mercoledì, luglio 01, 2009

Veleno


E’ una storia di foresta e uno spaccato di organizzazione sociale locale.
La maggioranza degli abitanti locali è composta dai neri di ceppo bantu, vivono nei villaggi, hanno accesso alla scuola, alle cariche amministrative… sono i così detti “normali”. Una minoranza di abitanti sono invece pigmei, che solo ultimamente stanno accedendo ai villaggi in quanto abitano prevalentemente la foresta della quale sono i veri autoctoni. Vivono di caccia, spesso con un complesso di inferiorità nei confronti dei bantu. Ebbene è oramai passato un mese da quando un pigmeo è stato portato d’urgenza ad un “poste de santé”, ambulatorio locale con infermiere chirurgo e lì è morto. Avvelenamento. Un po’ di sumu (veleno) inserito qualche ora precedente nella bevanda alcolica e non c’è stato più nulla da fare. Era in prigione per un diverbio con delle persone della sua famiglia. Le prigioni di qui hanno uno statuto speciale, non sono così rigide e non è impossibile avere la libera uscita per i più diversi motivi. Ma dove il pigmeo ha bevuto il veleno era presso una “distilleria” di bantu. Poco a poco emerge la verità della storia dopo le convocazioni dei responsabili e le inchieste.
Il bantu che ha introdotto il veleno nella bevanda del pigmeo ha voluto vendicarsi. Sua moglie è la sorella minore del pigmeo, ed essa, dopo qualche tempo di convivenza ha voluto rientrare alla famiglia. Accade spesso in molte famiglie che dei diverbi causino il rientro della moglie nella casa paterna. Se il marito aveva pagato tutta la dote la moglie sarà incoraggiata o costretta a rientrare presso il marito, se invece la dote non era stata completata sarà l’occasione propizia per i fratelli e gli zii della sposa di esigerne il completamento o almeno il versamento di una tranche supplementare (un maiale, dei polli, un bidone di venti litri di arak – bevanda alcolica) prima di concedere il rientro della donna. Ora il fratello della moglie pigmea aveva rifiutato di “rendere” la donna al legittimo marito bantu. Di qui l’omicidio premeditato e infine realizzato. Quello che è più stupefacente e drammatico è il seguito della storia ossia il verdetto di condanna dell’omicida. La famiglia di quest’ultimo e la famiglia del defunto pigmeo giungono ad un accordo di indennizzo: quattro maiali, quattro bidoni d’arak e una ragazza della famiglia dell’omicida sarà data in moglie ad un uomo della famiglia del pigmeo in modo che possa generare una nuova vita e compensare il vuoto lasciato dal defunto. … !!! …
Sono uno straniero, di un’altra cultura, con la missione di evangelizzare la cultura senza imporre la mia, ossia introdurvi il Vangelo senza introdurvi necessariamente i prodotti della cultura occidentale. Però qualche domanda me la concedo soprattutto dopo aver interrogato il responsabile della famiglia pigmea che afferma di essere soddisfatto del verdetto finale e della pena compensatoria. La prima e più grave: sarà la giovane ragazza che dovrà pagare con un matrimonio forzato o una gravidanza forzata la colpa di uno della famiglia? In molti dicono che non si troverà una ragazza bantu disposta ad andare con un pigmeo e quindi il verdetto (di un tribunale tradizionale bantu) è uno stratagemma per guadagnare tempo ed ingannare i pigmei. La seconda questione: soppesare una vita con una misura di maiali e di bidoni di bevanda mi sembra quanto meno volgare, ma il pensiero qui prevalente è che con la prigione del colpevole nessuno ci avrebbe guadagnato qualcosa. Ancora: se il morto fosse stato un bantu tutto si sarebbe svolto allo stesso modo? Certo il nostro modello di carcere ad ergastolo, lo vedo difficilmente applicabile in questo contesto di foresta. La pena deve essere punitiva, riparatoria, redentiva: come mettere in equilibrio tutti gli elementi?
Tanti interrogativi. Non voglio sospendere il giudizio ma neanche addormentarlo. Voglio capire meglio, verificare e se possibile portare qualche riflesso di luce.

