza sanitaria è un rebus da risolvere sul momento.Alcun risparmio in casa, nessuna cura gratuita. Molto spesso coloro chegiungono all'ospedale vi giungono troppo tardi. Dopo un paio d'ore Celestintorna, solo. A Nebobongo non hanno il siero, i soldi sono bastati appena peracquistare alcuni medicinali, alti ne mancano e si possono trovare adIbambi, ma per il siero, la cosa più importante occorrerà cercarlo a Pawa,45 chilometri o Isiro, 90 chilometri. La giornata è piovosa e la calata delbuio non è lontana. Un viaggio di andata e ritorno non è pensabile.L'infermiereresponsabile ci informa che normalmente Pawa si rifornisce di siero aNebobongo, quindi necessariamente occorre andare ad Isiro. Il telefonostavolta è benedetto, anche se la comunicazione è instabile. Un prete amicodi Isiro tenterà di acquistare la quantità sufficiente cercare una moto taxie di inviarlo il mattino seguente. Appuntamento a Nebobongo alle 8 delmattino dove il bimbo è ricoverato. Nangaa sarà lì ad aspettare la medicina,gli lasciamo moto e carburante. Grazie al siero il bimbo, sette anni emezzo, ha un piccolo miglioramento, fino a domenica tutto bene, ma poi dinuovo un irrigidimento del corpo e. alla fine ci ha lasciato.Molti pensieri. Commozione.Riti antichi, significati attuali e belli. Negligenze igieniche,superficialità e ritardi catastrofici. Povertà economica delle famiglie edeficienze sanitarie croniche.Martedì è stato il giorno del Kilio, del lutto e del seppellimento. E' soloin quel momento che "scopro" che il bimbo morto è il bimbo dell'altrafamiglia con la quale Nangaa e i suoi si sono legati, ma appunto, Nangaal'hasempre chiamato "mio figlio" così come deve essere a partire dallacirconcisione.Gli zii del bimbo morto, che in tutte le famiglie hanno la tutela dellasposa e dei suoi figli, sono in collera con Nangaa, è lui che ha cercato echiamato l'uomo per fare la circoncisione. ha voluto uccidere il bambino?Perché solo uno si è ammalato ed è morto? La legge proibisce di lasciar farela circoncisione a persone non autorizzate. Per evitare ulteriori litigi, epoiché le famiglie continueranno ad essere legate tra loro, Nangaa pacificagli zii donando loro a titolo di risarcimento una capra ed un maiale.
La vita continua.
E' giovedì, Nangaa oggi è preoccupato, suo figlio è malato, da ieri, ha ilcollo che progressivamente di irrigidisce. Chiede un aiuto per pagare lapiccola spesa della consultazione. Verso la fine della mattinata larisposta, si tratta di tetano. Alcuni giorni prima suo figlio è statocirconciso. E' il Kombi: due famiglie che decidono di stringere un legame diamicizia e di fraternità attraverso la circoncisione dei rispettivi figlimaschi. Il sangue dei due bimbi viene mescolato, è un patto che acquista ilpeso e l'importanza della familiarità. I membri delle rispettive famigliecosì come i nipoti non potranno sposarsi tra loro. In caso di bisogno siporteranno soccorso. E' una grande festa.In questi ultimi tempi si fa normalmente ricorso ad un infermiere che,direttamente nel centro di "santè" o trasferendosi personalmente presso lafamiglia ove si svolge la cerimonia, compie il piccolo intervento.Nel caso di Nangaa, lui ha scelto un ragazzo di sala, non un infermiere,quindi senza esperienza e con chissà quali strumenti. Ora il pasticcio ècombinato e si rivela enormemente grave.Sono già passati diversi giorni. Non c'è il siero a Babonde, occorre andarea Nebobongo, 35 chilometri di strade di "brousse". Celestin, il nostromeccanico ed autista prende la moto, carica la mamma ed il bambino. un po'di soldi per il siero. è un farmaco vitale, penso, non costerà molto. Nellafamiglia di Nangaa, come nel novantacinque per cento delle famiglie,affrontare una emergenza sanitaria è un rebus da risolvere sul momento.Alcun risparmio in casa, nessuna cura gratuita. Molto spesso coloro chegiungono all'ospedale vi giungono troppo tardi. Dopo un paio d'ore Celestintorna, solo. A Nebobongo non hanno il siero, i soldi sono bastati appena peracquistare alcuni medicinali, alti ne mancano e si possono trovare adIbambi, ma per il siero, la cosa più importante occorrerà cercarlo a Pawa,45 chilometri o Isiro, 90 chilometri. La giornata è piovosa e la calata delbuio non è lontana. Un viaggio di andata e ritorno non è pensabile.L'infermiereresponsabile ci informa che normalmente Pawa si rifornisce di siero aNebobongo, quindi necessariamente occorre andare ad Isiro. Il telefonostavolta è benedetto, anche se la comunicazione è instabile. Un prete amicodi Isiro tenterà di acquistare la quantità sufficiente cercare una moto taxie di inviarlo il mattino seguente. Appuntamento a Nebobongo alle 8 delmattino dove il bimbo è ricoverato. Nangaa sarà lì ad aspettare la medicina,gli lasciamo moto e carburante. Grazie al siero il bimbo, sette anni emezzo, ha un piccolo miglioramento, fino a domenica tutto bene, ma poi dinuovo un irrigidimento del corpo e. alla fine ci ha lasciato.Molti pensieri. Commozione.Riti antichi, significati attuali e belli. Negligenze igieniche,superficialità e ritardi catastrofici. Povertà economica delle famiglie edeficienze sanitarie croniche.Martedì è stato il giorno del Kilio, del lutto e del seppellimento. E' soloin quel momento che "scopro" che il bimbo morto è il bimbo dell'altrafamiglia con la quale Nangaa e i suoi si sono legati, ma appunto, Nangaal'hasempre chiamato "mio figlio" così come deve essere a partire dallacirconcisione.Gli zii del bimbo morto, che in tutte le famiglie hanno la tutela dellasposa e dei suoi figli, sono in collera con Nangaa, è lui che ha cercato echiamato l'uomo per fare la circoncisione. ha voluto uccidere il bambino?Perché solo uno si è ammalato ed è morto? La legge proibisce di lasciar farela circoncisione a persone non autorizzate. Per evitare ulteriori litigi, epoiché le famiglie continueranno ad essere legate tra loro, Nangaa pacificagli zii donando loro a titolo di risarcimento una capra ed un maiale.
