venerdì, gennaio 18, 2008

MUNDIAL


E’ giorno di “Mundial” questa domenica dell’Epifania, è il giorno di mercato a Babonde, la domenica ogni quindici giorni: enfaticamente chiamato appunto “Mundial”. Quindi c’è molto più movimento dei numerosi che vengono dai villaggi vicini, anche alla missione c’è il via vai di persone che salutano si fermano, chiedono… Puntualmente anche Maria, ragazza di circa 25 anni, tre figli a carico, disturbata psichicamente dall’epilessia, numerose cicatrici qua e là, segni di bruciature sul collo di quella volta che è caduta sopra le braci del fuoco è lì è rimasta fino al passaggio della crisi . Normalmente chiede un piccolo aiuto economico, di volta in volta, per acquistare del sale, del riso, del pesce salato per lei ed i suoi bambini, una pentola, una bottiglia di olio in questo periodo quando i prezzi sono più che raddoppiati, vista la carenza nella stagione secca. Qualche volta “rompe” ma è simpatica, oggi viene con un piccolo uovo di gallina in dono, altre volte, quando è stagione, con la gbombolia, la noce di cola. Da un po’ di mesi il mio confratello, molto più ferrato di me in medicina, la aiuta con il Fenobarbital, una compressa al giorno… le cose vanno decisamente meglio, ed anche quello che dice è più articolato e comprensibile: lei parla di preferenza il kilika, io l’italiano ed il francese (oltre al veneto), tentiamo così di comprenderci in kiswahili. Dice che è stanca di essere trattata come un animale o di vivere come un animale o di dormire dove vivono gli animali (non ho potuto ben distinguere). Lei è sola con i sui bambini al villaggio – ossia la famiglia allargata – e nessuno si cura di lei. Quindi, con molta semplicità propone di venire a vivere qui nella nostra casa (la popolazione lo chiama “couvent”, convento), assicura che non ruberà nulla e si comporterà bene. Scambiamo qualche parola, le do il piccolo aiuto, constatiamo insieme che è molto cambiata in meglio e che se continua così potrà ricevere il rispetto da quelli della sua famiglia e le cose sicuramente potranno migliorare. Da pochi giorni ero rientrato da Isiro dove avevo scaricato le mail, così nel pomeriggio mi metto a leggerne qualcuna. Tra queste gli auguri di un amico prete, missionario che interpreta il suo Natale e la venuta del figlio di Maria, con le parole di Gesù a Lazzaro: “oggi devo fermarmi a casa tua”. Maria disturbata psichicamente, il questo giorno dell’epifania è la manifestazione del Signore a me. Non credo sarà la cosa giusta tentare di vedere se effettivamente potrà vivere qui, ma la sua domanda resta e chiede una risposta. Occorrerà scendere dall’albero.

domenica, gennaio 06, 2008

chef...


I Pigmei di Badedeka
E’ il 2 dicembre e scrivo in una afosa serata pensando alla giornata di Badedeka, mercoledì scorso. A Badedeka da più tempo, rispetto a qualsiasi altro accampamento, sono “usciti” dalla foresta i pigmei, per installarsi a fianco del villaggio dei nyeusi ossia dei neri, nome con il quale i pigmei chiamano i bantù, popolazione locale che arrivò in questi territori solo in tempi recenti rispetto agli abitanti primitivi, i pigmei appunto. I pigmei rispetto ai neri bantu sono effettivamente un po’ più chiari di carnagione, e piccoli! Per quale motivo i pigmei escano dalla foresta non è facile a dire, si possono mettere insieme un po’ di cose. Nella stagione delle piogge quando la caccia è difficile e i frutti sono scarsi è la necessità di procurarsi da mangiare, rubando qualcosa nei campi dei bantu che praticano l’agricoltura. Il loro furto non è mai in grande scala, prendono il necessario per la sopravvivenza del giorno. Oppure escono dalla foresta in cerca di cure laddove la loro medicina tradizionale non riesce ad arrivare; molte volte sono ferite alle gambe procurate da spine o per qualche parto difficile. Ancora un motivo è la grande curiosità di vedere e conoscere, i mercati soprattutto. Ultimamente un’azione di promozione del popolo pigmeo li spinge a riunirsi in accampamenti dove imparano a costruire delle case più decenti delle loro tende fatte di piccoli rami intrecciati e di foglie; imparano un po’ di norme igieniche, a costruire un gabinetto a praticare la coltivazione dei campi e ad inviare i figli ad una scuola pensata apposta per loro, per poterli introdurre in seguito alla scuola elementare statale. E’ un popolo semplice ed ingenuo, sincero ed immediato. Della foresta conoscono i segreti ma nella vita sociale dei bantu si sentono “fuori casa” e nutrono un senso di inferiorità che fa sì che siano spesso sfruttati. Per contro i bantu li hanno per lungo tempo considerati inferiori a loro, mezzi uomini, non solo in statura ma in dignità La mancanza di vestiti, la difficoltà della lingua, la non conoscenza del valore del denaro sono altri elementi che li contraddistinguono. Lavorano a giornata nei campi dei bantu in cambio di un po’ di cibo, qualche bicchiere di vino di palma o di un po’ di banghi (canapa indiana). In gruppi organizzati partecipano al lutto o alla festa delle famiglie, dove sono chiamati per animare o rallegrare con le loro musiche e danze i convenuti.
Qualche decina d’anni fa i pigmei di Badedeka che decidevano di uscire dalla foresta ed abitare a fianco ai bantu, venivano organizzati in un modo che ogni famiglia fosse affidata ad un bantu che ne diveniva il responsabile, ma si potrebbe anche dire il padrone. Erano così aiutati a costruire una loro piccola casetta, lavoravano i campi insieme al loro capo bantu, con lui e per lui facevano la caccia e ne godevano la protezione. Quest’ultimo doveva rispondere per loro di fronte alla società civile rispetto ad eventuali mancanze o disordini provocati da pigmei. Allora come oggi, se ad un certo punto i pigmei si sentono minacciati, o la stagione secca della caccia diventa un richiamo troppo forte, lasciano il tutto e rientrano nella foresta, loro “madre” sempre accogliente.
In questi ultimi anni il capo della chefferia bantu ha nominato un pigmeo chef della chefferia dei pigmei, ma la malattia d’essere capo ha infettato in fretta il semplice pigmeo. E’ appunto oggi che tutti insieme discutiamo sotto un albero di alcuni atti arbitrari che lo chef pigmeo ha commesso, con l’aiuto della sua polizia, nei confronti dei suoi pigmei accusando per contro un “animatore” bantu, ossia una persona che incoraggia i pigmei a costruire delle case, a costruire dei WC (vi manderò in seguito delle foto) ad iniziare la coltivazione dei campi, a farsi curare al dispensario. Parliamo per ore, un po’ in kiswahili e molto in kilika (loro, non io, ma mi sono fatto accompagnare da Celestin della commissione giustizia e pace di Babonde). Alla fine tutto è chiarito, l’animatore bantu non ha colpe; lo chef pigmeo riconosce di avere abusato ed esagerato, ma domanda che lo si aiuti a costruire una casa per lui e per gli ospiti. Ci dividiamo un po’ di gbombolia, il nome locale della amara noce di cola, segno di accoglienza e di amicizia.

Pronti per la festa


Natale 2007

5,30 del mattino, è domenica dell’Epifania, sono ad Isiro. La messa dovrebbe essere alle 6.00 poco lontano da qui, assieme ad un padre della Consolata, dove sono ospite ogni volta che vengo in città. Al contrario ci siamo accordati con due coppie di spagnoli per celebrare in francese. Sono missionari laici che rimangono in Africa per un progetto di tre anni. Uno di essi è un ragazzo molto capace con internet, così prendo accordi con lui per tentare di progettare una connessione a Babonde. Ad Isiro la lingua della liturgia è lingala, io oramai conosco un po’ di kiswahili e sarei un semplice ascoltatore. Loro soffrono ancora del “non capire niente” e li comprendo benissimo, celebreremo un po’ più tardi e ne approfitto per un saluto a tutti giusto nel giorno che conclude le feste di Natale, appunto l’Epifania… si potrebbe anche dire “manifestazione del Signore”, manifestazione non di tipo sindacale, sportivo, politico o folcloristico. Se penso al Natale di Babonde, confrontato con quello di casa nostra, devo dire che di “manifestazioni” ce ne sono poche. Fuori della chiesa l’unico segno visibile sono i presepi preparati dai ragazzi: piccole casette di rami di “rafia” ornati con qualcosa che può assomigliare al nostro muschio. Nella più parte dei casi le statue mancano completamente o sono costruite qualche giorno avanti con dell’argilla. Il commento di Fini (diminutivo di Josephine), una delle ragazze spagnole è stato il classico: “non sembrava neanche Natale”.
Da parte mia il Natale ho cominciato a celebrarlo la vigilia a Bamoka, all’aperto sotto una tettoia di rami di palma in occasione del quarantesimo giorno dopo il matanga; ossia il giorno della festa dopo il lutto. Nel pomeriggio invece a Badedeka, confessando lungamente attendendo il buio. La mezzanotte è stata anticipata alle 19.00 e qualche lampada a petrolio illuminava la chiesa in legno fango e paglia… una capanna un po’ “maggiorata”. Cinque i canti di ingresso. Nella predica quando si arriva a dire che Gesù è nato poveramente, è inevitabile sentire qualche borbotto e commento sommesso di approvazione. Ci si identifica con quest’uomo Gesù e con la giovane madre Maria, superando le barriere degli anni, della cultura, dell’etnia… se da parte sua Dio si fa uomo, l’uomo si identifica nella storia di questo nuovo nato, e patisce insieme, gioia e affanno. La notte l’ho passata a Badedeka senza danno. Facendo il viaggio qualcuno mi sconsigliava di farlo perché si raccontano storie di sorciers (uomini o donne che fanno malefici straordinari) secondo le quali un altro prete che vi aveva dormito anni fa era stato trasportato fuori della sua casa durante il sonno… La mattina di Natale, questa volta a Bavamabutu in molti mi hanno chiesto come avevo passato la notte. Le messe tre, ma la mia predica unica, non posso permettermi il lusso di improvvisare, non per il rischio di dire stupidaggini, ma per la lingua che non possiedo ancora così da poter parlare liberamente, quindi con tanta fatica scrivo… quando l’unica predica scritta prima di venire in Africa è stata quella della mia prima Messa.
Tra le altre cose mi soffermo un po’ sulla figura di Maria, la fecondità della sua verginità è stata colmata dalla azione di Dio. In questo contesto, come al tempo di Maria d’altronde, una donna senza figli non ha valore, è albero senza frutti. Possiamo credere che Dio ha la forza di portare frutti in ognuno che si affida e si rende disponibile a lui?Buon Natale a Tutti, buon Anno, a risentirci. p. Renzo

mercoledì, ottobre 24, 2007

posta


Ciao, alcuni problemi con la casella postale inattiva da tempo mi hanno fatto perdere tutta la vostra corrispondenza degli ultimi mesi ossia dal mese di giungo, mi dispiace tantissimo, avevo bisogno di “sentirvi” o leggervi. Coloro che mi avessero scritto e che non hanno avuto risposta possono tentare di inviare nuovamente allo stesso indirizzo: renzo.busana@dehoniani.itCiao Ciao.

