21 maggio 2006
“Lo straniero non porta con sé la sua casa”
Ed è per questo che ha bisogno di ospitalità, di accoglienza, di…
E’ ancora per questo motivo che pian piano comincia a costruire una sua nuova casa, con l’aiuto dei nuovi vicini. Ma a ben guardare non è una nuova casa quella che sta costruendo, e a ben guardare non è ormai vecchio l’edificio che ha abbandonato, e non sono solamente i nuovi vicini coloro che lo stanno sostenendo, altri sono al suo fianco. A ben guardare sta soltanto allargando lo spazio della sua tenda, perché come lui, lo straniero, è ormai entrato nella tenda degli altri così altri possano ora entrare a far parte del numero degli amici aggiungendosi a quelli di sempre.
20 maggio 2006
Per chi volesse comunicare abbiamo la possibilità di un numero di telefono Satellitare 0870762069741. Non è sempre acceso, sicuramente la domenica sera dalle 19.30 alle 21.30.
Attenzione ai costi!
11 maggio 2006
Ricchezza culturale, sete di conoscenza.
Non potendo ancora comunicare in lingua locale non posso dire ancora di poter gustare la ricchezza culturale del posto, spero di poter comunicare qualcosa in seguito, per intanto ho potuto conoscere al contrario la grande sete di conoscenza, di informazioni, di apertura. All’interno, ossia in zone rurali, ogni passaggio di motocicletta, di vettura fa accorrere la gente perché è una novità che accade e può portare notizie. Una piccola idea mi è allora venuta, perché spesso si presentano dei ragazzi a chiedere qualche cosa da leggere, una rivista un giornale... con un ragazzo stavamo riparando un collegamento idraulico fatto con un tubo in plastica e per modellare il tubo serviva riscaldarlo un pò. Allora prendo un vecchio giornale per accendere una fiamma e riscaldare la plastica. Il ragazzo stupito mi ferma "scandalizzato" del fatto che un testo possa essere bruciato e mi chiede di poter donare a lui il giornale da leggere, non importa se vecchio.
Allora: non so se sarà fattibile, ma non è che spargendo la voce si possono recuperare dei testi qualsiasi in francese? in modo da costituire un piccolo "tesoro" da far circolare... una biblioteca è un nome un pò grosso da spendere, ma un armadio con qualcosa dentro sarebbe già qualcosa di grande.
Anche i testi scolastici sono una rarità, i prof. scrivono alla lavagna e gli scolari trascrivono nei loro quaderni, non parliamo del materiale didattico. L'altro giorno, non so come un insegnate è venuto a saper che ho con me una bussola (vecchio buon regalo degli scouts di Ponticella BO) ed è venuto a prestito per poterla far vedere alla sua classe e poi a tutti gli altri ragazzi della Scuola Primaria Centrale di Babonde (i primi sei anni di scuola elementare per 750 ragazzi).
A Kisangani una nostra comunità gestisce l'istituto di scuola superiore "Maele" e un nostro confratello mi mostrava la biblioteca e la quantità di libri sparsi sul pavimento. Sulle prime sono rimasto incerto se manifestare o meno il mio stupore per lo stato penoso in cui si trovava quella biblioteca, le infiltrazioni d'acqua dal tetto, il disordine sugli scaffali e lo slalom che occorreva fare per spostarsi perché tutta la superficie del pavimento era occupata. Incerto perché non capivo se il significato della visita fosse dimostrare il bisogno evidente di iniziare una ristrutturazione seria o se al contrario la visita intendesse mostrare con una punta di giusto orgoglio tutti quei testi che potevano essere messi a disposizione dei professori per preparare le lezioni e che pochi altri istituti in città potevano permettersi.
Ho fatto bene a non reagire, perché era questa seconda intenzione che muoveva il nostro confratello.
29 aprile 2006
Viaggiando
Costruire una casa è saggezza, ma è “viaggiando” che si acquista saggezza. E il viaggio è dentro e fuori, attraverso i paesi e le persone, le geografie e i volti, le esperienze proprie e quelle di chi si racconta. E si guarda sempre con occhi nuovi e si ascoltano suoni e ritmi mai uditi e si gustano cibi e si fanno pensieri. Tu non arrestare il tuo cammino. Se possiedi radici profonde, anch’esse non possono arrestare il cammino. Se ti sembra di aver confusamente corso invano è perché tu dovevi arrivare qui, non arrestare il tuo cammino.
mercoledì, maggio 24, 2006
martedì, aprile 11, 2006
Auguri
2 aprile ‘06
Ieri sera all’esterno della missione è radunato il gruppo locale dei maestri – una quindicina – appartenenti all’organizzazione O.R.A., gruppo più vasto incaricato dell’azione di sviluppo presso le popolazioni pigmee di questa regione e dell’Ituri. Ricevono attraverso la missione un piccolo salario e qualche aiuto per le loro attività, e questa sera, poiché alcuni vengono da lontano, si fermeranno qui a cenare e a dormire. Uno di loro mi pone la domanda del perché ho scelto di venire a Babonde.