La vita continua.
Da Molto tempo
4 luglio 2007 – Autolettiga?
Subito dopo mangiato, quando non si è in brousse nei villaggi dell’interno, una piccola siesta è decisamente la benvenuta. Oggi qui ad Ibambi dove mi trovo da una settimana in sostituzione di due confratelli che sono rientrati per qualche mese in Europa, l’urgenza di una malata, giovane moglie del catechista di un villaggio a 4/6 chilometri, richiede di andare svelti con la macchina fino a Nebobongo, dodici chilometri delle nostre strade, ma un ospedale più attrezzato e almeno un medico in permanenza potranno forse fare qualcosa. Ci fermiamo al “Centre de Santé” per caricare la malata. La Land Rover non è un’autolettiga, la donna starà seduta sulla ruota di scorta, la testa tra le ginocchia di un’altra donna più anziana che l’accompagna. Attendo qualche istante perché viene caricata anche una sedia a sdraio, posate e pignatte, la lampada a petrolio, qualcosa da mangiare… quando si entra in ospedale non è il pigiama o la vestaglia di cui si ha bisogno, e non si parte mai da soli: i parenti “guarda malato” – come vengono chiamati – sono assolutamente indispensabili. Parlo allora con l’infermiera del “Centre de Santé”, domando di quale “urgenza” si tratti e mi pare di capire che si tratta di una gravidanza extrauterina… qualche rottura interna… il ventre teso… Partiamo, non serve la sirena, niente traffico, come sempre. Non cerco la velocità, all’interno della vettura sarebbe come dentro una barca in mare agitato, e quelli che stanno dietro soprattutto, senza sedili, ne uscirebbero seriamente ammaccati. La donna si lamenta, non piange e non grida ma dietro il mio sedile sento le smorfie di dolore. Per la strada il marito dà voce agli altri parenti che accorrevano da villaggio: l’itinerario è cambiato, non più al “Centre de Santé” d’Isiro ma a Nebo… occorrerà provvedere in fretta il necessario... I bambini come al solito salutano il passaggio della vettura, ma impegnato ad evitare il più possibile le buche oggi ne saluto la metà. Ora la malata non si lamenta più, la donna che la regge la chiama ripetutamente senza ricevere risposta; le grida nelle orecchie. Ci fermiamo per verificare si è ancora viva, non si sente il “polso”, ma nessuno di noi è esperto e vista l’agitazione del momento l’unica cosa da fare è continuare tanto più che non manca oramai molto. Finalmente ci siamo, all’arrivo della vettura qualcuno esce in fretta, mi volto a guardare dietro, la malata, e stavolta la bocca è aperta immobile e gli occhi un po’ spalancati. Non la scarichiamo neanche, sale l’infermiere con lo stetoscopio per confermare quello che già sappiamo… nulla da fare, “patologie come queste dovrebbero essere trattate subito con intervento d’urgenza… mi dispiace”, ci dice. Accorre molta gente, una giovane europea in camice bianco, la vedo per la prima volta ma non è il momento di fare conoscenza, ci stringiamo semplicemente la mano, il marito della malata è in lacrime non riesce più a reggersi…
Mestamente rientriamo, i bambini salutano ancora. Di nuovo i parenti lungo la strada… come tutto cambia in fretta… l’autolettiga adesso è un carro funebre riempito di gente, tutti gli odori confusi, guardo avanti ed ascolto singhiozzi e grida. Sulla strada deviamo lungo un pessimo sentiero per il villaggio del catechista. Il corpo della donna è sistemato su di un letto sotto una tettoia, la “barza”, il luogo di incontro e di accoglienza in mezzo ad un gruppo di abitazioni. Tutto il villaggio accorre, i più prossimi alla defunta si lasciano cadere sulla terra bagnata in un insieme di grida e di pianti, a stento riusciamo a fare un preghiera.
Partecipo al dolore e sfioro la sottile linea che separa vita e morte, e che trasforma un viaggio di salvezza nell’ultimo viaggio. La fede nella vita ulteriore che ci è promessa ci fa stare saldi e sperare che quel ultimo viaggio non è poi l’ultimo.
Ancora, a proposito di viaggi, qualche giorno dopo veniamo a sapere che la famiglia della donna, appartenente alla tribù vicina dei “Bangbweti”, è accorsa in forze per reclamarne il corpo, così da seppellirlo là dove la donna è nata: un viaggio supplementare, stavolta di un corpo senz’anima. Usanza che lascia tutti senza parole, noi così come i locali “Wabudu”. Il perché di queste tradizioni? Talvolta un giudizio immediato di disapprovazione è decisamente affrettato. Qualche tempo dopo vengo a sapere che alcune famiglie di Wabudu non seppelliscono il corpo della donna maritata ed entrata nella propria famiglia fino a quando non è stato pagato un qualche prezzo dalla famiglia di origine soprattutto se la dote non era stata ancora completata… La paura di rompere con qualche tradizione che “tutti obbliga” rimane forte. Giudicare? Non giudicare? Portare la Parola che tutti giudica!