Un pò di conti


Da quando sono rientrato in Congo non ho avuto grandi occasioni per scrivere e salutare. In questi mesi, estivi per l'Italia, a Babonde le attività si svolgono come di routine, innanzitutto i battesimi nei villaggi, la scuola per muratori, i lavori di costruzione secondo i progetti in corso (il magazzino sementi, la sala per la scuola computer, il laboratorio per gli occhiali, la casetta per gli ospiti, la scuola a Yambenda, le chiese nei villaggi...), la vita della comunità cristiana, i gruppi dei giovani.
Tra qualche settimana, quando il lavoro di preparazione dei campi e di semina sarà terminato potremo realizzare la formazione biblica per i nostri catechisti che superano il centinaio, in media tre in ognuno dei quaranta villaggi. E' un evento atteso, la mancanza di informazioni, di stimoli, di comunicazione di idee è una grande povertà per chi deve essere a sua volta formatore ed essere pronto ad animare, incoraggiare e consigliare. Ogni buona pianta per portare frutto ha bisogno di attenzioni. Grande dizionario e tesoro a cui attingere sarà ancora e sempre la Bibbia, inesauribile e sorprendente.
Di certo, nonostante le diverse faccende, la sensazione è quella dello scorrere del tempo uniforme ma non lento come l'acqua del grande fiume Congo, senza particolari scadenze, senza particolari accelerazioni eppure con forza e senza sosta. E' vero, non arrivano la primavera o l'estate, non arrivano le ferie o le escursioni, né manifestazioni né scioperi, concerti o campionati, promozioni o cambi di gestione, elezioni o scandali politici. Anche i bilanci, sia delle varie iniziative come dei rendiconti economici non sono pressantemente esigiti, il preventivo ed il consuntivo si accavallano. E' a livello personale che il bilancio sembra imporsi con una certa assiduità e tempestività. Qui i compleanni non si festeggiano e sulle carte d'identità la data di nascita porta spesso l'indicazione "nato verso l'anno ...." (poiché si ignora la data precisa) è comunque innegabile che il tempo passa, anzi, vola.
Cercando di fare un piccolo bilancio personale all'inizio di un nuovo periodo d'Africa, non sapendo bene da quale parte cominciare, ammirando le alte idealità dello Spirito e toccando i bassi compromessi della vita quotidiana vengono alla mente le parole di Gesù che invita ad ammassare ricchezze per il Regno dei cieli dove tignola e ruggine non consumano. Evito quindi il bilancio per non incorrere in affrettate ed inopportune soddisfazioni o depressive frustrazioni e mi rilancio per seminare e raccogliere quei frutti che rimangono: lasciarmi toccare il cuore e toccare i cuori.

lunedì, maggio 11, 2009

Mamme


E’ Camillo, il catechista di un villaggio a nove chilometri da Babonde che incontro davanti la nostra missione. E’ quasi sera e sono meravigliato di vederlo qui da noi, ma in poche parole mi spiega il perché. Fa l’assistenza alla figlia che è all’ospedale, ha subito d’urgenza il cesareo ed ora stenta a riprendersi, avrebbe bisogno di medicine, ma per acquistarle occorre rivolgersi ad una delle farmacie del villaggio. L’ospedale notoriamente ha pochi generi di medicine ed in quantità limitata, per cui non può “anticipare” e presentare poi la fattura prima dell’uscita una volta terminate le cure. Occorre dire che coloro che non pagano, anche se guariti non possono andarsene, ecco che i parenti si danno da fare per racimolare il necessario in modo da “liberare” l’ex malato e permettergli il ritorno a casa. Niente stipendi pubblici agli operatori sanitari da parte del governo, obbligati quindi ad esigere dai pazienti il prezzo intero della fattura. Nessuna banca per conservare un eventuale minimo deposito per le emergenze e pochissimi materassi nelle case, per nasconderci sotto qualcosa, in stanze senza porte, per cui nessun risparmio da parte delle famiglie costrette a vivere la malattia o l’incidente come perenne emergenza. Ad essa si fa fronte con la questua di parente in parente, di conoscente in conoscente fino a racimolare il necessario, soprattutto quando non si possiede un pollo, una capra, un maiale, vero capitale e preziosa merce di scambio in simili frangenti. La figlia si sta riprendendo ma il bambino è maschio o femmina? Era maschio ma è morto. La mamma aveva aspettato troppo a lungo in casa prima di comprendere che occorreva necessariamente ricorrere all’intervento dell’ospedale, senza perdere tempo passando per il locale Centro di Salute. L’inesperienza della prima volta, dei diciassette anni appena compiuti, delle spese da affrontare, di un bacino troppo stretto. Aveva lasciato la scuola nel tempo della gravidanza, ora lascia una vita. Non sarà facile per lei, a poco a poco si riprenderà.