Effettivamente ho chiesto di poter venire in Africa e in Congo; il fatto che oggi sia precisamente a Babonde è invece perché mi ci hanno inviato e sono contento di esserci. Ma perché la missione? Dopo essermi posto io stesso la domanda, e dopo averla raccolta dagli gli amici in Italia, ecco la gente di qui ripresentare la medesima questione.
“Condividere la fede” è la prima risposta, “realizzare un sogno”, “accettare una sfida”, sono le parole che affiorano. Ma stamattina, domenica, è ancora “La Parola” a donare luce: “il Principe di questo mondo sta per essere gettato fuori” (Gv 12, 23-33). Il Principe di questo mondo, la realtà di male, di contrarietà a Dio e agli uomini, la mano alzata dell’uno contro l’altro, ogni chiusura ed egoismo, viene gettata fuori, dice Gesù. Il mondo e noi stessi, continuando a fare esperienza del principe di questo mondo, vediamo che la battaglia non è conclusa, siamo a nostra volta coinvolti nella sfida contro questo “Principe”e chiamati a gettarlo fuori, almeno dalla nostra vita.
Perché sono qui in Africa, a Babonde? Perché sento che è la strada per condurre “la buona battaglia della fede” (1 Tm 6,12), per continuare e condividere con altri questa sfida, per scoprire insieme la verità di Gesù, per sperimentarne la via, per gustarne la vita. Non sarò io a gettare fuori di questo mondo il “Principe”, nessuno di noi ne sarà capace, né saremo capaci di gettarlo fuori dall’Africa, né dal Congo. Sapremo però condurre una buona battaglia. Gesù ci attira.
BUONA PASQUA
Ieri sera all’esterno della missione è radunato il gruppo locale dei maestri – una quindicina – appartenenti all’organizzazione O.R.A., gruppo più vasto incaricato dell’azione di sviluppo presso le popolazioni pigmee di questa regione e dell’Ituri. Ricevono attraverso la missione un piccolo salario e qualche aiuto per le loro attività, e questa sera, poiché alcuni vengono da lontano, si fermeranno qui a cenare e a dormire. Uno di loro mi pone la domanda del perché ho scelto di venire a Babonde.
Effettivamente ho chiesto di poter venire in Africa e in Congo; il fatto che oggi sia precisamente a Babonde è invece perché mi ci hanno inviato e sono contento di esserci. Ma perché la missione? Dopo essermi posto io stesso la domanda, e dopo averla raccolta dagli gli amici in Italia, ecco la gente di qui ripresentare la medesima questione.
“Condividere la fede” è la prima risposta, “realizzare un sogno”, “accettare una sfida”, sono le parole che affiorano. Ma stamattina, domenica, è ancora “La Parola” a donare luce: “il Principe di questo mondo sta per essere gettato fuori” (Gv 12, 23-33). Il Principe di questo mondo, la realtà di male, di contrarietà a Dio e agli uomini, la mano alzata dell’uno contro l’altro, ogni chiusura ed egoismo, viene gettata fuori, dice Gesù. Il mondo e noi stessi, continuando a fare esperienza del principe di questo mondo, vediamo che la battaglia non è conclusa, siamo a nostra volta coinvolti nella sfida contro questo “Principe”e chiamati a gettarlo fuori, almeno dalla nostra vita.
Perché sono qui in Africa, a Babonde? Perché sento che è la strada per condurre “la buona battaglia della fede” (1 Tm 6,12), per continuare e condividere con altri questa sfida, per scoprire insieme la verità di Gesù, per sperimentarne la via, per gustarne la vita. Non sarò io a gettare fuori di questo mondo il “Principe”, nessuno di noi ne sarà capace, né saremo capaci di gettarlo fuori dall’Africa, né dal Congo. Sapremo però condurre una buona battaglia. Gesù ci attira.
BUONA PASQUA
Acqua ed elettricità
31 marzo ‘06
Siamo alla fine di marzo: piccole curiosità.
Dopo due mesi di peregrinazioni arrivare a Babonde, mettere finalmente i piedi per terra, “mettere su casa”, mi permette di uscire lentamente dal limbo in cui sono stato immerso. Sottolineo lentamente perché senza possesso della lingua locale ogni vera attività è attualmente difficile; rimane la possibilità di poter dare un piccolo segno di presenza. Resto quindi “calmamente” in attesa e attivamente immerso nello studio della lingua swahili, proprio oggi ho iniziato le lezioni regolari assieme al mualimo Didier, un maestro tutto per me.
La comunità composta da p. Jean Paul Masudi e da fr. Egid è, direi, ideale. Mi trovo pienamente a mio agio.
Il clima è fresco, non ci sono zanzare in abbondanza, comunque egregiamente rimpiazzate da minuscoli ed invisibili insetti – approssimativamente portano il nome di maranguen - e pizzicano in maniera incredibile, aspetto ancora un po’ fiducioso nella teoria che dopo numerosi morsi si diviene immuni, ma se non succede in fretta credo che dovrò adottare le maniche lunghe come unica valida difesa.