Giugno 2
Comunicazioni
Oggi domenica abbiamo avuto la notizia improvvisa della morte di un direttore di scuola primaria, molto conosciuto per la sua professionalità ed impegno a favore della comunità locale, per la sua fede, per la cordialità … Ricoverato all’ospedale di Pawa è morto venerdì e la salma è oramai nel villaggio di Badedeka, una ventina di chilometri da Babonde. Con un gruppo di giovani partiamo nel primo pomeriggio per salutare la famiglia; ritirano dalla cassa cinque dollari per comperare un drappo da letto, che servirà come drappo funebre. Lungo tutto il percorso sono frastornato dai canti a squarciagola, interrotti solamente all’attraversamento dei piccoli ponti di legno quando tutti sono costretti a scendere per alleggerire il peso e per prudenza in caso di “cadute”.
Arrivati alla casa del defunto – un gruppo di capanne - stranamente non c’è nessuno all’esterno. Solitamente nel tempo del lutto i parenti e tutti coloro che vengono in visita si radunano all’esterno alternando silenzi, canti e danze, preghiere e commenti.
Subito accorrono i fratelli meravigliati, come tutti coloro che abbiamo incontrato lungo la strada, di vedere il veicolo della missione di domenica, senza programma prefissato di visita al villaggio. Immaginano che forse è con la macchina che la salma è trasportata dall’ospedale di Pawa distante una cinquantina di chilometri fino a lì, a Badedeka.
Poche parole per rendersi conto che la notizia è una falsa notizia, il “morto” non è morto. Siamo felici per il lutto soltanto immaginato e per qualche lacrima frettolosamente sparsa. Rimarrà come segno di un’amicizia vera.
Veniamo a sapere che la falsa notizia aveva iniziato a circolare fin da venerdì al mercato di Gatoa, inquietando i parenti che non ne sapevano nulla, fino ad acquistare il peso di realtà questa domenica mattina, divenendo ufficiale. Molti della famiglia e del villaggio sono già in viaggio a piedi ed altri si preparano per partire per la casa natale e per i giorni di lutto. Cerchiamo di rettificare la notizia comunicando scherzosamente, sulla strada del ritorno, a tutti quelli che incontriamo che: “è risorto”.
E’ già la seconda volta, a distanza di qualche settimana, che si verifica un fatto del genere. Appunto una ventina di giorni fa è stata la volta della moglie del catechista di Babonde. Il risvolto pittoresco da una parte e spiacevole dall’altra è che coloro che si sono messi in viaggio da molto lontano, arrivati alla casa del presunto vedovo, dopo una giornata di viaggio si sono dovuti fermare e rifocillare a spese del “povero”. Qualcuno ha avuto il coraggio di fermarsi due giorni, qualche altro tre, qualcuno è ancora lì a stazionare nella casa della “sempreviva” moglie.
Anche qui, come in ogni villaggio sparso per il mondo, c’è una “Radio Babonde” che di bocca in bocca diffonde notizie, vere o false che siano, creando sensazione e novità, argomenti di dibattito e giudizi sommari, pianti e risa. Di domenica non c’è “phonia”, ossia non è in funzione il circuito di radio trasmittenti, che per il momento è il mezzo di comunicazione più veloce ed efficace, anche se con qualche rischio. La comunicazione alla radio trasmittente è “pubblica”, tutti coloro che sono sintonizzati sulla stessa frequenza possono ascoltare ed intervenire. Tutte le parrocchie della diocesi la usano, come anche i commercianti per gli ordinativi delle merci da acquistare, i parenti per comunicare con i figli lontani per gli studi… E’ così che una decina di giorni fa un nostro confratello in viaggio da Kisangani a Opienghe è stato aggredito e derubato dei soldi che portava: il salario degli insegnanti di quella zona. Aveva annunciato alla radio il viaggio e imprudentemente anche il carico “prezioso” che portava con se. Fortunatamente se l’è cavata con poco danno fisico e con molta paura.
Con una certa impazienza aspettiamo che migliorino anche le strade della comunicazione.
Giugno 1
Kinga
Sono passati almeno sei mesi da quando ho conosciuto Maria, una giovane di Nitoni, villaggio chiamato anche Bovotubu Siangwe, a voi scegliere quale nome utilizzare. Non abbiamo scambiato molte parole, ma qualche sguardo. E’ arrivata puntuale per la messa, preceduta dalla confessione. Abita a circa due chilometri e mezzo dalla cappella. Si accomoda sulle panche basse, credo sia la poliomielite a non permettergli di utilizzare gli arti inferiori, oramai da molto tempo. Quando deve spostarsi si appoggia sui pugni o sulle palme delle mani, trascinando piedi e gambe che, sorde, non intendono rispondere ai comandi. Non saprei dargli l’età, un viso sorridente, una grande dignità. Tra me penso a quali devono essere le difficoltà supplementari alle difficoltà di tutti: niente strade, niente mezzi di trasporto, niente acqua corrente in casa, niente doccia, niente gas per la cucina… Nello stesso tempo devo tentare di immaginare a quanta solidarietà gli sta intorno, una solidarietà di tutti i giorni, che gli ha permesso di arrivare qui oggi sorridente, ad accogliere l’Eucaristia. Nella lingua kiswahili non c’è una parola per tradurre solidarietà, si deve usare Umoja-Unità oppure Ushirika-Comunione, possono bastare. Come potrebbe arrivare qui una carrozzina per facilitargli gli spostamenti, un po’ più di movimento? Non sarebbe certamente utile una quelle carrozzine che utilizziamo normalmente nelle nostre case in Europa, su queste strade non avrebbero fortuna. Ma una simile a quelle viste a Kisangani o a Isiro, una di quelle carrozzine d’epoca, come si possono vedere ancora nei corridoi del Cottolengo, Opera della Provvidenza di Padova, dove le mani azionano un pedale. Ma chi può fabbricarle? Un nostro confratello a Kisangani, lui pure paralizzato, ha aperto un centro ed una serie di laboratori. Ma sarà possibile trasportarla fino a qui?