lunedì, aprile 06, 2009

Formiche


Stiamo aspettando il Vescovo che dovrebbe arrivare da un momento all’altro. Ci aveva preavvisato che sarebbe stato qui per pranzo assieme ad un “predicatore” per una giornata di spiritualità, domani, in preparazione alla prossima Pasqua. Ci sarà la Messa alle sei e trenta, poi la predicazione, l’adorazione e la preghiera di “guarigione e liberazione”. Il tutto potrebbe finire verso l’una o le tre del pomeriggio. Io sarò nel villaggio di Lomami, secondo il programma, per la daraja ya pili, la seconda tappa del catecumenato, qui con gli ospiti resterà p. Gianni. La mia è fortuna perché riesco a svignarmela o sfortuna perché mi perdo la preghiera di guarigione?
Oggi per Babonde è una giornata importante anche per un altro motivo poiché è arrivato giusto stamattina il nuovo medico che sarà il direttore dell’ospedale. Finalmente. Il lavoro di lobbing del capo di collettività, nonché deputato provinciale, ha portato frutti, nonostante i tentativi di sabotaggio da parte di coloro che non vedevano di buon occhio l’insediamento di un medico a Babonde. L’ingresso di nuove figure, il rimescolamento degli equilibri, la perdita di qualche potere all’interno della gerarchia sanitaria hanno fatto sì, fino ad oggi, che il bell’ospedale di Babonde rimanesse senza una guida competente ed adeguata: un bel guscio, solido, senza mandorla. Ma nel piccolo villaggio è così: il medico abiterà la casa a lui dedicata, e il precedente inquilino dovrà a malavoglia lasciarla libera; i pazienti che prima erano costretti a rivolgersi all’ospedale competente (a quaranta chilometri) ora si fermeranno qui, e con loro le relative parcelle per prestazioni, acquisto medicine e mercato locale; piccoli benefici, favori e premi dovranno essere rivisti. Tutto questo non manca di far parlare, discutere, sospettare e manovrare.
E’ pomeriggio oramai e sono sceso allo stagno di cui ne stiamo vuotando una parte. Voglio verificare il lavoro che ci sarà da fare e vedere se la pesca dei piccoli tilapia è stata abbondante. I libri dicono che dovrebbero raggiungere la dimensione di venticinque, trenta centimetri, ma la nostra acqua ed il nostro cibo fanno sì che si fermino alla triste misura massima di quindici. O forse sarà l’effetto dell’equatore troppo vicino. In ogni caso c’è una piccola folla che si sta disputando il pesche in vendita. Un fagottino di pesci per 500 franchi congolesi, il valore di circa mezzo euro. Non so se è a causa del prezzo basso o del fatto che ogni tanto a Babonde c’è il bisogno di mangiare qualche cosa di diverso dai fagioli e dal sombe per condire il solito riso e manioca. Comunque sia c’è bisogno di un servizio d’ordine, fatto in casa, per calmare gli animi di coloro che non sono riusciti ad averne. Tra qualche giorno vuoteremo un altro settore dello stagno, un po’ più ampio, vedremo come andrà a finire.
Il Vescovo ancora non arriva, così ne approfitto per scendere alla comunità delle suore per sistemare una lampada che non funziona, saranno loro a dover accogliere il medico con moglie e due figli, fino a che la “sua” casa non sarà un po’ sistemata, mentre alla falegnameria costruiscono il letto, tavola e sedie per la cucina, un tavolino e poltrone per il salone.
E’ allora, sulla strada, che due mamme mi informano della morte di una giovane donna, nostra vicina di casa, madre di due bambini. Suo papà stamattina, alla falegnameria, aveva fatto preparare due assi, in previsione, per costruirne la bara. Era appena ritorna dall’ospedale, quello a quaranta chilometri di distanza. Non hanno potuto fare nulla per lei e qui a casa è morta poche ore dopo il suo rientro. I bambini nel cortile piangono silenziosamente, una giovane donna fuori della porta di casa, seduta su di uno sgabello, legge una pagina della Bibbia. Cerco di entrare per recitare insieme una preghiera, ma stanno lavando e preparando il corpo. Ripasserò.
Dalla chiesa si sentono i canti rumorosi e festosi dei carismatici nel momento di animazione.
Il Vescovo, il predicatore, il medico, la gente, i pesci, la mamma e i suoi bimbi oramai orfani. Storie, vite che si incrociano o solo si sfiorano, quante “piccole formiche” che si agitano nel vasto universo pensando alle loro “grandi cose”. Che cosa è importante nel nostro agitarci? Noi sappiamo, o meglio, noi speriamo che Qualcuno farà la sintesi per noi.