Giusto per esercitarmi nella scrittura in lingua italiana, e prima di farci l’abitudine voglio annotare alcune delle cose che saltano all’evidenza nella vita di “brousse” come si dice qui, ossia della vita all’interno delle zone rurali, della foresta, lontano dalle città, le quali, per inciso, hanno poco da spartire con una delle nostre città.
Elettricità ed acqua sono due elementi che cambiano profondamente alcuni quotidiani comportamenti. Ecco che il lavandino in stanza non dona nulla, pur avendo una cisterna fuori per alimentarlo, la quale raccoglie l’acqua piovana del tetto: è da pulire e sono da reinstallare le grondaie che mancano. Ecco che i gabinetti possedevano lo “sciacquone”, oggi fuori uso e il bidone pieno d’acqua con il vicino secchio fungono da validi sostituti; l’ispezione alla cisterna che fornisce l’acqua all’unica doccia della casa fa dubitare sul risultato finale del “dopo lavaggio”, se cioè se ne esca puliti o sporchi di qualcosa d’altro di differente: anche questa sarà da risistemare. Per fortuna c’è un bidoncino di plastica con rubinetto incorporato che sotto il portico, fuori del refettorio dona l’acqua necessaria per lavarsi le mani prima dei pasti, ma è buona anche per permettere di aprire bene gli occhi appena alzati, svegliati dolcemente dalla luce del sole. Quest’acqua viene da una cisterna che raccoglie le acque piovane del cortile interno: una pompa azionata da motore elettrico dovrebbe estrarla, ma è in panne, per cui un secchio attaccato ad una canna compiono onorevolmente il servizio. L’acqua che beviamo viene invece presa con dei bidoncini di plastica da una fonte poco lontana, viene bollita e filtrata. Fino ad oggi non si sono verificati effetti collaterali, per cui il sistema funziona; è con quest’acqua che ci si può tranquillamente lavare i denti. E’ incredibile di quanta ne consumerei se funzionasse il normale rubinetto con la normale acqua potabile. Dicevo di un motore elettrico, che potrebbe funzionare quando funziona il gruppo elettrogeno, ossia il vecchio motore diesel (dev’essere qui all’incirca dagli inizi della missione vista l’età che dimostra), è lui che produce elettricità per la casa. Attualmente viene acceso a partire dalle 18,30 quando cioè cala il buio; lo spegniamo alle 21,30/22.00 quando ci si dà la buona notte (la sveglia è alle 5,30) ed è in questo periodo che tutto ciò che è ricaricabile viene attaccato alle prese: la torcia elettrica, le pile per la radio o per la macchina fotografica, il registratore o il computer… Abbiamo un frigorifero con sistema di raffreddamento azionato a petrolio, funziona benissimo a confronto di quell’altro, nuovo, che prende la corrente elettrica da batterie ricaricate da una serie di pannelli solari, i quali però si rivelano spesso insufficienti. Penso che quanto prima lo staccheremo, anche perché c’è così poco dentro che quello a petrolio basta e di spazio ne avanza. Il carburante per il gruppo elettrogeno lo acquistiamo in fusti da 200 litri circa, il famoso barile quotato in borsa con il prezzo in continua crescita, qui all’interno si aggiunge anche la difficoltà di trasporto per strade impossibili che distruggono in breve tempo jeep e camion. Naturalmente il fornitore è unico, per cui è difficile trattare sul prezzo. Stasera, in attesa che arrivi il prossimo rifornimento abbiamo prelevato dal serbatoio della jeep per accendere il gruppo. Ieri per riparare una saldatura a stagno di un piccolo trasformatore abbiamo utilizzato l’unico saldatore disponibile riscaldandone la punta sulle braci del fuoco da cucina. Diciamo che è mancata un po’ la precisione viste le dimensioni della grossa punta, ma il lavoro è stato comunque efficace. Ecco dimenticavo la cucina, è staccata dalla casa, per tradizione di qui, ma anche a causa dell’abbondante fumo che abitualmente la abita, per fortuna una cucina economica razionalizza l’uso della legna, quando questa è lunga la misura giusta per entrare nell’apposito sportello, ma se a causa della lunghezza ne esce fuori o se è un po’ verde o umida l’effetto nebbia è assicurato.
Annoto tutto questo solamente per la meraviglia o il confronto iniziale con le condizioni di vita da cui vengo, ma bastano pochi giorni per abituarsi. Molti di questi particolari mi ricordano i racconti dei miei genitori nelle loro case d’infanzia. Una sola attenzione che vorrei avere, quella di non abituarmici troppo, avendo invece la tensione giusta per cercare di far funzionare meglio quelle cose che lo possono, evitando trasandatezza o minimalismo.
Siamo alla fine di marzo: piccole curiosità.
Dopo due mesi di peregrinazioni arrivare a Babonde, mettere finalmente i piedi per terra, “mettere su casa”, mi permette di uscire lentamente dal limbo in cui sono stato immerso. Sottolineo lentamente perché senza possesso della lingua locale ogni vera attività è attualmente difficile; rimane la possibilità di poter dare un piccolo segno di presenza. Resto quindi “calmamente” in attesa e attivamente immerso nello studio della lingua swahili, proprio oggi ho iniziato le lezioni regolari assieme al mualimo Didier, un maestro tutto per me.