Tutto questo sei mesi fa, appunto. Quello che ho potuto fare si è limitato a sensibilizzare il piccolo gruppo CARITAS, dicendo che “qualcosa si dovrebbe fare”. Tautologia. Il cane si mangia la coda.Ma portare nel cuore le persone, non lasciare cadere il proposito permette alla Provvidenza di aprire strade. Un vecchio (anziano) missionario italiano di ritorno a Wamba dopo la necessaria manutenzione in Italia dei numerosi by pass, mi fa conoscere la sua attività e i numerosi kinga (biciclette) a tre ruote che ha fatto produrre da un piccolo laboratorio di Isiro, finanziati da qualche benefattore. Ed ecco che due kinga a tre ruote sono già pronti. Il camion che quindici giorni fa ci ha portato i sacchi di cemento, i fusti di carburante, le lamiere per il tetto, aveva anche i due kinga nuovi fiammanti. Ora non ci resta che consegnarli a domicilio, con la richiesta di un piccolissimo contributo che avrà lo scopo di aprire una “cassa di solidarietà” per le persone in difficoltà. Con Maria ci siamo intesi già. La famiglia è d’accordo nell’aiutarla ad utilizzare il nuovo mezzo e di averne cura. La comunità di Bovotubu Siangwe è stata concorde nell’accettare una migliore manutenzione del sentiero che dalla sua casa porta al centro del villaggio. Il secondo kinga non rimarrà parcheggiato, ha anche lui un destinatario qui in Babone. Voglio dire un grazie ai sentieri diritti della Provvidenza.
Subito dopo mangiato, quando non si è in brousse nei villaggi dell’interno, una piccola siesta è decisamente la benvenuta. Oggi qui ad Ibambi dove mi trovo da una settimana in sostituzione di due confratelli che sono rientrati per qualche mese in Europa, l’urgenza di una malata, giovane moglie del catechista di un villaggio a 4/6 chilometri, richiede di andare svelti con la macchina fino a Nebobongo, dodici chilometri delle nostre strade, ma un ospedale più attrezzato e almeno un medico in permanenza potranno forse fare qualcosa. Ci fermiamo al “Centre de Santé” per caricare la malata. La Land Rover non è un’autolettiga, la donna starà seduta sulla ruota di scorta, la testa tra le ginocchia di un’altra donna più anziana che l’accompagna. Attendo qualche istante perché viene caricata anche una sedia a sdraio, posate e pignatte, la lampada a petrolio, qualcosa da mangiare… quando si entra in ospedale non è il pigiama o la vestaglia di cui si ha bisogno, e non si parte mai da soli: i parenti “guarda malato” – come vengono chiamati – sono assolutamente indispensabili. Parlo allora con l’infermiera del “Centre de Santé”, domando di quale “urgenza” si tratti e mi pare di capire che si tratta di una gravidanza extrauterina… qualche rottura interna… il ventre teso… Partiamo, non serve la sirena, niente traffico, come sempre. Non cerco la velocità, all’interno della vettura sarebbe come dentro una barca in mare agitato, e quelli che stanno dietro soprattutto, senza sedili, ne uscirebbero seriamente ammaccati. La donna si lamenta, non piange e non grida ma dietro il mio sedile sento le smorfie di dolore. Per la strada il marito dà voce agli altri parenti che accorrevano da villaggio: l’itinerario è cambiato, non più al “Centre de Santé” d’Isiro ma a Nebo… occorrerà provvedere in fretta il necessario... I bambini come al solito salutano il passaggio della vettura, ma impegnato ad evitare il più possibile le buche oggi ne saluto la metà. Ora la malata non si lamenta più, la donna che la regge la chiama ripetutamente senza ricevere risposta; le grida nelle orecchie. Ci fermiamo per verificare si è ancora viva, non si sente il “polso”, ma nessuno di noi è esperto e vista l’agitazione del momento l’unica cosa da fare è continuare tanto più che non manca oramai molto. Finalmente ci siamo, all’arrivo della vettura qualcuno esce in fretta, mi volto a guardare dietro, la malata, e stavolta la bocca è aperta immobile e gli occhi un po’ spalancati. Non la scarichiamo neanche, sale l’infermiere con lo stetoscopio per confermare quello che già sappiamo… nulla da fare, “patologie come queste dovrebbero essere trattate subito con intervento d’urgenza… mi dispiace”, ci dice. Accorre molta gente, una giovane europea in camice bianco, la vedo per la prima volta ma non è il momento di fare conoscenza, ci stringiamo semplicemente la mano, il marito della malata è in lacrime non riesce più a reggersi…
Mestamente rientriamo, i bambini salutano ancora. Di nuovo i parenti lungo la strada… come tutto cambia in fretta… l’autolettiga adesso è un carro funebre riempito di gente, tutti gli odori confusi, guardo avanti ed ascolto singhiozzi e grida. Sulla strada deviamo lungo un pessimo sentiero per il villaggio del catechista. Il corpo della donna è sistemato su di un letto sotto una tettoia, la “barza”, il luogo di incontro e di accoglienza in mezzo ad un gruppo di abitazioni. Tutto il villaggio accorre, i più prossimi alla defunta si lasciano cadere sulla terra bagnata in un insieme di grida e di pianti, a stento riusciamo a fare un preghiera.