La vita continua

Il « figlio » di Nangaa
E' giovedì, Nangaa oggi è preoccupato, suo figlio è malato, da ieri, ha ilcollo che progressivamente di irrigidisce. Chiede un aiuto per pagare lapiccola spesa della consultazione. Verso la fine della mattinata larisposta, si tratta di tetano. Alcuni giorni prima suo figlio è statocirconciso. E' il Kombi: due famiglie che decidono di stringere un legame diamicizia e di fraternità attraverso la circoncisione dei rispettivi figlimaschi. Il sangue dei due bimbi viene mescolato, è un patto che acquista ilpeso e l'importanza della familiarità. I membri delle rispettive famigliecosì come i nipoti non potranno sposarsi tra loro. In caso di bisogno siporteranno soccorso. E' una grande festa.In questi ultimi tempi si fa normalmente ricorso ad un infermiere che,direttamente nel centro di "santè" o trasferendosi personalmente presso lafamiglia ove si svolge la cerimonia, compie il piccolo intervento.Nel caso di Nangaa, lui ha scelto un ragazzo di sala, non un infermiere,quindi senza esperienza e con chissà quali strumenti. Ora il pasticcio ècombinato e si rivela enormemente grave.Sono già passati diversi giorni. Non c'è il siero a Babonde, occorre andarea Nebobongo, 35 chilometri di strade di "brousse". Celestin, il nostromeccanico ed autista prende la moto, carica la mamma ed il bambino. un po'di soldi per il siero. è un farmaco vitale, penso, non costerà molto. Nellafamiglia di Nangaa, come nel novantacinque per cento delle famiglie,affrontare una emergenza sanitaria è un rebus da risolvere sul momento.Alcun risparmio in casa, nessuna cura gratuita. Molto spesso coloro chegiungono all'ospedale vi giungono troppo tardi. Dopo un paio d'ore Celestintorna, solo. A Nebobongo non hanno il siero, i soldi sono bastati appena peracquistare alcuni medicinali, alti ne mancano e si possono trovare adIbambi, ma per il siero, la cosa più importante occorrerà cercarlo a Pawa,45 chilometri o Isiro, 90 chilometri. La giornata è piovosa e la calata delbuio non è lontana. Un viaggio di andata e ritorno non è pensabile.L'infermiereresponsabile ci informa che normalmente Pawa si rifornisce di siero aNebobongo, quindi necessariamente occorre andare ad Isiro. Il telefonostavolta è benedetto, anche se la comunicazione è instabile. Un prete amicodi Isiro tenterà di acquistare la quantità sufficiente cercare una moto taxie di inviarlo il mattino seguente. Appuntamento a Nebobongo alle 8 delmattino dove il bimbo è ricoverato. Nangaa sarà lì ad aspettare la medicina,gli lasciamo moto e carburante. Grazie al siero il bimbo, sette anni emezzo, ha un piccolo miglioramento, fino a domenica tutto bene, ma poi dinuovo un irrigidimento del corpo e. alla fine ci ha lasciato.Molti pensieri. Commozione.Riti antichi, significati attuali e belli. Negligenze igieniche,superficialità e ritardi catastrofici. Povertà economica delle famiglie edeficienze sanitarie croniche.Martedì è stato il giorno del Kilio, del lutto e del seppellimento. E' soloin quel momento che "scopro" che il bimbo morto è il bimbo dell'altrafamiglia con la quale Nangaa e i suoi si sono legati, ma appunto, Nangaal'hasempre chiamato "mio figlio" così come deve essere a partire dallacirconcisione.Gli zii del bimbo morto, che in tutte le famiglie hanno la tutela dellasposa e dei suoi figli, sono in collera con Nangaa, è lui che ha cercato echiamato l'uomo per fare la circoncisione. ha voluto uccidere il bambino?Perché solo uno si è ammalato ed è morto? La legge proibisce di lasciar farela circoncisione a persone non autorizzate. Per evitare ulteriori litigi, epoiché le famiglie continueranno ad essere legate tra loro, Nangaa pacificagli zii donando loro a titolo di risarcimento una capra ed un maiale.
La vita continua.

Da Molto tempo

4 luglio 2007 – Autolettiga?
Subito dopo mangiato, quando non si è in brousse nei villaggi dell’interno, una piccola siesta è decisamente la benvenuta. Oggi qui ad Ibambi dove mi trovo da una settimana in sostituzione di due confratelli che sono rientrati per qualche mese in Europa, l’urgenza di una malata, giovane moglie del catechista di un villaggio a 4/6 chilometri, richiede di andare svelti con la macchina fino a Nebobongo, dodici chilometri delle nostre strade, ma un ospedale più attrezzato e almeno un medico in permanenza potranno forse fare qualcosa. Ci fermiamo al “Centre de Santé” per caricare la malata. La Land Rover non è un’autolettiga, la donna starà seduta sulla ruota di scorta, la testa tra le ginocchia di un’altra donna più anziana che l’accompagna. Attendo qualche istante perché viene caricata anche una sedia a sdraio, posate e pignatte, la lampada a petrolio, qualcosa da mangiare… quando si entra in ospedale non è il pigiama o la vestaglia di cui si ha bisogno, e non si parte mai da soli: i parenti “guarda malato” – come vengono chiamati – sono assolutamente indispensabili. Parlo allora con l’infermiera del “Centre de Santé”, domando di quale “urgenza” si tratti e mi pare di capire che si tratta di una gravidanza extrauterina… qualche rottura interna… il ventre teso… Partiamo, non serve la sirena, niente traffico, come sempre. Non cerco la velocità, all’interno della vettura sarebbe come dentro una barca in mare agitato, e quelli che stanno dietro soprattutto, senza sedili, ne uscirebbero seriamente ammaccati. La donna si lamenta, non piange e non grida ma dietro il mio sedile sento le smorfie di dolore. Per la strada il marito dà voce agli altri parenti che accorrevano da villaggio: l’itinerario è cambiato, non più al “Centre de Santé” d’Isiro ma a Nebo… occorrerà provvedere in fretta il necessario... I bambini come al solito salutano il passaggio della vettura, ma impegnato ad evitare il più possibile le buche oggi ne saluto la metà. Ora la malata non si lamenta più, la donna che la regge la chiama ripetutamente senza ricevere risposta; le grida nelle orecchie. Ci fermiamo per verificare si è ancora viva, non si sente il “polso”, ma nessuno di noi è esperto e vista l’agitazione del momento l’unica cosa da fare è continuare tanto più che non manca oramai molto. Finalmente ci siamo, all’arrivo della vettura qualcuno esce in fretta, mi volto a guardare dietro, la malata, e stavolta la bocca è aperta immobile e gli occhi un po’ spalancati. Non la scarichiamo neanche, sale l’infermiere con lo stetoscopio per confermare quello che già sappiamo… nulla da fare, “patologie come queste dovrebbero essere trattate subito con intervento d’urgenza… mi dispiace”, ci dice. Accorre molta gente, una giovane europea in camice bianco, la vedo per la prima volta ma non è il momento di fare conoscenza, ci stringiamo semplicemente la mano, il marito della malata è in lacrime non riesce più a reggersi…
Mestamente rientriamo, i bambini salutano ancora. Di nuovo i parenti lungo la strada… come tutto cambia in fretta… l’autolettiga adesso è un carro funebre riempito di gente, tutti gli odori confusi, guardo avanti ed ascolto singhiozzi e grida. Sulla strada deviamo lungo un pessimo sentiero per il villaggio del catechista. Il corpo della donna è sistemato su di un letto sotto una tettoia, la “barza”, il luogo di incontro e di accoglienza in mezzo ad un gruppo di abitazioni. Tutto il villaggio accorre, i più prossimi alla defunta si lasciano cadere sulla terra bagnata in un insieme di grida e di pianti, a stento riusciamo a fare un preghiera.
Partecipo al dolore e sfioro la sottile linea che separa vita e morte, e che trasforma un viaggio di salvezza nell’ultimo viaggio. La fede nella vita ulteriore che ci è promessa ci fa stare saldi e sperare che quel ultimo viaggio non è poi l’ultimo.
Ancora, a proposito di viaggi, qualche giorno dopo veniamo a sapere che la famiglia della donna, appartenente alla tribù vicina dei “Bangbweti”, è accorsa in forze per reclamarne il corpo, così da seppellirlo là dove la donna è nata: un viaggio supplementare, stavolta di un corpo senz’anima. Usanza che lascia tutti senza parole, noi così come i locali “Wabudu”. Il perché di queste tradizioni? Talvolta un giudizio immediato di disapprovazione è decisamente affrettato. Qualche tempo dopo vengo a sapere che alcune famiglie di Wabudu non seppelliscono il corpo della donna maritata ed entrata nella propria famiglia fino a quando non è stato pagato un qualche prezzo dalla famiglia di origine soprattutto se la dote non era stata ancora completata… La paura di rompere con qualche tradizione che “tutti obbliga” rimane forte. Giudicare? Non giudicare? Portare la Parola che tutti giudica!

Giugno 2
Comunicazioni

Oggi domenica abbiamo avuto la notizia improvvisa della morte di un direttore di scuola primaria, molto conosciuto per la sua professionalità ed impegno a favore della comunità locale, per la sua fede, per la cordialità … Ricoverato all’ospedale di Pawa è morto venerdì e la salma è oramai nel villaggio di Badedeka, una ventina di chilometri da Babonde. Con un gruppo di giovani partiamo nel primo pomeriggio per salutare la famiglia; ritirano dalla cassa cinque dollari per comperare un drappo da letto, che servirà come drappo funebre. Lungo tutto il percorso sono frastornato dai canti a squarciagola, interrotti solamente all’attraversamento dei piccoli ponti di legno quando tutti sono costretti a scendere per alleggerire il peso e per prudenza in caso di “cadute”.
Arrivati alla casa del defunto – un gruppo di capanne - stranamente non c’è nessuno all’esterno. Solitamente nel tempo del lutto i parenti e tutti coloro che vengono in visita si radunano all’esterno alternando silenzi, canti e danze, preghiere e commenti.
Subito accorrono i fratelli meravigliati, come tutti coloro che abbiamo incontrato lungo la strada, di vedere il veicolo della missione di domenica, senza programma prefissato di visita al villaggio. Immaginano che forse è con la macchina che la salma è trasportata dall’ospedale di Pawa distante una cinquantina di chilometri fino a lì, a Badedeka.
Poche parole per rendersi conto che la notizia è una falsa notizia, il “morto” non è morto. Siamo felici per il lutto soltanto immaginato e per qualche lacrima frettolosamente sparsa. Rimarrà come segno di un’amicizia vera.
Veniamo a sapere che la falsa notizia aveva iniziato a circolare fin da venerdì al mercato di Gatoa, inquietando i parenti che non ne sapevano nulla, fino ad acquistare il peso di realtà questa domenica mattina, divenendo ufficiale. Molti della famiglia e del villaggio sono già in viaggio a piedi ed altri si preparano per partire per la casa natale e per i giorni di lutto. Cerchiamo di rettificare la notizia comunicando scherzosamente, sulla strada del ritorno, a tutti quelli che incontriamo che: “è risorto”.
E’ già la seconda volta, a distanza di qualche settimana, che si verifica un fatto del genere. Appunto una ventina di giorni fa è stata la volta della moglie del catechista di Babonde. Il risvolto pittoresco da una parte e spiacevole dall’altra è che coloro che si sono messi in viaggio da molto lontano, arrivati alla casa del presunto vedovo, dopo una giornata di viaggio si sono dovuti fermare e rifocillare a spese del “povero”. Qualcuno ha avuto il coraggio di fermarsi due giorni, qualche altro tre, qualcuno è ancora lì a stazionare nella casa della “sempreviva” moglie.
Anche qui, come in ogni villaggio sparso per il mondo, c’è una “Radio Babonde” che di bocca in bocca diffonde notizie, vere o false che siano, creando sensazione e novità, argomenti di dibattito e giudizi sommari, pianti e risa. Di domenica non c’è “phonia”, ossia non è in funzione il circuito di radio trasmittenti, che per il momento è il mezzo di comunicazione più veloce ed efficace, anche se con qualche rischio. La comunicazione alla radio trasmittente è “pubblica”, tutti coloro che sono sintonizzati sulla stessa frequenza possono ascoltare ed intervenire. Tutte le parrocchie della diocesi la usano, come anche i commercianti per gli ordinativi delle merci da acquistare, i parenti per comunicare con i figli lontani per gli studi… E’ così che una decina di giorni fa un nostro confratello in viaggio da Kisangani a Opienghe è stato aggredito e derubato dei soldi che portava: il salario degli insegnanti di quella zona. Aveva annunciato alla radio il viaggio e imprudentemente anche il carico “prezioso” che portava con se. Fortunatamente se l’è cavata con poco danno fisico e con molta paura.
Con una certa impazienza aspettiamo che migliorino anche le strade della comunicazione.