La comunità composta da p. Jean Paul Masudi e da fr. Egid è, direi, ideale. Mi trovo pienamente a mio agio.
Il clima è fresco, non ci sono zanzare in abbondanza, comunque egregiamente rimpiazzate da minuscoli ed invisibili insetti – approssimativamente portano il nome di maranguen - e pizzicano in maniera incredibile, aspetto ancora un po’ fiducioso nella teoria che dopo numerosi morsi si diviene immuni, ma se non succede in fretta credo che dovrò adottare le maniche lunghe come unica valida difesa.
Giusto per esercitarmi nella scrittura in lingua italiana, e prima di farci l’abitudine voglio annotare alcune delle cose che saltano all’evidenza nella vita di “brousse” come si dice qui, ossia della vita all’interno delle zone rurali, della foresta, lontano dalle città, le quali, per inciso, hanno poco da spartire con una delle nostre città.
Elettricità ed acqua sono due elementi che cambiano profondamente alcuni quotidiani comportamenti. Ecco che il lavandino in stanza non dona nulla, pur avendo una cisterna fuori per alimentarlo, la quale raccoglie l’acqua piovana del tetto: è da pulire e sono da reinstallare le grondaie che mancano. Ecco che i gabinetti possedevano lo “sciacquone”, oggi fuori uso e il bidone pieno d’acqua con il vicino secchio fungono da validi sostituti; l’ispezione alla cisterna che fornisce l’acqua all’unica doccia della casa fa dubitare sul risultato finale del “dopo lavaggio”, se cioè se ne esca puliti o sporchi di qualcosa d’altro di differente: anche questa sarà da risistemare. Per fortuna c’è un bidoncino di plastica con rubinetto incorporato che sotto il portico, fuori del refettorio dona l’acqua necessaria per lavarsi le mani prima dei pasti, ma è buona anche per permettere di aprire bene gli occhi appena alzati, svegliati dolcemente dalla luce del sole. Quest’acqua viene da una cisterna che raccoglie le acque piovane del cortile interno: una pompa azionata da motore elettrico dovrebbe estrarla, ma è in panne, per cui un secchio attaccato ad una canna compiono onorevolmente il servizio. L’acqua che beviamo viene invece presa con dei bidoncini di plastica da una fonte poco lontana, viene bollita e filtrata. Fino ad oggi non si sono verificati effetti collaterali, per cui il sistema funziona; è con quest’acqua che ci si può tranquillamente lavare i denti. E’ incredibile di quanta ne consumerei se funzionasse il normale rubinetto con la normale acqua potabile. Dicevo di un motore elettrico, che potrebbe funzionare quando funziona il gruppo elettrogeno, ossia il vecchio motore diesel (dev’essere qui all’incirca dagli inizi della missione vista l’età che dimostra), è lui che produce elettricità per la casa. Attualmente viene acceso a partire dalle 18,30 quando cioè cala il buio; lo spegniamo alle 21,30/22.00 quando ci si dà la buona notte (la sveglia è alle 5,30) ed è in questo periodo che tutto ciò che è ricaricabile viene attaccato alle prese: la torcia elettrica, le pile per la radio o per la macchina fotografica, il registratore o il computer… Abbiamo un frigorifero con sistema di raffreddamento azionato a petrolio, funziona benissimo a confronto di quell’altro, nuovo, che prende la corrente elettrica da batterie ricaricate da una serie di pannelli solari, i quali però si rivelano spesso insufficienti. Penso che quanto prima lo staccheremo, anche perché c’è così poco dentro che quello a petrolio basta e di spazio ne avanza. Il carburante per il gruppo elettrogeno lo acquistiamo in fusti da 200 litri circa, il famoso barile quotato in borsa con il prezzo in continua crescita, qui all’interno si aggiunge anche la difficoltà di trasporto per strade impossibili che distruggono in breve tempo jeep e camion. Naturalmente il fornitore è unico, per cui è difficile trattare sul prezzo. Stasera, in attesa che arrivi il prossimo rifornimento abbiamo prelevato dal serbatoio della jeep per accendere il gruppo. Ieri per riparare una saldatura a stagno di un piccolo trasformatore abbiamo utilizzato l’unico saldatore disponibile riscaldandone la punta sulle braci del fuoco da cucina. Diciamo che è mancata un po’ la precisione viste le dimensioni della grossa punta, ma il lavoro è stato comunque efficace. Ecco dimenticavo la cucina, è staccata dalla casa, per tradizione di qui, ma anche a causa dell’abbondante fumo che abitualmente la abita, per fortuna una cucina economica razionalizza l’uso della legna, quando questa è lunga la misura giusta per entrare nell’apposito sportello, ma se a causa della lunghezza ne esce fuori o se è un po’ verde o umida l’effetto nebbia è assicurato.
Annoto tutto questo solamente per la meraviglia o il confronto iniziale con le condizioni di vita da cui vengo, ma bastano pochi giorni per abituarsi. Molti di questi particolari mi ricordano i racconti dei miei genitori nelle loro case d’infanzia. Una sola attenzione che vorrei avere, quella di non abituarmici troppo, avendo invece la tensione giusta per cercare di far funzionare meglio quelle cose che lo possono, evitando trasandatezza o minimalismo.