Partecipo al dolore e sfioro la sottile linea che separa vita e morte, e che trasforma un viaggio di salvezza nell’ultimo viaggio. La fede nella vita ulteriore che ci è promessa ci fa stare saldi e sperare che quel ultimo viaggio non è poi l’ultimo.
Ancora, a proposito di viaggi, qualche giorno dopo veniamo a sapere che la famiglia della donna, appartenente alla tribù vicina dei “Bangbweti”, è accorsa in forze per reclamarne il corpo, così da seppellirlo là dove la donna è nata: un viaggio supplementare, stavolta di un corpo senz’anima. Usanza che lascia tutti senza parole, noi così come i locali “Wabudu”. Il perché di queste tradizioni? Talvolta un giudizio immediato di disapprovazione è decisamente affrettato. Qualche tempo dopo vengo a sapere che alcune famiglie di Wabudu non seppelliscono il corpo della donna maritata ed entrata nella propria famiglia fino a quando non è stato pagato un qualche prezzo dalla famiglia di origine soprattutto se la dote non era stata ancora completata… La paura di rompere con qualche tradizione che “tutti obbliga” rimane forte. Giudicare? Non giudicare? Portare la Parola che tutti giudica!
Giugno 2
Comunicazioni
Oggi domenica abbiamo avuto la notizia improvvisa della morte di un direttore di scuola primaria, molto conosciuto per la sua professionalità ed impegno a favore della comunità locale, per la sua fede, per la cordialità … Ricoverato all’ospedale di Pawa è morto venerdì e la salma è oramai nel villaggio di Badedeka, una ventina di chilometri da Babonde. Con un gruppo di giovani partiamo nel primo pomeriggio per salutare la famiglia; ritirano dalla cassa cinque dollari per comperare un drappo da letto, che servirà come drappo funebre. Lungo tutto il percorso sono frastornato dai canti a squarciagola, interrotti solamente all’attraversamento dei piccoli ponti di legno quando tutti sono costretti a scendere per alleggerire il peso e per prudenza in caso di “cadute”.
Arrivati alla casa del defunto – un gruppo di capanne - stranamente non c’è nessuno all’esterno. Solitamente nel tempo del lutto i parenti e tutti coloro che vengono in visita si radunano all’esterno alternando silenzi, canti e danze, preghiere e commenti.
Subito accorrono i fratelli meravigliati, come tutti coloro che abbiamo incontrato lungo la strada, di vedere il veicolo della missione di domenica, senza programma prefissato di visita al villaggio. Immaginano che forse è con la macchina che la salma è trasportata dall’ospedale di Pawa distante una cinquantina di chilometri fino a lì, a Badedeka.
Poche parole per rendersi conto che la notizia è una falsa notizia, il “morto” non è morto. Siamo felici per il lutto soltanto immaginato e per qualche lacrima frettolosamente sparsa. Rimarrà come segno di un’amicizia vera.
Veniamo a sapere che la falsa notizia aveva iniziato a circolare fin da venerdì al mercato di Gatoa, inquietando i parenti che non ne sapevano nulla, fino ad acquistare il peso di realtà questa domenica mattina, divenendo ufficiale. Molti della famiglia e del villaggio sono già in viaggio a piedi ed altri si preparano per partire per la casa natale e per i giorni di lutto. Cerchiamo di rettificare la notizia comunicando scherzosamente, sulla strada del ritorno, a tutti quelli che incontriamo che: “è risorto”.
E’ già la seconda volta, a distanza di qualche settimana, che si verifica un fatto del genere. Appunto una ventina di giorni fa è stata la volta della moglie del catechista di Babonde. Il risvolto pittoresco da una parte e spiacevole dall’altra è che coloro che si sono messi in viaggio da molto lontano, arrivati alla casa del presunto vedovo, dopo una giornata di viaggio si sono dovuti fermare e rifocillare a spese del “povero”. Qualcuno ha avuto il coraggio di fermarsi due giorni, qualche altro tre, qualcuno è ancora lì a stazionare nella casa della “sempreviva” moglie.
Anche qui, come in ogni villaggio sparso per il mondo, c’è una “Radio Babonde” che di bocca in bocca diffonde notizie, vere o false che siano, creando sensazione e novità, argomenti di dibattito e giudizi sommari, pianti e risa. Di domenica non c’è “phonia”, ossia non è in funzione il circuito di radio trasmittenti, che per il momento è il mezzo di comunicazione più veloce ed efficace, anche se con qualche rischio. La comunicazione alla radio trasmittente è “pubblica”, tutti coloro che sono sintonizzati sulla stessa frequenza possono ascoltare ed intervenire. Tutte le parrocchie della diocesi la usano, come anche i commercianti per gli ordinativi delle merci da acquistare, i parenti per comunicare con i figli lontani per gli studi… E’ così che una decina di giorni fa un nostro confratello in viaggio da Kisangani a Opienghe è stato aggredito e derubato dei soldi che portava: il salario degli insegnanti di quella zona. Aveva annunciato alla radio il viaggio e imprudentemente anche il carico “prezioso” che portava con se. Fortunatamente se l’è cavata con poco danno fisico e con molta paura.
Con una certa impazienza aspettiamo che migliorino anche le strade della comunicazione.