Giugno 1
Kinga

Sono passati almeno sei mesi da quando ho conosciuto Maria, una giovane di Nitoni, villaggio chiamato anche Bovotubu Siangwe, a voi scegliere quale nome utilizzare. Non abbiamo scambiato molte parole, ma qualche sguardo. E’ arrivata puntuale per la messa, preceduta dalla confessione. Abita a circa due chilometri e mezzo dalla cappella. Si accomoda sulle panche basse, credo sia la poliomielite a non permettergli di utilizzare gli arti inferiori, oramai da molto tempo. Quando deve spostarsi si appoggia sui pugni o sulle palme delle mani, trascinando piedi e gambe che, sorde, non intendono rispondere ai comandi. Non saprei dargli l’età, un viso sorridente, una grande dignità. Tra me penso a quali devono essere le difficoltà supplementari alle difficoltà di tutti: niente strade, niente mezzi di trasporto, niente acqua corrente in casa, niente doccia, niente gas per la cucina… Nello stesso tempo devo tentare di immaginare a quanta solidarietà gli sta intorno, una solidarietà di tutti i giorni, che gli ha permesso di arrivare qui oggi sorridente, ad accogliere l’Eucaristia. Nella lingua kiswahili non c’è una parola per tradurre solidarietà, si deve usare Umoja-Unità oppure Ushirika-Comunione, possono bastare. Come potrebbe arrivare qui una carrozzina per facilitargli gli spostamenti, un po’ più di movimento? Non sarebbe certamente utile una quelle carrozzine che utilizziamo normalmente nelle nostre case in Europa, su queste strade non avrebbero fortuna. Ma una simile a quelle viste a Kisangani o a Isiro, una di quelle carrozzine d’epoca, come si possono vedere ancora nei corridoi del Cottolengo, Opera della Provvidenza di Padova, dove le mani azionano un pedale. Ma chi può fabbricarle? Un nostro confratello a Kisangani, lui pure paralizzato, ha aperto un centro ed una serie di laboratori. Ma sarà possibile trasportarla fino a qui?
Tutto questo sei mesi fa, appunto. Quello che ho potuto fare si è limitato a sensibilizzare il piccolo gruppo CARITAS, dicendo che “qualcosa si dovrebbe fare”. Tautologia. Il cane si mangia la coda.Ma portare nel cuore le persone, non lasciare cadere il proposito permette alla Provvidenza di aprire strade. Un vecchio (anziano) missionario italiano di ritorno a Wamba dopo la necessaria manutenzione in Italia dei numerosi by pass, mi fa conoscere la sua attività e i numerosi kinga (biciclette) a tre ruote che ha fatto produrre da un piccolo laboratorio di Isiro, finanziati da qualche benefattore. Ed ecco che due kinga a tre ruote sono già pronti. Il camion che quindici giorni fa ci ha portato i sacchi di cemento, i fusti di carburante, le lamiere per il tetto, aveva anche i due kinga nuovi fiammanti. Ora non ci resta che consegnarli a domicilio, con la richiesta di un piccolissimo contributo che avrà lo scopo di aprire una “cassa di solidarietà” per le persone in difficoltà. Con Maria ci siamo intesi già. La famiglia è d’accordo nell’aiutarla ad utilizzare il nuovo mezzo e di averne cura. La comunità di Bovotubu Siangwe è stata concorde nell’accettare una migliore manutenzione del sentiero che dalla sua casa porta al centro del villaggio. Il secondo kinga non rimarrà parcheggiato, ha anche lui un destinatario qui in Babone. Voglio dire un grazie ai sentieri diritti della Provvidenza.

mercoledì, aprile 11, 2007

Buona Pasqua a Bengwa

Bengwa
E’ notte e non sono molte le luci a risplendere stasera nella foresta di Babonde. Probabilmente è per questo che si sono date appuntamento qui da noi centinaia e centinaia di termiti alate in periodo di mutazione. La zanzariera alla porta rende il suo onesto servizio. La pioggia ha scoraggiato gli abitanti del villaggio e soprattutto i pigmei che in questa stagione accendono numerosi piccoli fuochi attorno ai termitieri per catturarle e farne cibo prelibato, da prendere in piccole dosi per non essere troppo turbati a livello di ventre.
Stiamo progressivamente entrando nella stagione delle “piccole” piogge. Abbiamo approfittato dei mesi di gennaio e febbraio per visitare i villaggi più difficili da raggiungere. E siamo giunti a Bengwa, la beniamina fra tutti i villaggi. Benjamin è il termine normalmente utilizzato per dire l’ultimo nato in famiglia, prendendo spunto dall’ultimo figlio tra i dodici del biblico Giacobbe, appunto Beniamino.
Bengwa la si raggiunge solo a piedi, non una strada per l’auto, non un percorso per la moto, ma neppure un bicicletta può arrivarci se non trasportandola a spalla, e allora “il gioco non vale la candela”. Ci sono cinque piccoli torrenti da superare salendo e scendendo le differenti colline per circa dodici chilometri. Talvolta il ruscello stesso è il sentiero, ci si cammina dentro senza grandi difficoltà grazie alla stagione favorevole, ed un paio di stivali è sufficiente. Ci fa da guida il giovane catechista assieme ad altre persone, qualcuno aiuta a portare le piccole valigie con il necessario per la Messa. Due ragazzine portano una sedia ciascuna, prese dal villaggio madre, Bevebendame. Può darsi che in tutta Bengwa non esista una sedia decente? In ogni caso mi è sfuggito di chiarire il piccolo dubbio. Con noi è anche un anziano pigmeo, bene integrato con la popolazione bantu. Ci chiediamo se ce la farà ad arrivare. Interrogativo superfluo, per lui nessun problema. Lungo la pista non ci sono imprevisti. Il pericolo più grosso che incontriamo sono le colonne di formiche rosse, vietato calpestarle, non perché mossi da spirito francescano, ma perché pizzicano terribilmente se riescono ad oltrepassare la soglia dei vestiti. Succede così che a diversi minuti di distanza da quando le si sono superate, quando oramai non le si ricorda nemmeno, una volta risalite le gambe, iniziano a pizzicare, tutte insieme come per accordo e… senza decenza.Sarà la prima volta di una messa a Bengwa, la prima volta per il battesimo dei catecumeni, l’inaugurazione della chiesetta, sarà siku kuu, giorno grande di festa, tra giornate troppo spesso uguali a se stesse nel mezzo della foresta e del lavoro dei campi. Un catechista responsabile, una chiesetta, la scansione delle feste e dei momenti della vita cristiana; un prete che di rado arriverà; ben presto una piccola scuola almeno per le prime classi elementari. Letta così la realtà, sembra dire semplicemente di un’organizzazione diversa della vita che si impianta. Qualcosa che dal di fuori arriva, mette da parte il vecchio e installa il nuovo. Ma non è così. Leggendo più in profondità si intuisce e ci si sente dire apertamente che quello che stiamo compiendo è un passo fatto insieme, cercato insieme per essere più… più uomini, più se stessi mettendo alla luce potenzialità nascoste… più consapevoli di essere amati da Dio, quindi di valere di più, più amabili… e più capaci di amare… più. Il passo che compiamo insieme, con una Eucaristia a Bengwa è ancora molto e molto di più, ma il mistero non si può descrivere, solamente intuire. Tuttavia è già una nuova nascita. Buona Pasqua a Bengwa.

Sulla donna (1) … perché è lunga la storia...

Anche in Congo la festa dell’otto marzo è bene installata, giornata non lavorativa. A Babonde la chefferia organizza una giornata speciale, con discorsi, canti danze e defilè. La chefferia è il luogo amministrativo civile impiantato sulla struttura tradizionale di governo (anche se questa parola è un po’ grossa). La chefferia sta sopra il capo di località o villaggio – Babonde è una località – e sta sopra il capo di raggruppamento di un insieme di località. La nostra chefferia è la chefferia di Likasi della tribù dei Balika Katoriko. Sono i capi della famiglia regnante che eleggono il grande chef, riconosciuto dal governo centrale congolese e punto di riferimento locale per numerosissime questioni. Ovviamente fino ad oggi non c’è traccia di chef che siano state donne, ma non è questo il punto. Nel nuovo parlamento nazionale, recentemente installato vi è una piccola presenza di donne elette, segno che nelle città il clima culturale è cambiato, ma nei villaggi sarà raro trovare anche solo una direttrice di scuola, una infermiere titolare, una catechista.
Il disagio maggiore per me è quando mangiamo nelle piccole capanne di qualcuno del posto, a tavola sono rigorosamente i soli uomini. Le donne preparano il cibo, offrono l’acqua per lavarsi le mani, riempiono i bicchieri e… attendono in piedi, pronte a reagire se manca qualcosa, ma non siedono insieme. Il disagio comunque è solo mio per diversi motivi, poiché tavolo e sedie sono state recuperate per l’occasione dell’ospite, perché normalmente per il pasto familiare un solo grande recipiente serve l’acqua per tutta la famiglia, perché non ci sono piatti ma grandi foglie che hanno il pregio di non dover essere in seguito lavate e le mani costituiscono le primordiali postate. Perché infine, a tavola si mangia e non si parla e finito il proprio turno si lascia il posto agli altri numerosi che vengono dopo. Ecco che è del tutto eccezionale il “sedersi a tavola”. Altre volte sono stato tentato di definire la donna “mezzo di trasporto”. Lungo le rosse strade non vedremo mai una donna camminare senza un qualche peso addosso, legato dietro le spalle o portato sulla testa o ancora a patire dalla fronte con una corda, sospeso dietro la schiena… o tutto insieme. E’ infatti la donna con i suoi bambini che procura la legna per la cucina di ogni giorno, l’acqua da bere, il cibo per il mangiare. Non ho fatto l’esperienza, ma taniche di 20 litri d’acqua trasportati per qualche chilometro non sono uno scherzo, come un cesto di patate di manioca, talvolta nel mentre che si allatta un bambino al seno… qui davvero non posso fare l’esperienza… oppure una bracciata di legna non ancora seccata. Il clima “malarico” non permette la sopravvivenza di asini e forse la tentazione di assaggiare una carne “esotica” sarebbe troppo forte. La morfologia collinosa del terreno e l’inesistenza di carretti mi ha portato spesso ad associare le donne a robusti mezzi di trasporto. Per “par condicio” dovrò aggiungere che è dei maschi il lavoro del kumba kumba, il trasportatore di mercanzia in bicicletta, con viaggi di settimane, centinaia di chilometri e mediamente un centinaio di chili aggrappati sul portapacchi modificato.