SALAMU
25 marzo ‘06
Arrivo a Babonde. Sono le 19.00 circa, quindi al buio, ma c’è ancora una piccola folla di gente che aspetta e fa festa, con saluti e canti. Sono davvero sorpreso, non me l’aspettavo. Molti non ho potuto vederli per il buio, molti di più perchè sono rientrati nelle loro case, erano davanti alla missione ad aspettare fin dalle 14.00. Scatto qualche foto con la solita grande meraviglia che il piccolo schermo digitale provoca.
Il viaggio sui 90 kilometri circa è durato 5 ore buone, con difficoltà di percorso davvero notevoli, mi rendo sempre più consapevole che mi sto allontanando da un mondo. Il cuore è lieto o sto pensando ad altro. La vecchia Land Rover e l’autista hanno fatto bene il loro dovere, eravamo stracarichi di materiale per la costruzione di una nuova chiesa a 30 km da Babonde, e stracarichi di persone. Grazie a Dio non ci sono stati intoppi. P. Jean Paul la settimana scorsa, quando era venuto per prendermi, sulla strada del ritorno ha avuto un guasto ed ha dovuto passare fuori la notte.
Viaggia con noi Pauline, una Piccola Suora dell’Evangelizzazione, hanno una comunità a Babonde ed un’altra ad Ibambi, a 16chilometri prima di Babonde. Le parole chiave sono Karibu, ossia “benvenuto” e “salamu” che è il saluto abituale in questa zona, importato dagli arabi che venivano a “caccia” di schiavi, ma che proviene dall’ebraico e significa “ogni pace e ogni bene”.
Arrivo a Babonde. Sono le 19.00 circa, quindi al buio, ma c’è ancora una piccola folla di gente che aspetta e fa festa, con saluti e canti. Sono davvero sorpreso, non me l’aspettavo. Molti non ho potuto vederli per il buio, molti di più perchè sono rientrati nelle loro case, erano davanti alla missione ad aspettare fin dalle 14.00. Scatto qualche foto con la solita grande meraviglia che il piccolo schermo digitale provoca.
Il viaggio sui 90 kilometri circa è durato 5 ore buone, con difficoltà di percorso davvero notevoli, mi rendo sempre più consapevole che mi sto allontanando da un mondo. Il cuore è lieto o sto pensando ad altro. La vecchia Land Rover e l’autista hanno fatto bene il loro dovere, eravamo stracarichi di materiale per la costruzione di una nuova chiesa a 30 km da Babonde, e stracarichi di persone. Grazie a Dio non ci sono stati intoppi. P. Jean Paul la settimana scorsa, quando era venuto per prendermi, sulla strada del ritorno ha avuto un guasto ed ha dovuto passare fuori la notte.
Viaggia con noi Pauline, una Piccola Suora dell’Evangelizzazione, hanno una comunità a Babonde ed un’altra ad Ibambi, a 16chilometri prima di Babonde. Le parole chiave sono Karibu, ossia “benvenuto” e “salamu” che è il saluto abituale in questa zona, importato dagli arabi che venivano a “caccia” di schiavi, ma che proviene dall’ebraico e significa “ogni pace e ogni bene”.
martedì, marzo 21, 2006
Speranze

Elezioni: per il popolo congolese non c'è al momento altra speranza che uscire dal “processo di transizione” (dieci anni oramai dopo gli otre trenta di dittatura). Dopo gli innumerevoli passi indietro di questi decenni iniziare a camminare in avanti? Le elezioni possono marcare questa inversione di marcia, ma sono anche un momento di grande tensione, fragilità, verifica della intenzioni vere dei poteri forti di qui ed occidentali. E’ allora da diffondere l’iniziativa dei Beati i costruttori di Pace – Osservatori Internazionali alle Elezioni - che vi invito a visitare, conoscere, sostenere. Ciao
sabato, marzo 18, 2006
Saluti Salute?

Quanti "battesimi" si ricevono nella vita? uno di questi, per chi viene a vivere in Africa è anche quello della malaria. Un vaccino ancora non c'è, si dice che fino ad oggi le grandi case farmaceutiche non abbiano investito molto su questo "flagello" perchè i potenziali clienti risulterebbero troppo poveri per acquisire i farmaci prodotti. Oggi è un estratto di una pianta cinese, l'Artemisia Annua, a fornire il farmaco più efficace ma ancora troppo costoso per le magre tasche della maggior parte dei congolesi (e di moltissimi altri). Per chi vuole saperne di più lascio il link di un sito interessante.
Bene, anch'io sono qui a scrivere convalescente e dolorante, dopo un paio di giorni di febbroni.
Si "incarna" il mestiere: anche questo è inserimento. Ciao, p. Renzo p.s. un grazie a chi mi ha inviato il testo che segue.