Giugno 1
Kinga
Sono passati almeno sei mesi da quando ho conosciuto Maria, una giovane di Nitoni, villaggio chiamato anche Bovotubu Siangwe, a voi scegliere quale nome utilizzare. Non abbiamo scambiato molte parole, ma qualche sguardo. E’ arrivata puntuale per la messa, preceduta dalla confessione. Abita a circa due chilometri e mezzo dalla cappella. Si accomoda sulle panche basse, credo sia la poliomielite a non permettergli di utilizzare gli arti inferiori, oramai da molto tempo. Quando deve spostarsi si appoggia sui pugni o sulle palme delle mani, trascinando piedi e gambe che, sorde, non intendono rispondere ai comandi. Non saprei dargli l’età, un viso sorridente, una grande dignità. Tra me penso a quali devono essere le difficoltà supplementari alle difficoltà di tutti: niente strade, niente mezzi di trasporto, niente acqua corrente in casa, niente doccia, niente gas per la cucina… Nello stesso tempo devo tentare di immaginare a quanta solidarietà gli sta intorno, una solidarietà di tutti i giorni, che gli ha permesso di arrivare qui oggi sorridente, ad accogliere l’Eucaristia. Nella lingua kiswahili non c’è una parola per tradurre solidarietà, si deve usare Umoja-Unità oppure Ushirika-Comunione, possono bastare. Come potrebbe arrivare qui una carrozzina per facilitargli gli spostamenti, un po’ più di movimento? Non sarebbe certamente utile una quelle carrozzine che utilizziamo normalmente nelle nostre case in Europa, su queste strade non avrebbero fortuna. Ma una simile a quelle viste a Kisangani o a Isiro, una di quelle carrozzine d’epoca, come si possono vedere ancora nei corridoi del Cottolengo, Opera della Provvidenza di Padova, dove le mani azionano un pedale. Ma chi può fabbricarle? Un nostro confratello a Kisangani, lui pure paralizzato, ha aperto un centro ed una serie di laboratori. Ma sarà possibile trasportarla fino a qui?
Tutto questo sei mesi fa, appunto. Quello che ho potuto fare si è limitato a sensibilizzare il piccolo gruppo CARITAS, dicendo che “qualcosa si dovrebbe fare”. Tautologia. Il cane si mangia la coda.Ma portare nel cuore le persone, non lasciare cadere il proposito permette alla Provvidenza di aprire strade. Un vecchio (anziano) missionario italiano di ritorno a Wamba dopo la necessaria manutenzione in Italia dei numerosi by pass, mi fa conoscere la sua attività e i numerosi kinga (biciclette) a tre ruote che ha fatto produrre da un piccolo laboratorio di Isiro, finanziati da qualche benefattore. Ed ecco che due kinga a tre ruote sono già pronti. Il camion che quindici giorni fa ci ha portato i sacchi di cemento, i fusti di carburante, le lamiere per il tetto, aveva anche i due kinga nuovi fiammanti. Ora non ci resta che consegnarli a domicilio, con la richiesta di un piccolissimo contributo che avrà lo scopo di aprire una “cassa di solidarietà” per le persone in difficoltà. Con Maria ci siamo intesi già. La famiglia è d’accordo nell’aiutarla ad utilizzare il nuovo mezzo e di averne cura. La comunità di Bovotubu Siangwe è stata concorde nell’accettare una migliore manutenzione del sentiero che dalla sua casa porta al centro del villaggio. Il secondo kinga non rimarrà parcheggiato, ha anche lui un destinatario qui in Babone. Voglio dire un grazie ai sentieri diritti della Provvidenza.
mercoledì, aprile 11, 2007
Buona Pasqua a Bengwa
Bengwa
E’ notte e non sono molte le luci a risplendere stasera nella foresta di Babonde. Probabilmente è per questo che si sono date appuntamento qui da noi centinaia e centinaia di termiti alate in periodo di mutazione. La zanzariera alla porta rende il suo onesto servizio. La pioggia ha scoraggiato gli abitanti del villaggio e soprattutto i pigmei che in questa stagione accendono numerosi piccoli fuochi attorno ai termitieri per catturarle e farne cibo prelibato, da prendere in piccole dosi per non essere troppo turbati a livello di ventre.
Stiamo progressivamente entrando nella stagione delle “piccole” piogge. Abbiamo approfittato dei mesi di gennaio e febbraio per visitare i villaggi più difficili da raggiungere. E siamo giunti a Bengwa, la beniamina fra tutti i villaggi. Benjamin è il termine normalmente utilizzato per dire l’ultimo nato in famiglia, prendendo spunto dall’ultimo figlio tra i dodici del biblico Giacobbe, appunto Beniamino.