venerdì, marzo 02, 2007

Donna



E’ ancora troppo presto per fare una riflessione sulla donna e la sua condizione a Babonde, per cercare di descriverne qualche aspetto di vita per intuire cosa anima il suo cuore.
In attesa di tempi maturi, di fronte alla evidente, apparente o supposta condizione di inferiorità, rileggo un antico testo, tratto dal Talmud, a commento del racconto biblico sulla creazione dell’umanità.
“… state molto attenti a far piangere una donna,
Dio poi conta le sue lacrime.
La donna è uscita dalla costola dell’uomo,
non dai piedi perché dovesse essere pestata,
né dalla testa per essergli superiore,
ma dal fianco per essere uguale…
Un po’ più in basso del braccio per essere protettaE dal lato del cuore per essere amata…”

domenica, febbraio 11, 2007

I PICCOLI


29 gennaio 2007
Siamo a Bovoboli, pochi chilometri da Babonde, facilmente raggiungibile ed è una giornata particolare poiché oggi è la festa dei Pigmei. Sono i piccoli abitanti della foresta. Per molti studiosi sono essi i veri originari dell’Africa, autoctoni, con una propria lingua, tradizioni e stile di vita tutti particolari. La data della festa di oggi è a ricordo di una storica “marcia dei diritti dei pigmei” realizzata ad Isiro un paio d’anni fa. Perché una marcia dei diritti?. Facendo un paragone un po’ azzardato si potrebbe dire che come l’Africa è stata colonizzata dagli Arabi e dagli Europei, i pigmei sono stati colonizzati dai Bantu. Ma poiché nessuno è senza peccato originale, i pigmei hanno colonizzato chi? … Domanda senza risposta.
Si! Colonizzati e talvolta schiavizzati. E’ frequente assistere anche oggi allo sfruttamento dei pigmei da parte dei Bantu, la popolazione nera maggioritaria in Africa, al fine di coltivare i loro campi o come abili guide nella caccia. Il loro duro lavoro stagionale è pagato con qualche bottiglia di bevanda alcolica o di fumo. I pigmei non sono agricoltori, non possono attendere il raccolto che avviene sempre “troppi mesi” dopo la semina, sono nomadi e seguono le stagioni della caccia, la stagione secca e quella delle piogge, anche l’organizzazione scolastica che la comunità cristiana organizza per loro è ritmata su un calendario particolare. In tempi passati, ma non troppo lontani erano considerati buona selvaggina. Nella zona abitata dai Bantu – Lika, la nostra zona, i pigmei sono molto numerosi. Nella zona vicina dei Bantu – Budu, non sono affatto numerosi e qualcuno suggerisce perché la più parte sono stati mangiati o costretti a fuggire. Per contro i pigmei, fedeli alla loro tradizione di cacciatori e raccoglitori dei prodotti della foresta, si ripagano con il furto, piuttosto frequente, nei campi coltivati dai Bantu, e questo senza alcun senso di colpa. Prendono con tutta naturalezza quello che a loro serve e che la terra dona agli uomini. Ed effettivamente il loro furto e sempre per il bisogno quotidiano, non potrebbero accumulare nulla nelle loro piccole capanne, anch’esse stagionali, costruite con sottili rami e grandi foglie, dove ci si entra chinati praticamente solo per dormire ed in caso di pioggia. Capita che in occasione di qualche festa e in mancanza di selvaggina anche un grosso maiale può farne le spese. Ecco che il proprietario mi informa di aver trovato i responsabili tra i pigmei e che ora cercherà di farli giudicare da un uomo “normale”, anche se sa che non ci ricaverà nulla soprattutto perché soni i capi villaggio i maggiori responsabili dello sfruttamento dei pigmei e probabilmente come ammenda il colpevole del furto dovrà fare qualche settimana di lavoro nel campo del capo villaggio.
Si comprende che non corre troppo “buon sangue”, ma occorre dire che pregiudizi e stereotipi la fanno da padrone. Qualcuno si meraviglia che possano apprendere la lingua Swahili, iniziare a vestirsi con decenza, che possano fermarsi per qualche settimana o mese sui “banchi” di scuola, essere battezzati, divenire cristiani. Per molti essi rimangono “meno uomini” Eppure qualcuno fra essi sta per ottenere il diploma di scuola superiore, qualche coppia domanda il matrimonio cristiano e fra di essi nella nostra parrocchia, unico in tutta la diocesi, vi è anche un catechista pigmeo. Contrariamente all’abitudine circostante essi rimangono fedeli nella coppia che si sposa. Normalmente una ragazza presa in moglie da un accampamento vicino, sarà compensata con il passaggio di un’altra ragazza data in moglie, per una sorta di equilibrio di forze. Nella difficoltà di vita della foresta la condivisione è la loro risorsa. Una caramella donata viene divisa in tanti piccoli pezzi quanti sono i bimbi e gli adulti in modo che ciascuno abbia ad assaggiarne. Sono piccoli, è vero, ma possono essere “meno uomini”?

giovedì, gennaio 18, 2007

mercoledì, gennaio 17, 2007

Attendi, attendi...

13 Gennaio 2007
Siamo in piena stagione secca - tre mesi senza pioggia salvo una puntuale innaffiata una sola volta un solo giorno a scelta intorno a Natale - niente caldo insopportabile, anzi. Una buona escursione termica fa sentire che è quasi "freddo": raffreddori per bimbi e anziani e per tutti molta polvere. Altra cosa da aggiungere è la progressiva scarsità di acqua alle differenti sorgenti. Solo qualcuna continuerà a donare buona acqua. Siamo comunque in foresta, l’umidità non manca mai. Altra attenzione da avere è il fuoco di chi prepara i campi per la prossima semina e brucia erbe e sterpaglie, poiché talvolta diventa pericoloso quando se ne perde il controllo.
Sto diventando un buon conoscitore delle strade della nostra zona, oggi pomeriggio servizio ambulanza per una giovane donna che non riusciva più a reggersi - nè ad essere retta - per arrivare in moto all'ospedale. Ho qualche rimpianto per la cara piccola Fiat Panda... soprattutto per quanto riguarda la differenza dei costi di manutenzione rispetto alle vetture locali.
Per quanto riguarda la situazione politica tutto procede con regolarità, ossia dopo l'elezione del presidente e del parlamento prossimamente si insedierà il primo ministro e il governo... Non ci sono segnali di tensione, solo una certa inclinazione a considerare il presidente alla vecchia maniere, come fosse un "presidente assoluto". Il gioco democratico è ben scritto nelle regole ma non ancora pienamente assorbito dalla popolazione. Se non ci saranno sorprese preparate dal di fuori (l'avversario -Bemba - dell'attuale presidente - Kabila - è ora a Bruxelles...) tutto lascia presagire un futuro pacifico. Anche la frontiera dell'Est, nell'Ituri, si sta normalizzando, rimane il problema dell'inserimento nella vita civile degli ex "ribelli" o soldati delle differenti fazioni e dei molti "bimbi soldato", cresciuti con il fucile in mano. Essere soldato, per la popolazione civile significa essere "predone", dal quale stare bene al largo. Altro problema sarà il clientelarismo e la corruzione di coloro che siederanno al potere. Nel discorso di insediamento il presidente Kabila ha detto “la ricreazione è finita” riferendosi anche a questi problemi ben radicati in tutta l’Africa. Questa frase “la ricreazione è finita” sta diventando il ritornello di tutti coloro che desiderano esibire buona volontà. Sarà il tempo a donare il suo giudizo, ma sarebbe un peccato perdere ancora un’occasione.
“Ngoya, ngoya, ilikosesha sokomutu mkia”. Attendi, attendi, il gorilla ha perduto la coda.
Tra i molti animali della foresta il gorilla ha sempre impressionato la popolazione pigmea, essendo l’unico senza coda (dopo l’uomo naturalmente). Ecco che una storia racconta dell’appuntamento che il Creatore aveva dato a tutti gli animali per ricevere ciascuno la propria coda. Unico, il gorilla, si è attardato in altre faccende, così da rimanerne senza.
Non avendo foto del Gorilla, accontentiamoci di una semplice scimmietta, catturata per essere addomesticata e venduta, se riuscirà a sopravvivere.

1 dicembre 2006
Bernardo il 3 novembre, in solitaria. Ermanno, a Banalia, il 25 novembre, accompagnato da Jean, Joseph, Enrico, Gherardo, Giuliano, Ireneo, Francesco, Martino, Aloisio e Giuseppe, stavolta a Kisangani lo stesso giorno. Appena il giorno seguente, siamo a Wamba, e sono Giuseppe Wittebols, Cristiano, Carlo, Clemente, Leone, Jerom, Giacomo e Giuseppe. Ancora un giorno, a sessanta chilometri di distanza in una località dal nome difficile da pronunciare, a Bafwasende, è la volta di Pietro, Enrico, Giovanni, Guglielmo, Arnoldo, Aloisio ed un altro Guglielmo. Sono 27, siamo nell’anno 1964, in Congo, siamo nell’altro secolo, quello passato, ma che non sento poi così lontano. Sono i nostri confratelli missionari uccisi in una manciata di giorni durante il tempo terribile di una “rivoluzione”, una di quelle rivoluzioni ben conosciute nel Congo, capaci di promettere “liberazione” e “salvezza” immediata, ma che nel presente riescono solo a far scorrere abbondante sangue e nel tempo a venire saranno capaci si spendere parole ed alimentare sogni mai realizzati.
Sono stati uccisi perché stranieri, perché capaci di comprendere ciò che si stava realizzando e quindi “pericolosi”, perché preti e pastori, per politica, per odio, per ignoranza.
Sono stati accompagnati da moltissimi altri a noi sconosciuti e da una ragazza di 24 anni, da pochi anni suora che per fedeltà alla sua consacrazione a Dio ha resistito e rifiutato di cadere nelle mani e cedere alle voglie di un comandante che voleva prenderla con la forza, Anualite. Sorte triste e gloriosa, giorni oscuri di violenza e di morte, giorni luminosi di testimonianza e di amore nelle offese, di perdono nella persecuzione.
Per lei era il primo dicembre ed è appunto oggi che tutta la nazione del Congo la ricorda ad Isiro, nella città in cui è rimasta alcune ore, il tempo di morire.
Anch’io sono qui perché qui si sono dati appuntamento i cristiani, dopo essere passati per Wamba e per Bafwabaka, nei luoghi in cui è nata e cresciuta, dove ha conosciuto ed amato Cristo nella fede, dove ha servito con semplicità e amore i fratelli, dove lei si è “messa a parte” per essere di Dio. E’ la prima “beata”, si dice così, tra i credenti del Congo, della quale di fa memoria, per non dimenticare, presa ad esempio per sostenere il cammino di molti altri ed altre.