Voi vi credete poveri,
"Voi vi credete poveri, ma è perché non avete coscienza delle vostre ricchezze. Prova ne è che se vi dicessi: «Eccovi dieci milioni in cambio delle vostre mani!» li rifiutereste. «Allora, datemi i vostri occhi per cento milioni!» e voi rifiutereste ancora. E se vi chiedessi di darmi la vostra lingua, il vostro naso o le vostre orecchie per delle somme fantastiche, continuereste a rifiutare. Ma allora, questo non solo significa che non siete poveri, ma anche che siete arcimiliardari! È come se qualcuno, proprietario di terreni e di castelli, si ritenesse povero perché non ha denaro liquido a disposizione. Voi credete di essere poveri perché non avete monete d’oro e neppure banconote. Ma in realtà, la vera ricchezza non è quella. La vera ricchezza è il vostro corpo fisico, con tutto ciò che potete realizzare grazie ad esso, e non solo: lo è anche il vostro cuore, il vostro intelletto, la vostra anima e il vostro spirito con i quali potete abbracciare l’intero universo." Omraam Mikhaël Aïvanhov
sabato, marzo 11, 2006
Bambini

Scrive Elisa: "i bambini sono sempre una grande benedizione anche quando arrivano non "programmati", quando mettono alla prova la tua pazienza, quando ti fanno sentire inadeguata...ma ogni sorriso che fanno è una benedizione, ogni volta che ti prendono per mano è una benedizione, ogni volta che per strada ti chiamano per salutarti è una benedizione... E di benedizioni ce n'è sempre bisogno”!“Lasciate che i bambini vengano”. Sono il futuro, per loro più che per noi costruiamo il futuro… e “diventate come i bambini”.
Tolekisti (vuoti di passeggero)

Eccomi di nuovo, tornato ieri da Basoko, storica missione all’incrocio del fiume Congo con l’Arwimi.
Delle cose vissute laggiù, voglio ricordare la cordialità della nostra comunità e di quella delle suore francesi dell’immacolata Concezione (della Bretagna per la precisione). Voglio ancora ricordare l’appiccicamento di un paio di persone tra le altre per la richiesta di aiuti, per continuare gli studi o semplicemente per qualche piccolo regalo… è davvero sistema quello di chiedere al “padre missionario”… per il momento sono stato gentile ma inflessibile, arrabbiato contro l’insistenza. E’ certo che il Vangelo invita a chiedere e a farlo cono insistenza… ma veramente mi sembra una corsa dei più scaltri, invece che dei più bisognosi, al tesoro individuato (non ancora il tesoro vero).
Voglio ricordare la messa alla cappella di Yabangia a 25 Km, con p. Jean, in moto, l’inaugurazione della nuova chiesa in poto poto (fango), l’ospitalità del catechista, l’impressione che suscita il piccolo schermo della macchina fotografica digitale.
Di ritorno a maison Sacrè Coeur abbiamo finalmente avuto i particolari dell’aggressione della settimana scorsa.
L’autista del camion dello scolasticato ha avuto un drammatico incidente prendendo sotto un tolekista (taxista in bicicletta) e il suo passeggero che purtroppo è morto, ad un centinaio di metri dalla casa Maison Sacrè Coeur. Le suore francescane di passaggio portano il tolekista all’ospedale, l’autista si rifugia presso la nostra casa. Come ben si sa occorre mettersi in salvo per sfuggire un quasi sicuro linciaggio sul posto.
Nessuna colpa dell’autista circa la dinamica dell’incidente, i due in bicicletta gli si sono infilati sotto le ruote a causa di un urto avuto con un’altra bicicletta e di una manovra maldestra di un motociclista, concause il dissesto delle strade e l’approssimazione del rispetto di un minimo di codice stradale che sono il condimento quotidiano di che viaggia. Ma per chi ha un incidente non c’è ragione. Il morto è uno studente universitario, l’università è vicina. Agitatori fuori corso la frequentano da anni… monta una piccola folla di studenti che entra nel cortile della comunità alla ricerca del fuggitivo ben nascosto (tutti i mezzi delle nostre comunità portano l’adesivo ‘Prêtre du Sacrè Coeur’. La polizia chiamata accorre, ma è bloccata all’altezza del camion da altra folla che ne impedisce il passaggio e, come spesso accade, arriverà solo quando tutto sarà oramai concluso.
Con i giovani non c’è verso di ragionare ma solo di barricarsi in casa per non giocarsi la vita, mentre inizia un lancio di sassi e di grosse pietre che sfondano vetri e porte e fracassano il parabrezza di un’auto parcheggiata, alcuni studenti provenienti da Basoko e amici dei padri tentano di calmare gli esagitati ma non c’è verso fino a che qualcuno scopre una porta aperta e grida “è fuggito di qua, oramai ci è scappato”… Non aggiungo particolari, se non che al camion è stato dato fuoco, ma faccio qualche considerazione.
C’è un modo di reagire ai fatti, soprattutto negli incidenti stradali, ma similmente ogni volta che ci si trova di fronte alla morte di una persona giovane, che è totalmente istintiva da una parte, e dall’altra è “forzata” a cercare ad ogni costo un colpevole. Nessuna morte accade naturalmente, c’è sempre una causa, c’è sempre un colpevole. Strano a dirsi in questo paese dove per contro c’è molta rassegnazione a fronte delle mille disgrazie da sopportare. Un colpevole va trovato e punito, forse che anche qui la sofferenza estrema quella della morte rimane un mistero difficile da affrontare e richiede qualche scorciatoia di risposta… noi in occidente scegliamo spesso l’altra scorciatoia, quella di dare la colpa a Dio o di negare l’evidenza cullando il sogno di una tecnologia medica che dia sollievo a tutto e a tutti.