Bengwa la si raggiunge solo a piedi, non una strada per l’auto, non un percorso per la moto, ma neppure un bicicletta può arrivarci se non trasportandola a spalla, e allora “il gioco non vale la candela”. Ci sono cinque piccoli torrenti da superare salendo e scendendo le differenti colline per circa dodici chilometri. Talvolta il ruscello stesso è il sentiero, ci si cammina dentro senza grandi difficoltà grazie alla stagione favorevole, ed un paio di stivali è sufficiente. Ci fa da guida il giovane catechista assieme ad altre persone, qualcuno aiuta a portare le piccole valigie con il necessario per la Messa. Due ragazzine portano una sedia ciascuna, prese dal villaggio madre, Bevebendame. Può darsi che in tutta Bengwa non esista una sedia decente? In ogni caso mi è sfuggito di chiarire il piccolo dubbio. Con noi è anche un anziano pigmeo, bene integrato con la popolazione bantu. Ci chiediamo se ce la farà ad arrivare. Interrogativo superfluo, per lui nessun problema. Lungo la pista non ci sono imprevisti. Il pericolo più grosso che incontriamo sono le colonne di formiche rosse, vietato calpestarle, non perché mossi da spirito francescano, ma perché pizzicano terribilmente se riescono ad oltrepassare la soglia dei vestiti. Succede così che a diversi minuti di distanza da quando le si sono superate, quando oramai non le si ricorda nemmeno, una volta risalite le gambe, iniziano a pizzicare, tutte insieme come per accordo e… senza decenza.Sarà la prima volta di una messa a Bengwa, la prima volta per il battesimo dei catecumeni, l’inaugurazione della chiesetta, sarà siku kuu, giorno grande di festa, tra giornate troppo spesso uguali a se stesse nel mezzo della foresta e del lavoro dei campi. Un catechista responsabile, una chiesetta, la scansione delle feste e dei momenti della vita cristiana; un prete che di rado arriverà; ben presto una piccola scuola almeno per le prime classi elementari. Letta così la realtà, sembra dire semplicemente di un’organizzazione diversa della vita che si impianta. Qualcosa che dal di fuori arriva, mette da parte il vecchio e installa il nuovo. Ma non è così. Leggendo più in profondità si intuisce e ci si sente dire apertamente che quello che stiamo compiendo è un passo fatto insieme, cercato insieme per essere più… più uomini, più se stessi mettendo alla luce potenzialità nascoste… più consapevoli di essere amati da Dio, quindi di valere di più, più amabili… e più capaci di amare… più. Il passo che compiamo insieme, con una Eucaristia a Bengwa è ancora molto e molto di più, ma il mistero non si può descrivere, solamente intuire. Tuttavia è già una nuova nascita. Buona Pasqua a Bengwa.
E’ notte e non sono molte le luci a risplendere stasera nella foresta di Babonde. Probabilmente è per questo che si sono date appuntamento qui da noi centinaia e centinaia di termiti alate in periodo di mutazione. La zanzariera alla porta rende il suo onesto servizio. La pioggia ha scoraggiato gli abitanti del villaggio e soprattutto i pigmei che in questa stagione accendono numerosi piccoli fuochi attorno ai termitieri per catturarle e farne cibo prelibato, da prendere in piccole dosi per non essere troppo turbati a livello di ventre.
Stiamo progressivamente entrando nella stagione delle “piccole” piogge. Abbiamo approfittato dei mesi di gennaio e febbraio per visitare i villaggi più difficili da raggiungere. E siamo giunti a Bengwa, la beniamina fra tutti i villaggi. Benjamin è il termine normalmente utilizzato per dire l’ultimo nato in famiglia, prendendo spunto dall’ultimo figlio tra i dodici del biblico Giacobbe, appunto Beniamino.
Bengwa la si raggiunge solo a piedi, non una strada per l’auto, non un percorso per la moto, ma neppure un bicicletta può arrivarci se non trasportandola a spalla, e allora “il gioco non vale la candela”. Ci sono cinque piccoli torrenti da superare salendo e scendendo le differenti colline per circa dodici chilometri. Talvolta il ruscello stesso è il sentiero, ci si cammina dentro senza grandi difficoltà grazie alla stagione favorevole, ed un paio di stivali è sufficiente. Ci fa da guida il giovane catechista assieme ad altre persone, qualcuno aiuta a portare le piccole valigie con il necessario per la Messa. Due ragazzine portano una sedia ciascuna, prese dal villaggio madre, Bevebendame. Può darsi che in tutta Bengwa non esista una sedia decente? In ogni caso mi è sfuggito di chiarire il piccolo dubbio. Con noi è anche un anziano pigmeo, bene integrato con la popolazione bantu. Ci chiediamo se ce la farà ad arrivare. Interrogativo superfluo, per lui nessun problema. Lungo la pista non ci sono imprevisti. Il pericolo più grosso che incontriamo sono le colonne di formiche rosse, vietato calpestarle, non perché mossi da spirito francescano, ma perché pizzicano terribilmente se riescono ad oltrepassare la soglia dei vestiti. Succede così che a diversi minuti di distanza da quando le si sono superate, quando oramai non le si ricorda nemmeno, una volta risalite le gambe, iniziano a pizzicare, tutte insieme come per accordo e… senza decenza.Sarà la prima volta di una messa a Bengwa, la prima volta per il battesimo dei catecumeni, l’inaugurazione della chiesetta, sarà siku kuu, giorno grande di festa, tra giornate troppo spesso uguali a se stesse nel mezzo della foresta e del lavoro dei campi. Un catechista responsabile, una chiesetta, la scansione delle feste e dei momenti della vita cristiana; un prete che di rado arriverà; ben presto una piccola scuola almeno per le prime classi elementari. Letta così la realtà, sembra dire semplicemente di un’organizzazione diversa della vita che si impianta. Qualcosa che dal di fuori arriva, mette da parte il vecchio e installa il nuovo. Ma non è così. Leggendo più in profondità si intuisce e ci si sente dire apertamente che quello che stiamo compiendo è un passo fatto insieme, cercato insieme per essere più… più uomini, più se stessi mettendo alla luce potenzialità nascoste… più consapevoli di essere amati da Dio, quindi di valere di più, più amabili… e più capaci di amare… più. Il passo che compiamo insieme, con una Eucaristia a Bengwa è ancora molto e molto di più, ma il mistero non si può descrivere, solamente intuire. Tuttavia è già una nuova nascita. Buona Pasqua a Bengwa.
Sulla donna (1) … perché è lunga la storia...