martedì, novembre 07, 2006

Altre immagini, piccole istantanee


19 ottobre 2006
La donna, quella che viene dopo sua zia.
Tornavo da Ibambi, una ventina di chilometri dalla nostra Babonde, dove avevamo cercato invano di saldare il supporto dell’ammortizzatore della Land Rover, e come capita spesso, do un passaggio a qualcuno che sulla strada chiede un aiuto. Stavolta c’è spazio per una sola persona, poiché ho caricato un centinaio di “ndele”, ossia delle “tegole” (uso questo termine per donare l’immagine, ma è tutta un’altra cosa) fabbricate con le foglie di rafia (una varietà di palma), che serviranno per aggiustare il tetto di una anziana che abita vicino a noi e non ha i soldi per pagare il trasporto del materiale.
La donna con cui facciamo la strada insieme era stata presso la famiglia di origine ed ora ritorna dal marito. “Come ti chiami”?, “Dove sei nata”?…
Faccio sempre tante domande, forse troppe, ma se non sono io ad intavolare il discorso il silenzio regna sovrano. Forse per rispetto, forse per timore, forse per prudenza.
Viste le distanze e i mezzi di trasporto, quando si va a far visita alla propria famiglia, occorre necessariamente prevedere dei tempi lunghi.
“Sono stata a riposarmi un po’ perché mio marito è vecchio e malato”.
“Sei sposata allora? ma tu sei giovane”?
“Io vengo dopo mia zia” mi risponde.
Una espressione che non capisco subito, può essere che il mio ed il suo cattivo francese non collimino bene, e che quindi cerco di farmi spiegare.
“Allora tu sei la seconda moglie”.
La poligamia poco a poco si sta riducendo, grazie al lavoro di evangelizzazione e alla visone cristiana dell’uomo e del matrimonio, ma è ancora diffusa, anche tra i credenti.
“Mio marito aveva sposato la sorella di mio padre e questa è morta senza dargli dei figli, così mio papà mi ha data a lui”.
“Ma tuo marito adesso è vecchio”?
“E’ mio papà che ha deciso così, non sono stata io a volere”
Mi stupisco che parli apertamente, non è facile, siamo quasi degli sconosciuti l’uno all’altra. Ma è anche vero che nel villaggio nulla è sconosciuto, talvolta nemmeno i pensieri più intimi. Forse per questo non ha difficoltà a raccontare.
“Hai dei figli”?
“Si, sono cinque, quattro sono ancora alla scuola”.
“Se tuo marito è vecchio, sei tu che lavori il campo per il mangiare e per tutte le altre spese”?
“Sì, lui non può più fare niente e tra poco morirà”.
E’ una conversazione breve, ma svela molte cose, soprattutto della condizione della donna, pilastro della famiglia africana e della sue economia domestica, di sussistenza, ma ancora “cosificata”, per molti aspetti trattata da merce di scambio. La dote che il marito deve pagare per avere la sposa, assume spesso la misura di una tassa soffocante: quattro maiali, cento litri di bevanda alcolica, riso, arachidi, olio, fagioli, un vestito per la suocera ed uno per il suocero… Se la dote non è ancora tutta pagata e i due vivono già insieme ed hanno dei figli, ogni occasione è buona per “trattenere” la donna presso la famiglia del papà così che un’altra tranche venga aggiunta alle precedenti. Un lutto, una festa, una malattia costringono a “dotare” la donna di qualche regalo da condurre alla casa paterna per evitare dissapori e talvolta litigi.
“Tu cercherai un altro marito”?
“No. Basta uomini. Mi tengo i figli ed è tutto”.


L'attesa di un pallone.
Siamo a Badedeka,. Se qualcuno viene da queste parti, oltrepassato il villaggio di Bamoka si prende sulla sinistra. Occorre fare attenzione ad un ponte, uno di quei piccoli ponti costruiti con delle “grume”, dei tronchi d’albero non scortecciato, costruiti artigianalmente dalla gente del posto per superare piccoli ruscelli o semplicemente per far scorrere l’acqua piovana in modo tale che non distrugga la strada o che crei enormi pantani difficili da attraversare. Bisogna montarci sopra di slancio in modo da non rimanere impiantati nel fango che gli sta giusto all’inizio, facendo attenzione a non rimbalzare di lato perché i tronchi sono in numero “giusto” appena sufficiente, non uno di meno, non uno di più. Da Babonde i chilometri sono all’incirca una ventina, su di una direzione che non ha molti sbocchi, da una parte la foresta, dall’altra Gbunzunzu e le sue “cave” per la ricerca dell’oro. Il villaggio è molto popolato e bene organizzato. Possiede una scuola primaria con tutte le sale di classe, si dice allora “ciclo completo”, e già accreditata a livello nazionale. Normalmente le scuole partono dall’iniziativa di genitori e di qualche maestro con la prima classe alla quale, in progressione, di anno in anno, si aggiungono tutte le altre fino a chiedere un numero/riconoscimento ufficiale, e quindi un salario (piccolo) da parte dello stato. Possiede anche un istituto superiore (secondario) con l’opzione pedagogica. In questi giorni gli studenti stanno ripulendo un altro pezzetto di foresta per costruire delle case ai professori che spesso vengono da altri villaggi e che non possono fare i “pendolari”. Avere una bicicletta non è da tutti e per tutte le tasche, spesso è un grosso investimento per chi comincia la strada del piccolo commercio o trasporto, e che poco a poco cercherà di ripagarla.
Sono rimasto positivamente meravigliato dall’ordine ed il decoro incontrati nella strada principale, come anche dal terreno di gioco che abitualmente fronteggia gli “edifici” scolastici. Ecco, questi mi hanno impressionato in altro senso, vedendo i buchi fatti dalle termiti nell’ufficio del direttore della scuola primaria, o quando abbiamo dovuto scacciar via capre e maiali dalle sale di classe dell’istituto secondario. Il direttore di quest’ultimo ha ordinato alla nostra falegnameria un tavolo da ufficio, uno scaffale, una lavagna per l’ultima sala di classe. Non c’è la graffite, ma con delle assi e con una apposita vernice nera, l’ardoisine, il risultato finale è buono.
Dopo la messa con inclusi i battesimi di una quarantina di catecumeni ed il matrimonio di una anziana coppia, è la festa, con le danze delle ragazze e dei bimbi, un piccolo mercatino, improvvisato all’occasione dell’assembramento di tante persone, qualche bidone di “bevanda” che circola qua e là… i pochi possessori di moto che esibiscono il loro ultimo e sofferto acquisto. Due di questi abbigliati di tutto punto, saranno gli chauffeurs della coppia di sposi. Semplicemente per fare ritorno alla casa dove la festa continuerà. Non ho ancora sentito parlare di viaggio di nozze, credo sia una tradizione inesistente. Uno dei direttori aggiunge che una buona partita di calcio sarebbe stata un degno coronamento della festa, ma la mancanza di un pallone degno del nome non ne ha permesso l’organizzazione. I ragazzi sono davvero abili nel costruire qualcosa di simile con delle vecchie palle oramai sgonfie, accartocciate con dei sacchetti di plastica, o con il caucciù estratto dalle piante e, così ho compreso, spalmato sul petto nudo in modo che una volta asciugato o essiccato il lattice, si ottenga un velo di sostanza adatta ad essere amalgamata in forma di palla. Non un solo pallone “vero” in tutto il paese. Non c’è un solo negozio nei paraggi che sia all’altezza di una di quelle piccole boutiques di Babonde. Ed anche a Babonde in una sola di queste si può essere certi di poter trovare un pallone vero, quella di Kabambi, il commerciante nande di Butembo. Ma il problema penso sia la difficoltà economica, 15 dollari sono la metà di uno stipendio d’insegnante, e altri salari nei paraggi non ci sono, tutti sono agricoltori e spesso vige ancora lo scambio in natura, per cui è difficile anche il solo avere un po’ di denaro in mano.
Mi lascio scappare la promessa di un piccolo regalo appena possibile.

La strada e la "psicologia" degli animali.
E’ dal primo viaggio fatto in motocicletta che poco a poco si impara a conoscere la psicologia degli animali. Sì perché sulla strada, che talvolta diventa pista, si incontrano e ci si “scontra” con i più comuni animali domestici. I villaggi più piccoli sono spesso una semplice serie di case allineate ai bordi della strada. L’allevamento inteso come preparazione di un luogo adatto per far nascere, nutrire e crescere gli animali praticamente non esiste. Ecco che essi circolano liberamente alla ricerca di cibo. Se il passaggio in macchina non crea problemi particolari, per chi guida, quando invece si è in moto essi diventano un pericolo grave. Studiarne la psicologia è quindi necessario per prevenirli ed evitarli, nella misura del possibile. Ma un piccolo esercizio di psicologia comparata, ossia le analogie probabili tra animale ed essere umano sarà senz’altro divertente.