Nella illogica reazione della piccola folla di giovani si legge anche la disperazione di una nazione che da decenni non riesce ad intravedere via di uscita ai mali e alle schiavitù che la rendono perennemente “minore” nell’insieme dei popoli, perseguitata dai debiti e dallo sfruttamento neocolonialista, svenata dalla corruzione dei propri governanti, vessata da tutte le istituzioni, polizia compresa, che invece di difendere il diritto e la giustizia vedono nel “piccolo” una ghiotta preda da mungere per uscire dal comune sfacelo. Violenza subita, mai digerita, genera altra cieca violenza.
C’è infine una politica, una sporca politica che nel piccolo di una città di foresta tropicale riproduce i passi dei grandi, ossia, nella confusione, del ‘tanto peggio tanto meglio’, qualcuno guadagna, ed immancabilmente quest’ultimo è colui che è già ben piazzato e può far valere il peso della forza che già ha acquisita.
Prontezza nel perdono, ricerca del diritto e della giustizia, libertà della coscienza, capacità di testimonianza personale, giudizio lasciato a Dio, consapevolezza di una fatica da vivere…
mi sembrano tutte parole d’ordine per un lavoro di animazione, di educazione, di evangelizzazione qui in Congo, ma buone ovunque… non semplicemente un programma… la luce di Cristo dona un sapore speciale a tutto.
mercoledì, febbraio 22, 2006
MONICA

Devo ripresentare Monica poichè è sparita da queste pagine troppo in fretta, misteri dell'internet. E' una conoscenza fatta appena partito dall'Italia. Ciao
Nel pomeriggio con Claudia facciamo visita ad una signora, Monica, appena operata (gli è stato asportato l’utero causa un tumore) ed ora è a casa in convalescenza. E’ una persona particolare o meglio speciale, perché ha adottato un bambino. Anzi forse non è tanto speciale viste le tante persone che con mille fatiche ma con grande coraggio adottano dei figli e viste le altre decine di testimonianze di condivisione e solidarietà che le comunità e le famiglie operano quotidianamente a Nyahururu. La sua storia merita comunque di essere raccontata.
Monica non ha potuto terminare gli studi, la mancanza di denaro sufficiente per pagare la scuola nonostante l’aiuto iniziale di uno zio, il padre dedito all’alcool, la necessità di lavorare presto… “Ma Dio non vuole che le persone soffrano a lungo”, ed ecco il matrimonio con James, del quale è innamorata oggi come allora, quando erano fidanzati: “una vera benedizione di Dio”, e tre figli, Bob, Lucy e Mothoni.
Il S. Martin nel suo progetto di recupero dei ragazzi di strada, sta tentando di sensibilizzare le diverse comunità, creando dei gruppi di sostegno e di animazione affinché si possano individuare delle famiglie affidatarie e Monica ne fa parte con entusiasmo. Non è affatto cosa semplice trovare chi sia disposto a prendere in casa un ragazzo di strada, spesso violento, abituato a sopravvivere da se stesso, incapace di obbedire ad alcuno.
Ora è per Mbogwa che si sta cercando famiglia, la sua è una vicenda difficile, abbandonato dalla famiglia nelle braccia poco affettuose della strada quando aveva l’età di tre anni ed ormai già da cinque sopravvive di espedienti assieme a ragazzi più grandi di lui. Cinque anni sulla strada sono lunghi e segnano profondamente la sua persona. Com’era prevedibile non si trova una famiglia disponibile, e i responsabili del S. Martin sono ora loro stessi a farsi avanti chiamando Monica ed invitandola a prendere in casa Mbogwa.
Monica da parte sua si sta dicendo che non può girare di famiglia in famiglia, come volontaria del S. Martin, cercando dei genitori affidatari, tentando di convincerli che è possibile accogliere un bimbo, fosse anche proveniente dalla strada, quando lei stessa non sa precisamente per esperienza diretta cosa questo comporti, sa anche che nella vita occorre dare l’esempio in certe circostanze.
Ne parla quindi con James e con i tre figli ed insieme decidono che “si può fare”, si potrà prendere Mbogwa per un periodo di prova di alcuni mesi, poi si vedrà.
Mbogwa quando arriva è letteralmente coperto di pustole e di pulci, ma sr Tiziana ha provveduto a delle medicine (una polvere bianca) che dovrebbe guarire il tutto. La casa della famiglia di Monica è una baracca di legno, come è normale da queste parti, nella zona di Nyahururu, in Kenya: una stanza dedicata ai genitori, ed una ai figli, un letto per le femmine e l’altro quello di Bob da condividere ora con Mbogwa. Bob è felice di avere finalmente un fratello con cui condividere i lavori quotidiani e il gioco, ora non si tira indietro nel momento di condividere il letto (sarà risparmiato dalle infezioni) e il giorno dopo condividerà anche gli abiti, scegliendo per il nuovo arrivato quelli più belli tra i troppo pochi a disposizione.