lunedì, marzo 09, 2009

A Babonde!





Da venerdì 6 marzo siamo a Babonde, un viaggio un po’ articolato, Bologna, Bruxelles, Kinshasa. Qualche giorno per effettuare la trasposizione del visto sul nuovo passaporto e partenza per Kisangani, un giorno per fare qualche spesa e ripartenza il martedì 3 marzo. Io sono sulla nuova Land Rover ed un altro confratello con un nuovo camion. Le nostre due comunità sono vicine, Babonde ed Ibambi, e tutte e due approfittano di un finanziamento che arriva da una generosa parrocchia del Lussemburgo, sono molti gli amici delle missioni. La strada è quella dell’Ituri, quella che porta ad Est. La nostra vettura era a Kisangani da giugno scorso, ma non riuscivamo a portarla a casa. Nessun aereo con trasporto merci sufficientemente grande sulla tratta Kisangani-Isiro. Via terra settanta kilometri impraticabili tra Bafasende e Niania. Qualche mese di attesa (nove per la precisione, la pazienza in Africa spesso la fa da padrona) ed un grande grazie ai cinesi ed ai loro contratti che prevedono la costruzione di infrastrutture in cambio di sfruttamento delle risorse minerarie, ci permettono di essere a Niania lo stesso martedì pomeriggio. A mezza mattinata abbiamo avuto anche il tempo di fare una sosta a Batama al 162mo chilometro. Il villaggio di Batama, vecchia conoscenza quando, ancora seminarista a Bologna, con il gruppo scouts della Ponticella facemmo lì un campo estivo nell’intento di rimettere in piedi una missione abbandonata dal tempo della ribellione dei Simba. Passiamo il grande fiume Lindi e sostiamo a Bafasende per mangiare qualcuno dei suoi pesci e salutare l’abbè Raimond. Siamo a Niania alle 14.00; alla parrocchia raccogliamo due aspiranti catechisti che provengono da Mambasa e sono diretti al centro pastorale di Wamba per un primo corso di formazione lungo un intero mese, che li prepara al servizio pastorale che dovranno svolgere nel loro villaggio. E’ il primo pomeriggio e si tratta di affrontare la strada difficile di Bingò, altri settanta chilometri nella foresta e nel fango, impossibili nella stagione delle piogge, ma è adesso la stagione secca, è adesso il momento di provare a passare. Quattro chilometri ed il camion che ci precede, alla terza buca, letteralmente si rovescia sul fianco.
Fosse stato un uomo si sarebbe detto “gambe all’aria”. Grazie a Dio nessuno nella cabina si è ferito, solamente una botta ad un braccio del confratello che stava dalla parte dell’impatto e per fortuna che non aveva accettato di trasportare nessuno sul cassone come invece abitualmente si fa. Lavoriamo fino al buio per scaricare carburante e pacchi e tentare di risollevare il mezzo senza riuscirci. Rientriamo a Niania per passare la notte e per cercare un “tira fuori” ossia cricco e cavo d’acciaio che ci permetterà il mattino dopo di rimettere in piedi camion. E’ mercoledì e alle 9 e mezza abbiamo già ricaricato, pronti a ripartire. Nel