“Guadagnare ad ogni costo la via di casa propria”.
Parliamo del pollo o gallina che dir si voglia, solo, in compagnia di amici o madre amorosa di una covata di pulcini. E’ l’incontro più frequente. Decisamente non sono di allevamento, allenati a sfuggire le sgrinfie e i denti di sparvieri, serpenti, cani ed altri pericolosi predatori non è raro vederli volare per decine e decine di metri, fino a dubitare che siano veramente dei semplici polli. Quando percepiscono l’arrivo della motocicletta, anche se sono ampiamente fuori traiettoria, loro unica ed assoluta preoccupazione è quella di raggiungere la propria capanna. Occorre dire così perché effettivamente durante la notte il loro riparo è condiviso con quello dei comuni umani mortali. Possono stare a destra o a sinistra del centro strada, ma quando sarebbe più comodo rimanere fermi, oppure fare un piccolo salto tra le alte erbe, iniziano una folle corsa verso l’unico cortile che solo dà sicurezza. Sgambettano, volano, starnazzano (starnazzano i polli?) e se la velocità della moto è tale da poterli affiancare, non esitano a gettarsi tra le due ruote per collocarsi dal lato giusto del loro desiderato riparo. Nel carniere ho già due prede.
E’ certamente bella e commovente la spasmodica ricerca della propria casa. E’ il posto sicuro, sono i confini certi, sono i volti amici, è la conoscenza dei dettagli. Al contrario, in altre occasioni, un luogo nuovo e sconosciuto può essere decisamente più a portata di mano e meno pericoloso. Un piccolo investimento di fiducia può ripagare ampiamente. La molta agitazione e il movimento disordinato producono traspirazione abbondante, ma non sempre regalano la salute propria degli atleti. L’azione senza la riflessione – qualcuno direbbe la potenza senza il controllo – è nulla.
Il re della strada
Non è piccola una Land Rover. Può essere che non impressioni più di tanto un pachiderma, qui non ne ho ancora visti e non credo davvero che ce ne siano, anche se qualcuno assicura di averne incontrati, di quelli piccoli, di foresta, differenti da quelli di savana. Eppure c’è un animale, domestico, e forse è questa la differenza, che non si impressiona affatto né della imponente Land Rover né della rapidità della motocicletta. Forse che, per il fatto di essere “domestico”, ha già familiarizzato con questi mezzi della tecnica? Eppure non sono certamente dei mezzi in possesso della maggior parte delle famiglie della zona. Succede infatti che ci si avvicini con grande rapidità, che si strombazzi con il clacson, che si acceleri per far sentire distintamente il rumore di qualcosa di pericoloso che si avvicina, ma… niente: l’animale resta placidamente al suo posto senza degnarsi di una mossa. E’ giusto della settimana scorsa che se ne stava comodamente immerso in una fangosa pozzanghera d’acqua al centro della strada. Penso potete immaginare in una strada sterrata, quei solchi profondi che lasciano le ruote dopo diversi passaggi. Ebbene, ci avviciniamo, cavalchiamo il solco in modo dal lascialo esattamente nel mezzo al passaggio della vettura, clacssoniamo, rallentiamo, ma nulla, nessun movimento. Alla fine decidiamo di passare comunque, “peggio per lui”. E’ solo quando gli siamo esattamente sopra che comincia a grugnire, a saltare, a seguire il veicolo da sotto cercando una via di uscita. Ci fermiamo ed eccolo uscire veloce, spaventato ma indenne. Mi sono chiesto più volte se è sordo o semplicemente si è da tempo auto-proclamato il “re della strada”. Impossibile prevederne le reazioni, se si sta muovendo rapidamente e cerchi di indovinarne la traiettoria per evitarlo con la moto, improvvisamente cambia di direzione. Se invece se ne sta immobile e passi lentamente per non disturbarlo eccolo che si spaventa ti attraversa la strada. Già due volte gli sono andato addosso, per fortuna senza conseguenze. Ah, di che animale si tratta? Avrete già capito, del maiale, di razza locale, più simile al cinghiale o di “razza migliorata” come si dice qui, ossia più grosso e simile ai nostri europei. Non importa di quale taglia sia, né di quale grandezza d’età, si comporta sempre allo stesso modo. E’ “re” o “sordo” a partire dal patrimonio genetico. Non cambierà e rischierà di fare molti danni, o al contrario di finire prematuramente nella pentola. Se “re”, sulla strada, piuttosto che governare, ha invece bisogno di qualcuno che pensi per lui, che cerchi di prevedere i suoi movimenti per non fare e non farsi del male. Se “sordo” là dove c’è il difetto di un senso gli sarebbe necessario sviluppare gli altri almeno quello della vista. In ogni caso non lo aiuta il procedere a testa bassa e l’essere permanentemente preoccupato di riempire il ventre. Nel momento del riposo cerca il fango delle pozze d’acqua, evitando la fatica di un luogo più tranquillo anche se più lontano. La forza non gli manca, ma non è disposto ad usarla per fini che non siano i suoi stretti interessi, è grosso abbastanza ma sbaglia quando persevera a pensarsi il “più grosso”.
La psicologia di questo presunto “re della strada” potrà avere somiglianze con qualcuno degli umani?

martedì, ottobre 10, 2006

Immagini


Isiro
Martedì 10 ottobre 2006

Siamo ad Isiro. L’internet da alcune settimane funziona anche qui. E’ una città originale Isiro. Si attraversano più volte le rotaie a scartamento ridotto di quella che fu la ferrovia ma che da decenni non vede più passare un treno e rimane solo come impiccio alla circolazione. Una vecchia pista per aerei è ora campo coltivato, la vecchia fabbrica della birra, un grande complesso abbandonato.
Il presidente Kabila durante la campagna elettorale ha fatto dono di un enorme gruppo elettrogeno per fornire la corrente elettrica dalle 18.00 alle 21.00. Anche questa mancava da decenni. Tra alcune settimane ci saranno nuovamente le elezioni, il secondo turno che vedrà Joseph Kabila, vincente all’Est del paese ma non nella capitale, contrapposto a Jean Pierre Bemba, vincente nella capitale ma non all’Est. A Kinshasa hanno conosciuto le armi di liberazione di Kabila e non lo possono votare. All’Est hanno conosciuto la ribellione e il cannibalismo dei soldati di Bemba e non lo possono votare. Si dice che talvolta occorre scegliere il male minore, e questo credo sia il caso. Per tornare ad Isiro, l’acqua dell’acquedotto funziona qualche ora al giorno. In compenso il nuovo aeroporto ha una delle piste di atterraggio migliori del Congo, costruito dagli americani al tempo in cui erano amici con il colonnello/dittatore Mobutu, in una zona strategica nel cuore dell’Africa. Qualche chilometro di strada asfaltata lo si ritrova appunto uscendo dall’aeroporto. Ad Isiro si riescono a trovare tutte quelle cose che in “brusse” non ci sono. Pezzi di ricambio per la macchina, attrezzi, medicine, libri scolastici arrivati da Kisangani per aereo, e quelli arrivati dall’Europa con altro materiale (GRAZIE), Bibbie, cavo elettrico, diodi per i pannelli solari, uno stampo per fabbricare i blocchi di cemento, latte in polvere (non solo Nestle), un vasetto di marmellata per fare un piccolo dono alle suore. Quando arriva una lettera, un piccolo regalo, il pensiero di qualcuno, è sempre salutato con molto calore. C’è una università, con l’immancabile pedagogia, ma anche tre anni per infermieri specializzati ed alcune altre facoltà.
Numerose sono anche le “maison d’achat des diamants”, per acquistare oro e diamanti provenienti dai cercatori dell’interno. Una di queste case porta il nome “Paix du Crist”, la pace di Cristo. La religione non è mai un fatto privato. Come nessuna altra cosa, soprattutto nei piccolo villaggi. Ma l’abuso è spesso a portata di mano, usata come specchietto per le allodole, per fare cassa. Altre volte semplicemente ci si affida a Dio, per la salute come per gli affari. Dall’interno, in queste ultime settimane, specialmente da un paio di zone dei nostri villaggi dove si scava per cercare l’oro, sta venendo anche la peste polmonare, frutto della sporcizia mescolata all’alimentazione e ai topi. Trasmessa per via aerea può diventare pericolosa. E già vi è un forte viavai di medici locali e dell’O.M.S. per fronteggiare e prevenire quella che potrebbe divenire una crisi sanitaria. Cominciano già ad affluire i medicinali adatti e se la malattia è presa in tempo può essere curata in modo opportuno.
Oggi siamo stati in casa dei padri comboniani, il nostro intento, poiché hanno un garage fornitissimo ed una officina, era di prendere una guarnizione per la testa motore della Land Rover. Scopriamo che oggi è la festa di Daniele Comboni, loro fondatore e grande missionario in Africa. E’ ottobre ed è mese dedicato alla missione nella vita pastorale della Chiesa. Beh, una preghiera particolare non è vietata a nessuno. Ciao.

Mongotu

Ciao, a tutti
Approfitto del collegamento internet per inviare qualche riga da Babonde
questa singolare porzione di mondo, immersa nella foresta equatoriale
congolese. Utilizzo la vecchia rubrica di indirizzi, non più aggiornata. A
qualcuno che ha cambiato mail questa lettera non arriverà, a qualcun altro
arriverà inopportuna poichè la sua casella di posta si trova presente nella
mia rubrica per altri motivi, in seguito a chissà quale contatto: chiedo
scusa.
Fanno oramai sei mesi che ho raggiunto questo villaggio e tento qualche
riflessione,
non un bilancio, poichè sento che sarà ancora forzosamente lungo il periodo
di inserimento: la differenza di clima, lingua, cultura, ritmi, è bellezza
da scoprire ed ostacolo da superare.
Studente poco recettivo di lingua swahili, mai come in questo periodo sento
quanto sia forte la potenza della parola per entrare in contatto, per
accogliere, ascoltando, e per comunicare. E' quando qualcosa ti manca che ne
comprendi meglio il valore. In questo periodo sperimento appunto la
difficoltà del comunicare, dell'esprimersi con spontaneità. Colgo sotto una
luce diverso il fatto che Gesù Cristo si è definito lui stesso la Parola. Se
una Parola ti cerca, ti raggiunge
e la puoi comprendere, se una Parola riesce a toccare il profondo del cuore,
in quel momento si schiude un mondo, si spalanca una porta che annulla
possibili
solitudini, cancella la paura di ciò che è temuto perchè ancora sconosciuto.
E' bello sapere che in Gesù Cristo la Parola si è fatta carne
per farsi pienamente comprensibile a noi uomini
e che egli ha voluto inviare uomini ad annunciare la Parola.
Questo tempo è anche un tempo propizio per cogliere l'importanza della
"presenza", dello "stare", indipendentemente dalle parole che si possono
spendere, dalle azioni che si possono fare.
Beh non non voglio continuare con pensieri di spiritualità, anche se occorre
confessare che senza il pane quotidiano dello spirito, dell'animo, la
povertà e il limite della nostra umanità si fanno poco sopportabili. Voglio
invece, come chi scatta delle fotografie cogliere e conservare qualche
immagine tra quelle che mi passano davanti agli occhi.

I figli, ricchezza di ogni casa.
Assieme alla vegetazione esuberante sono i bimbi una delle realtà che
colpiscono un occhio occidentale. Non può passare inosservato il numero, per
ciascuna famiglia una media di
otto. E' la gioia e il colore, la curiosità e lo stupore che come d'incanto
esce fuori dai cortili ogni qualvolta qualcosa di nuovo compare al
villaggio, lungo la strada, o nelle sere di luna piena attorno al fuoco e ai
tamburi. Qualcuno ha detto, un pò scherzando che nella disastrosa situazione
economica e politica del Congo, quella dei figli è l'unica fabbrica che
funziona. "Come frecce nella faretra di un eroe, sono i figli": così canta
il salmo. E certamente sono una benedizione, sono cercati e amati, anche se
al momento
di inviarli a scuola e per altre necessità, come le cure mediche e
il vestire, il numero incide negativamente sulle magre finanze. I
piccoli da lontano vengono correndo per salutare e stringere la mano, non
hanno timore, amano farsi coccolare. Aiutano nei lavoro del campo, nella
"servitù" dell'acqua e della legna da procurare quotidianamente, a partire
da distanze accettabili talvolta, altre volte un pò meno ragionevoli. E'
difficile capire di chi siano veramente, poichè chiamano "fratelli" i
cugini, padre e madre cadetto o
madre
e padre primogenito quelli che noi chiamiamo zii.
Fratelli sono anche altri figli della stessa famiglia allargata, o quelli
che dai
villaggi
più interni vengono ed abitano nella casa dei parenti in un villaggio più
grande per
proseguire gli studi, così da ritrovarsi ad avere una madre che ha generato
ed un'altra che ha nutrito.
C'è da guardare meravigliati la solidarietà che stringe insieme una
famiglia, che mai è famiglia nucleare (è una espressione strana questa, in
questi giorni di rinnovati dissidi militari suona quasi pericolosa), che
sempre è risorsa in un ambiente ostile, anche se con qualche aspetto
negativo quando qualche "parassita" in nome della famiglia vive sulle spalle
del fratello più intraprendente o laborioso o fortunato. Tutti hanno
qualcuno della famiglia a Wamba (città di riferimento per quelli di lingua
swahili) o a Isiro (città del commercio locale dell'università e
dell'aereoporto) o a Kisangani (capoluogo della regione).