Racconta Monica:
“Abbiamo sempre sbagliato a pensare i ragazzi di strada un problema, e nei timori della decisione a pensare a Mbogwa come ad un problema. Mbogwa è stato una benedizione per la nostra famiglia, ha aiutato noi ad essere migliori, i nostri figli a crescere in modo diverso. Certo la durezza e talvolta la violenza che Mbogwa ha ereditato dalla strada, frutto di un amore mai ricevuto, non sono stati facili da affrontare, soprattutto all’inizio, per tutti noi, genitori e figli, ma poco alla volta le cose sono cambiate ed ora Mbogwa è tra i migliori degli studenti della sua scuola, ogni volta che ci siamo confrontati durante il periodo di prova, nessuno della famiglia ha mai avuto il dubbio se tenerlo o rimandarlo indietro”.
“Prima di andare alle scuole superiori – dice ancora Monica – Mbogwa pregava spesso per la salute di noi genitori così che ci fosse la necessaria possibilità economica per poterlo iscrivere. Le scuole superiori, soprattutto quelle di buon livello sono molto costose. Proprio in quel periodo invece mio marito Bob fu licenziato, in un periodo di grande crisi per il nostro paese. Fu allora che ci chiedemmo se non era il caso di rimandarlo indietro poiché non riuscivamo neppure a pagare le spese dell’altro nostro figlio Bob. Fu mio marito James a riflettere che una simile decisione non avrebbe comunque risolto il problema che andava invece affrontato diversamente, e se erano disposti a fare dei sacrifici per i tre figli avrebbero potuto farlo anche per quattro”. Fu poi la disponibilità del preside della scuola a rifiutare che Bob fosse ritirato a metà anno e a permettere ugualmente a Mbogwa di iscriversi l’anno successivo, in attesa che il marito trovasse un nuovo impiego. Mbogwa è sempre stato tra i migliori della scuola, nel tempo ha smussato molte delle spigolosità dei primi tempi delle quali hanno fatto prova soprattutto gli altri fratelli. Monica dice che li ha anche aiutati ad affrontare la vita in modo diverso, a far crescere attenzioni e aperture a tutti loro. Oggi sa essere obbediente ed ha promesso alla mamma adottiva una laurea, una casa ed un’automobile. Il papà James ha trovato lavoro al S. Martin e sta lui stesso costruendo pian piano una nuova casa più grande. Monica non vede l’ora che sia finita perché nel frattempo ha ospitato per alcuni giorni un altro bimbo di 8 anni, Wachira, che pur avendo la madre, vive però in stato di abbandono ed ancora non si è trovata una famiglia che lo possa accogliere. Ma Monica già vi si è affezionata ed è pienamente convinta che sarà lei a prenderlo.
domenica, febbraio 19, 2006
Il fiume Congo a Kisangani

Il fiume Congo da S. Gabriel, ossia alle radici della presenza cristiana in Kisangani, allora chiamata Stanleyville, e in tutto l’Est del Congo. Nel luogo che fu di p. Grison, primo nostro missionario a partire dal 1897. Qui sono anche le tombe dei numerosi nostri confratelli uccisi durante i moti del 1964. Scrivo al fresco di un solenne temporale equatoriale, dopo una umida ed afosa giornata. Sul fiume Congo, le piroghe vi scorrono lentamente, trasportando persone o pescatori. L’acqua defluisce con calma ed imponenza.
domenica, febbraio 12, 2006
Kisangani

Altra tappa raggiunta, la città di Kisangani dopo un pò di percorsi e il passaggio a Mambasa con il classico viaggio in camion.
Giada mi ha inviato questo che segue (grazie) e cosa di meglio se non diffonderlo?
Voi vi credete poveri,
"Voi vi credete poveri, ma è perché non avete coscienza delle vostre ricchezze. Prova ne è che se vi dicessi: «Eccovi dieci milioni in cambio delle vostre mani!» li rifiutereste. «Allora, datemi i vostri occhi per cento milioni!» e voi rifiutereste ancora. E se vi chiedessi di darmi la vostra lingua, il vostro naso o le vostre orecchie per delle somme fantastiche, continuereste a rifiutare. Ma allora, questo non solo significa che non siete poveri, ma anche che siete arcimiliardari! È come se qualcuno, proprietario di terreni e di castelli, si ritenesse povero perché non ha denaro liquido a disposizione. Voi credete di essere poveri perché non avete monete d’oro e neppure banconote. Ma in realtà, la vera ricchezza non è quella. La vera ricchezza è il vostro corpo fisico, con tutto ciò che potete realizzare grazie ad esso, e non solo: lo è anche il vostro cuore, il vostro intelletto, la vostra anima e il vostro spirito con i quali potete abbracciare l’intero universo."Omraam Mikhaël Aïvanhov
martedì, febbraio 07, 2006
domenica, gennaio 22, 2006
giovedì, gennaio 12, 2006
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