Anche in Congo la festa dell’otto marzo è bene installata, giornata non lavorativa. A Babonde la chefferia organizza una giornata speciale, con discorsi, canti danze e defilè. La chefferia è il luogo amministrativo civile impiantato sulla struttura tradizionale di governo (anche se questa parola è un po’ grossa). La chefferia sta sopra il capo di località o villaggio – Babonde è una località – e sta sopra il capo di raggruppamento di un insieme di località. La nostra chefferia è la chefferia di Likasi della tribù dei Balika Katoriko. Sono i capi della famiglia regnante che eleggono il grande chef, riconosciuto dal governo centrale congolese e punto di riferimento locale per numerosissime questioni. Ovviamente fino ad oggi non c’è traccia di chef che siano state donne, ma non è questo il punto. Nel nuovo parlamento nazionale, recentemente installato vi è una piccola presenza di donne elette, segno che nelle città il clima culturale è cambiato, ma nei villaggi sarà raro trovare anche solo una direttrice di scuola, una infermiere titolare, una catechista.
Il disagio maggiore per me è quando mangiamo nelle piccole capanne di qualcuno del posto, a tavola sono rigorosamente i soli uomini. Le donne preparano il cibo, offrono l’acqua per lavarsi le mani, riempiono i bicchieri e… attendono in piedi, pronte a reagire se manca qualcosa, ma non siedono insieme. Il disagio comunque è solo mio per diversi motivi, poiché tavolo e sedie sono state recuperate per l’occasione dell’ospite, perché normalmente per il pasto familiare un solo grande recipiente serve l’acqua per tutta la famiglia, perché non ci sono piatti ma grandi foglie che hanno il pregio di non dover essere in seguito lavate e le mani costituiscono le primordiali postate. Perché infine, a tavola si mangia e non si parla e finito il proprio turno si lascia il posto agli altri numerosi che vengono dopo. Ecco che è del tutto eccezionale il “sedersi a tavola”. Altre volte sono stato tentato di definire la donna “mezzo di trasporto”. Lungo le rosse strade non vedremo mai una donna camminare senza un qualche peso addosso, legato dietro le spalle o portato sulla testa o ancora a patire dalla fronte con una corda, sospeso dietro la schiena… o tutto insieme. E’ infatti la donna con i suoi bambini che procura la legna per la cucina di ogni giorno, l’acqua da bere, il cibo per il mangiare. Non ho fatto l’esperienza, ma taniche di 20 litri d’acqua trasportati per qualche chilometro non sono uno scherzo, come un cesto di patate di manioca, talvolta nel mentre che si allatta un bambino al seno… qui davvero non posso fare l’esperienza… oppure una bracciata di legna non ancora seccata. Il clima “malarico” non permette la sopravvivenza di asini e forse la tentazione di assaggiare una carne “esotica” sarebbe troppo forte. La morfologia collinosa del terreno e l’inesistenza di carretti mi ha portato spesso ad associare le donne a robusti mezzi di trasporto. Per “par condicio” dovrò aggiungere che è dei maschi il lavoro del kumba kumba, il trasportatore di mercanzia in bicicletta, con viaggi di settimane, centinaia di chilometri e mediamente un centinaio di chili aggrappati sul portapacchi modificato.
Il disagio maggiore per me è quando mangiamo nelle piccole capanne di qualcuno del posto, a tavola sono rigorosamente i soli uomini. Le donne preparano il cibo, offrono l’acqua per lavarsi le mani, riempiono i bicchieri e… attendono in piedi, pronte a reagire se manca qualcosa, ma non siedono insieme. Il disagio comunque è solo mio per diversi motivi, poiché tavolo e sedie sono state recuperate per l’occasione dell’ospite, perché normalmente per il pasto familiare un solo grande recipiente serve l’acqua per tutta la famiglia, perché non ci sono piatti ma grandi foglie che hanno il pregio di non dover essere in seguito lavate e le mani costituiscono le primordiali postate. Perché infine, a tavola si mangia e non si parla e finito il proprio turno si lascia il posto agli altri numerosi che vengono dopo. Ecco che è del tutto eccezionale il “sedersi a tavola”. Altre volte sono stato tentato di definire la donna “mezzo di trasporto”. Lungo le rosse strade non vedremo mai una donna camminare senza un qualche peso addosso, legato dietro le spalle o portato sulla testa o ancora a patire dalla fronte con una corda, sospeso dietro la schiena… o tutto insieme. E’ infatti la donna con i suoi bambini che procura la legna per la cucina di ogni giorno, l’acqua da bere, il cibo per il mangiare. Non ho fatto l’esperienza, ma taniche di 20 litri d’acqua trasportati per qualche chilometro non sono uno scherzo, come un cesto di patate di manioca, talvolta nel mentre che si allatta un bambino al seno… qui davvero non posso fare l’esperienza… oppure una bracciata di legna non ancora seccata. Il clima “malarico” non permette la sopravvivenza di asini e forse la tentazione di assaggiare una carne “esotica” sarebbe troppo forte. La morfologia collinosa del terreno e l’inesistenza di carretti mi ha portato spesso ad associare le donne a robusti mezzi di trasporto. Per “par condicio” dovrò aggiungere che è dei maschi il lavoro del kumba kumba, il trasportatore di mercanzia in bicicletta, con viaggi di settimane, centinaia di chilometri e mediamente un centinaio di chili aggrappati sul portapacchi modificato.
venerdì, marzo 02, 2007
Donna
E’ ancora troppo presto per fare una riflessione sulla donna e la sua condizione a Babonde, per cercare di descriverne qualche aspetto di vita per intuire cosa anima il suo cuore.
In attesa di tempi maturi, di fronte alla evidente, apparente o supposta condizione di inferiorità, rileggo un antico testo, tratto dal Talmud, a commento del racconto biblico sulla creazione dell’umanità.
“… state molto attenti a far piangere una donna,
Dio poi conta le sue lacrime.
La donna è uscita dalla costola dell’uomo,
non dai piedi perché dovesse essere pestata,
né dalla testa per essergli superiore,
ma dal fianco per essere uguale…
Un po’ più in basso del braccio per essere protettaE dal lato del cuore per essere amata…”
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