La strada.
Oggi domenica 8 ottobre è veramente da raccontare. Le sf...fortune vengono
tutte inseme? se Si! per un pò di tempo dovrei stare tranquillo. Partiamo
stamattina per raggiungere Isiro e prendere finalmente la "boite de
transfer" pezzo importante e costo per la Land Rover, in modo da avere la
4x4 e le riduzioni di velocità davvero necessarie per non distruggere altri
pezzi della macchina quando ci si trova nel fango. Rimaniamo impiantati.
Nulla di grave, pala e piccone risolvono velocemente il problema, ma in
contemporanea "panne" della pompa di alimentazione. Siamo bloccati. A piedi
raggiungo il centro vicino e cerco una motocicletta per raggiungere la città
e vedere come risolvere la faccenda. Dapprima alcuni giovani propongono un
prezzo assurdo per trasportarmi e spargono la voce dimodo che tutti chiedano
la stessa cifra. Infine un medico dell'ospedale mi offre la sua moto. Dio
sia lodato. Una medaglia ha sempre due facce. Dopo alcuni chilometri
pioggia, come si è soliti vedere da queste parti. Dire che è abbondante è un
eufemismo. Mi fermo attendo. Al momento di ripartire la "candela" fa le
bizze e ovviamente il kit pronto soccorso non c'è al suo posto. Cerchiamo un
riparatore, spingendo per qualche chilometro (anche in salita), che non ha
la chiave adatta. Fermiamo una moto di passaggio e risolviamo la faccenda.
E' il direttore responsabile di tutte le scuole primarie della zona e
propone di fare la strada insieme fino alla città ancora trenta chilometri,
ci vorranno tre ore, con il fango e il buio che si avvicina. Rimango
nell'acqua e nel fango fino al ginocchio. Il mio abbigliamento non è da
moto, sono fradicio e i sandali rimangono impigliati nella melma della pozza
d'acqua. Devo prima liberarmi i piedi per uscire e poi recuperarli con le
mani; in due (le facce della medaglia...) spingiamo fuori la moto, da solo
non ce l'avrei fatta. Siamo infine arrivati, sfiniti per il cross acquatico
sopportato, ma bene. Siamo ospiti, come d'abitudine, dai padri della
Consolata. Il tempo di depositare la moto e un cane che è già di guardia al
cortile, vista l'ora, mi azzanna senza nulla dire senza nulla aggiungere,
pardon, senza abbaiare, e tutti sanno, can che abbaia non morde! ebbene ora
posso dire che il contrario è perfettamente vero. Il pantalone robusto e la
non perfetta convinzione del cane nel saltarmi addosso, mi salvano in parte.
In compenso l'ospitalità sarà perfetta, copresi abiti asciutti. Per contro
nostro autista dovrà passare la notte sulla strada per vegliare sulla
vettura.
Al di là della piccola vicenda simile a molte altre e di tutti coloro che
viaggiano o che commerciano, la penosa condizione delle stade congolesi e
delle comunicazioni è una piaga aperta che rende il grande paese, otto volte
l'Italia, ancora più vasto, e rende la foresta con i villaggi che contiene,
ancora più impenetrabile. Tutto costa enormemente a causa del trasporto. Le
biciclette sono il mezzo più utilizzato con carichi impressionanti per i
volumi e per il peso. Nei villaggi ci sono i "posti di salute"; nei villaggi
un pò più organizzati ci sono i "centri di salute"; nel villaggio di
riferimento per una collettività (tribù) c'è un ospedale di zona; ad Isiro e
Wamba c'è un ospedale con qualcosa degno del nome, per quanto noi siamo
soliti associare ad un ospedale. Ma chi potrà viaggiare tanto, e chi potrà
raggiungere Butembo, Kisangani o Kinshasa? C'è solo da pregare di star bene.

Avevo pensato di scrivere qualcosa d'altro, descrivere qualche altra
istantanea. Ho le immagini davanti a me, ma vedo che il tempo sfugge, così
ve li annunzio soltanto, sarà per me una sorta di promessa da mantenere.

La donna, quella che viene dopo sua zia.

L'oro e la peste, i nuovi ricchi.
Come tutti sanno il Congo è definito uno "scandalo geologico" per la
ricchezza enorme di risorse del sottosuolo. Per ritornare tristemente al
nucleare è nel Congo che è è stato estratto l'uranio per costruire le bombe
di Hiroshima e Nagasaki. E' dal Congo che proviene la più grande quantità
del Coltano il materiale che serve a fabbricare le sempre più resistenti e
potenti batterie dei telefonini e per la componentistica informatica e
spaziale. Ma senza andare tanto lontano e per restare ai classici materiali
preziosi, ossia oro e diamanti è sufficente fare qualche chilometro, una
trentina, da Babonde per potersi dedicare ad una ricerca. Proficua? Lo scavo
è fatto a mano, pala piccone, barra di ferro, setaccio. Qualcuno ha fortuna,
molti giovani tentano la sorte per uscire dallo scontato destino di
agricoltori del campo per una economia di sussistenza. Nel villaggio vengono
chiamati i "nuovi ricchi" quelli che arrivano a comperarsi una motocicletta,
qui è famosa la Senke di fabbricazione cinese. Sono sufficienti all'incirca
700 $ per acquistarla. E' oggi una sorta di status simbol. Per i villaggi
limitrofi l'arrivo di persone nuove dal di fuori che devono acquistare il
cibo e hanno dei soldi è diventato proficuo anche se i prezzi sono
aumentati. Non si può lavorare per molto tempo nella "miniera", il fisico
non regge. Fino ad oggi il pericolo è stato la tubercolosi e un pò di Aids,
fortunatamente poco diffuso. Ma in queste settimane è una impressionante
serie di decessi, che colpisce persone giovani ad avere allarmato il
personale sanitario. Si tratta di peste polmonare. Si sono affacciate le
organizazioni internazionali l'O.M.S. per tamponare immediatamente il
problema. Sarà soprattutto l'informazione lo strumento strategico per la
prevenzione, poichè d'abitudine si ricorre all'ospedale solamente quando si
è alla fine e non c'è più rimedio, questo succede per questo tipo di
malattia come per altri. Al contrario i medicinali per curare la peste ci
sono e stanno arrivando. Per ora sono gratuiti per i malati conclamati ma lo
saranno prossimamente anche per i familiari, appunto per una prevenzione
efficace. Se devo essere sincero di veri nuovi ricchi, non ne vedo molti,
forse altrove, per quelli che vengono da fuori a comperare e rivendere le
pagliuzze o le pepite d'oro.

L'attesa di un pallone.

La musica e la danza.

La strada e la "psicologia" degli animali.

Vi saluto con l'immagine di un animaletto simpatico e strano. Ha gli occhi
spalancati di chi curioso vede tutto nuovo intorno a sè. E' infatti un
animale notturno della foresta. Qui è chiamato Mongotu che nella lingua
Lika, il dialetto della tribù di Babonde, significa all'incirca "quello che
non molla". Potete infatti vedere bene di qual tipo di zampe è dotato. La
sua presa è irresitibile. I pigmei dicono che se, ferito a morte, si
aggrappa ad un ramo, una volta morto occorre tagliare la zampa per
staccarlo: non molla!
Beh è una sorta di augurio per tutti coloro che hanno un progetto da
realizzare, che hanno una chiamata a cui rispondere.
Ciao, p. Renzo.

Fa oramai molto tempo fa

Sabato 12 agosto 2006

E’ agosto, è ferragosto, ma noi siamo in piena stagione di pioggia, anche se il peggio si manifesta a ottobre. Davvero devo sforzarmi un poco per immaginare l’agosto italiano, ferie, sole, caldo impossibile, il ferragosto… Il 15 sarà giorno feriale, lavorativo come tutti gli altri. Pioggia, motocicletta, fango e fretta sono degli ingredienti che non stanno bene insieme. Oggi ne faccio esperienza. La trappola è sempre in agguato, senza conseguenze particolari se non l’esperienza da mettere nel bagaglio, acquistata stavolta ad un prezzo non troppo elevato, direi a buon mercato.

mercoledì 9 agosto 2006

Siamo ad agosto inoltrato ed è tempo di scrivere qualcosa. Sono state settimane intense: l’arrivo degli operai per continuare la costruzione della chiesa di Gbunzunzu ci ha costretti a cambiare ritmo, nel senso che occorre rifornirli di materiale attraverso la vecchia Land Rover che utilizziamo oramai come un piccolo camioncino. Mangia carburante e olio-motore a volontà, ma funziona! Vista la mancanza orami cronica di planche ossia di assi di legno da lavorare, noi stessi siamo ne siamo diventati produttori, almeno per il momento, beneficiando di una motosega e di una persona esperta venuta da Wamba, superando qualche difficoltà con i capi villaggio per ottenere il permesso necessario. Per contro il carburante tarda ad arrivare, per cui ovviamo inviando dei kumba kumba – trasportatori di materiale di ogni genere in bicicletta – a Isiro. Ci costa caro ma almeno non restiamo bloccati. I kumba kumba trasportano fino a 100/120 kg di materiale, spingendo spesso a mano il loro carico nei frequenti tratti in salita.
Stamattina usciamo assieme ai due confratelli e ad un altro seminarista di Babonde in stage con due motociclette, sotto la pioggia, per Fungula, il vicino villaggio. Celebriamo la Messa, visitiamo i malati, parliamo con i catechisti…ne approfitto per prendere alcune informazioni sulla sanità, la scuola. Mi impressionano alcuni numeri. La scuola primaria ad inizio anno ha avuto 390 iscritti, ma solo 200 hanno terminato regolarmente. E’ una scuola riconosciuta ma non “meccanizzata”, ossia non riceve alcun aiuto dallo stato, né per la struttura, costruita in materiale identico a quello per le capanne (poto poto), né per la didattica, né per il salario degli insegnanti. Quindi, sta alle famiglie il provvedere al tutto. Ecco che, se in molti cominciano, durante l’anno, buona parte di essi sono forzati al “ritiro” per mancanza di mezzi. Il direttore mi mette al corrente che una ventina di orfani erano sostenuti dal p. Gianni, ora costretto a curarsi in Italia in seguito ad un incidente in motocicletta. L’aiuto era possibile grazie anche ad una associazione “La Rete Radiè Resch”. Per mezzo della stessa associazione la cosa potrà senz’altro continuare. Molti di questi bimbi e bimbe mostrano un grande interesse per la scuola. E’ simpatico notare questa costante: chi proporzionalmente più è in difficoltà, più dimostra interesse e capacità.
Lo stesso direttore aveva avviato un istituto secondario, le nostre scuole superiori per intenderci, dopo i sei anni di scuola primaria, ma ha dovuto rinunciare per mancanza di insegnanti qualificati. Anche gli insegnanti delle scuole primarie sono spesso persone che hanno terminato i primi quattro anni delle scuole secondarie e la qualità dell’insieme ne risente abbondantemente.

Domenica 30 luglio 2006
Scrivo tranquillamente nella notte silenziosa di Babonde. Apparentemente nulla di differente dalle altre notti, se non che è trascorso oggi un giorno storico per la nazione congolese, ossia la giornata delle prime “elezioni libere, democratiche e trasparenti” dopo 40 anni. L’incredibile è che è tutto vero… per molti versi impensabili in questo immenso Congo.
Per molti un giorno di festa, dopo quasi 6 anni di “transizione”, che potranno portare fuori dal pantano la nazione, donandogli un presidente ed un parlamento legittimamente eletti, e non sedutisi al potere dopo averlo preso con la forza. Questa è l’attesa di tutti. Tutto il processo è ancora in corso, la buona volontà e le persone di buona volontà non mancano.

domenica, luglio 16, 2006

Incontro di povertà


Mercoledì 28 giugno 2006
Viaggio a Isiro, sarà incontro di persone, di commercianti per gli acquisti da fare, di ritorno alla “città” dopo tre mesi di “brusse”. Ottanta chilometri per cinque ore di viaggio senza intoppi, che riescono a fare la differenza, molti degli abitanti di Babonde, Isiro non l’hanno mai vista. Oggi questa Isiro mi appare come una città vera, con la possibilità di usare il telefono cellulare, un aeroporto, dei negozi dove si può trovare quasi tutto quello che si cerca: dei rubinetti, del nastro isolante, un vetro per la vettura, dei cacciaviti, delle lampade al neon, un passino, i chiodi e una pialla per la falegnameria… confesso che quando sono arrivato non mi aveva affatto donato l’idea di una città, quanto di un grosso villaggio, ma ora la mia prospettiva è cambiata, non provengo più dall’Italia e da Kisangani, ma da Babonde. Cambiare prospettiva fa cambiare il gusto a molte cose. Viaggio ad Isiro: sarà anche un avvicinamento di povertà… più sfiorate che incontrate.Da Babonde partiamo con la suora infermiera che recupererà dei medicinali, e un poveraccio che da qualche mese staziona all’ospedaletto di qui, la sua malattia ora, dopo aver curato la tubercolosi contratta mentre cercava oro a qualche decina di chilometri di distanza, è piuttosto la solitudine. A giorni alterni è alla missione per un po’ di riso e qualche piccolo aiuto. Cercherà ad Isiro qualcuno della sua famiglia, senza trovarlo, questo era il risultato della ricerca al termine del primo giorno. A partire dall’indomani non lo vedremo più, avrà finalmente rintracciato qualcuno o una soluzione estemporanea? Un pezzo della sua famiglia o una prosecuzione di viaggio verso Kisangani la sua città? Ad Ibambi, recuperiamo fr. Egide, e De S., un belga che vive qui da più di quarant’anni, ha una piantagione di caffè. Viene con noi ad Isiro per pagare le tasse, anche queste“trattabili” come tutte le altre mercanzie; anche lui ne approfitta per fare qualche spesa, per acquistare i pezzi di ricambio della sua auto in panne e per piazzare il caffè prodotto. Lo accompagna messieur “Oui”, un suo ragazzo fidato che ha però il difetto, secondo il mio modesto avviso, di rispondere sempre “si” ogni volta che viene interpellato da messieur Jean De S… gli è pagato il lavoro che fa, ma ci aggiunge gratis di suo, un pò troppa compiacenza. Ad Isiro avremo l’occasione di acquistare una morsa, ci serve per alcuni lavori e la nostra vecchia è oramai inservibile. I negozi, uno accostato all’altro, nelle strade che formano il “centro commerciale” della città, sono chiamati “boutique”, mi suona un po’ buffo, per locali di 3 x 3 metri, stracarichi di mercanzie. Al termine boutique ho sempre associato una immagine di eleganza e di finezza, ma ora, mentre i gomiti sono già appoggiati al bancone, il secondo piede è ancora fuori della porta. Anche “centro commerciale” risulta un pò stonato con quello che si vede, ma tant’è, è la sostanza che conta. Le boutique hanno infatti una loro invidiabile efficienza. Se cerchi un articolo che il negoziante non ha, appena fuori della porta altri uomini sono in ascolto e provvedono all’istante a recuperare la merce, ecco allora che ci si trova immersi in due, quattro trattative contemporanee. E’ così che, mentre stiamo ripartendo si presenta un uomo a vendere la “sua” morsa, nel senso che è la morsa con la quale lavora, produce dei secchi d ferro che i figli vanno a vendere al mercato o appunto al centro commerciale. Sapendo che è la morsa con la quale lavora – ma non guadagna – vorrei non comperarla, ma insiste, l’ha già staccata e condotta a noi. E’ tempo di esami e per poterli sostenere, gli studenti devono essere in regola con i pagamenti della quota mensile dovuta agli insegnanti, poiché lo stato li paga appena una miseria. Ecco che quest’uomo ha assolutamente bisogno di realizzare all’istante un po’ di denaro per le necessità immediate e le spese scolastiche dei figli. Stavolta non tratto sul prezzo che propone, pago la quota intera, ma con un amaro in bocca.Nel viaggio conduce la Land Rover il nostro meccanico ed autista. Lo stato penoso delle strade e la condizione del nostro veicolo, per il momento senza 4x4, non ci permette di rischiare, ogni viaggio è una avventura con pericoli reali. Sulla strada del ritorno il fango ci farà da trappola, ma con l’aiuto di alcuni uomini e di una pala riusciremo a liberarci in fretta. Siamo in sette, con i bagagli, e dico di no ad un papà che mi chiede un passaggio per una sua parente, dovrebbe andare fino all’ospedale di Pawa. Siamo già in troppi. Anche se a stringerci o piazzando meglio i bagagli ci sarebbe stata…scopro dopo che si trattava solo di una trentina di chilometri, un piccola fatica che avremmo potuto fare agevolmente. Una situazione identica al momento del ritorno, nel primissimo pomeriggio, quando si presenta una mamma con il suo bambino di forse un anno, per chiedere un passaggio fino a Babonde. Stavolta siamo davvero stracarichi ed è impossibile farcela stare, anche se mi parla di qualcuno all’ospedale che lei deve assolutamente visitare. Già nel mattino era appunto venuta per chiedere il passaggio e, vista l’impossibilità, aveva scritto e consegnato una lettera per la sua famiglia, ma per forzare un po’ la mano si era poi presentata con i fagotti e il bimbo pronti per il viaggio.E’ venerdì, è il giorno del Sacro Cuore di Gesù, celebrazione dell’Amore, ad Ibambi con i nostri confratelli faremo un po’ di festa, ci sarà del vino a tavola e il dolce, ma mi pesano i “no” pronunciati, pesa la superficialità nello sfiorare le povertà piuttosto che incontrarle, pesa l’impotenza del non riuscire a dare risposta a colui che chiede, pesa il sospetto che non tutti i poveri siano poveri, ma che ci sia qualcuno, profittatore, dal quale doversi difendere. Porterà il Signore anche questo peso? Il Signore porterà anche questo peso!

martedì, luglio 11, 2006

Loro lo sanno!


Venerdì 09.06.2006 Le persone qui sono molto religiose e le celebrazioni nella liturgia sono molto belle e vivaci anche se un pò lunghe per le mie abitudini. C'è un senso di fede profondo, una grande fiducia in Dio, quella fiducia che noi siamo piuttosto abituati ad avere in noi stessi e nella tecnica, ma che a ben guardare non rassicura poi così tanto.Ieri siamo passati in mezzo alle case dei poveri del villaggio, nel senso che la missione ha costruito alcune case per coloro (pochi) che non hanno famiglia, qualche vedova e qualche persona con handicap. E' straordinario constatare come sia presente in essi la quella gioia non banale nè passeggera, pur nelle condizioni estreme di vita. La gioia è sul volto dei poveri perché sono benedetti da Dio, come tutti gli uomini d'altronde, ma essi "lo sanno", è questo il loro vantaggio, e non cercano altrove quello che hanno avuto e scoperto per "grazia".

giovedì, luglio 06, 2006

Bamoka


Domenica 4 giugno 2006
Bamoka
Stamattina celebrazione dell’Eucaristia a Bamoka. Mi accompagna il confratello fr. Egide, io celebro la Messa e lui predica e mi fa vedere “come si fa”. Il villaggio non è molto lontano, una dozzina di chilometri che percorriamo con la motocicletta. E’ giornata di mercato a Babonde, il centro più grosso, di riferimento, per cui i cristiani alla messa non sono molti, comunque più di 150, la chiesa è appena sufficiente oggi, a loro piacerebbe ingrandirla per permettere ad un numero più grande di cristiani di partecipare. I catechisti sono 4, con un consiglio pastorale. Sentono forte l’isolamento e l’impossibilità di poter sviluppare qualsiasi cosa a causa della mancanza di strade, di sicurezza, di accompagnamento da parte delle autorità. Quasi mai è certo che un progetto iniziato possa tranquillamente raggiungere il suo fine. Unico lavoro è l’agricoltura, si può anche produrre bene, ma per vendere dove?… trasportando la merce come? Per arrivare a Bamoka ci sono diversi saliscendi, e piccoli ruscelli da attraversare. Con dei tronchi di legno si costruiscono piccoli ponticelli sufficienti per far passare una vettura, anche se l’unica a passare di qui in qualche rara occasione è quella della missione di Babonde. Ora uno di questi ponti è da risistemare, alcuni tronchi non reggono più. La comunità cristiana è pronta a fare il lavoro, ma teme di scavalcare l’autorità del capo villaggio, al quale spettano simili decisioni, che tardano a venire. Occorrerà incontrarlo e suggerirgli la decisione da prendere. Il mercato di Babonde, due volte per mese, è luogo di incontri, di scambi, di raccolta di informazioni.
Parlo loro di internet, ma è solo un’altra tessera mancante di quel mosaico di cose che qui forse non vedranno mai. Pensano all’Europa come al paese dove tutto sicuramente è più felice, facile, a portata di mano. Posso loro dire che sicuramente ci sono molte più cose ma non necessariamente molta più felicità… Ogni uomo, ovunque, è alla ricerca di quello che non ha, e sempre gli manca qualcosa… che stia cercando nella giusta direzione? Migliorare le proprie condizioni di vita è senz’altro buona cosa, un debito che abbiamo nei confronti dei doni di intelligenza ricevuti. Ma non è ancora l’acqua viva che disseta. Oggi è Pentecoste, il dono dello Spirito permette a popoli differenti di comprendere l’unico linguaggio di un amore ferito ma vittorioso, esigente ma contagioso, che chiede la lotta, soprattutto interiore ma dona la pace.
BambiniIl 29 marzo, in occasione della conferenza stampa settimanale a Kinshasa, Danielle Barrot, responsabile della sezione della protezione del bambino della Monuc, ha denunciato "dei casi di nuovo reclutamento di bambini soldato, di maltrattamenti, di soprusi, di arresti e detenzione illegale nei riguardi dei bambini usciti dalle forze o gruppi armati". Sul piano mondiale, la RDCongo è uno dei sette paesi più toccati dal fenomeno dei bambini soldato. Si stima che, in RDCongo e dal 1998, almeno 30 000 ragazze e ragazzi di meno di 18 anni siano stati reclutati, con la forza o volontariamente, in gruppi armati. Erano così esposti alle ostilità, al lavoro forzato o alla schiavitù sessuale. Attualmente, più di 16 800 ex bambini soldato sono entrati nel programma di smobilitazione e reinserimento in corso. La Sig.ra Barrot si è detta soddisfatta della prima condanna, il 17 marzo scorso, di un individuo accusato di reclutamento di bambini. Si tratta del comandante Jean Pierre Biyoyo, condannato a cinque anni di prigione dal tribunale militare di guarnigione di Bukavu, capoluogo della provincia del Sud Kivu, alla frontiera con il Ruanda, per arresto arbitrario e detenzione illegale di bambini che avevano già lasciato dei gruppi armati.