frattempo osservo i tantissimi Kumba Kumba che ci oltrepassano, i trasportatori di merci in bicicletta carichi di tutto, olio in sacchi di plastica, maili, capre, farina e riso, bidoni e ciabatte. Sono stupefatto ancora una volta dai trasportatori di merci a piedi, uno di questi è riuscito a caricarsi sulla schiena ben sei casse di birra, ciascuna di dodici bottiglie. Riprendiamo il viaggio, ma sono sufficienti trenta minuti di strada ed una nuova profonda buca per arrestare di nuovo il camion, stavolta impantanato. Ora il lavoro è questione di pala, secchi e tronchi di legno, ma sarà un autista di passaggio a soccorrere il nostro chauffer, decisamente poco esperto di quella strada. A questo punto ci separiamo, con la Land Rover continuiamo, il camion ritorna indietro, sceglierà un’altra strada in un tempo più favorevole. Trazione integrale, marce ridotte, il nostro mezzo risponde bene e supera gli ostacoli, prima del buio siamo al chilometro 51 da Wamba. Passiamo la notte a Bafwabangwe, un grosso villaggio in prossimità di una miniera d’oro, accolti dalla comunità cristiana e dalla moglie del catechista che ci prepara riso e pesce salato. Un secchio d’acqua a ciascuno dei viaggiatori per una meritata doccia. La notte nelle capanne che ogni villaggio ha, accanto alla chiesa, per accogliere gli ospiti. Mi chiedono di celebrare la messa alle sei e mezza del giorno dopo, a me dispiace deludere la loro attesa ma alle sei in punto siamo di nuovo in viaggio, ed abbastanza in fretta usciamo dal fango di Bingò, per strada superiamo una camionetta stracarica di merci, in viaggio da quattro giorni sul nostro stesso percorso, ed incontriamo un camion in direzione opposta il cui autista sta studiando il modo di arrangiare la strada per superare un passaggio al momento impossibile per lui: non conterà le settimane che gli ci vorranno. Incontriamo anche molti resti di fuochi notturni, segno del pernottamento di tanti che hanno dovuto lottare per aprirsi il passaggio: ringraziamo tutti quelli che hanno lavorato prima del nostro viaggio e noi gratuitamente approfittiamo. Sostiamo a Bayenga ed infine a Wamba per un doveroso saluto al Vescovo dopo i tre mesi di vacanza. Nel pomeriggio è una buca profonda scavata dall’erosione dell’acqua a bloccarci il cammino. Un’ora di sforzi e qualche vescica alle mani che non sono abituate a lavorare di pala e machette, non riescono però a liberarci. Sarà l’aiuto di una corda e di una camionetta di passaggio a rimetterci finalmente sul buon percorso. Un’altra notte in brousse, stavolta nel villaggio di Mandele, tra gli Yogoo, tribù di lingua lingala. Per la cena ci aiuta stavolta un po’ di pane della carne in scatola. I ragazzi danzano nella notte di luna, per far festa agli ospiti e alcuni uomini si raccolgono sotto la barza. Ora è venerdì, ed è solare questo giorno animato fin dalle quattro del mattino da voci e da luci di torce, sono la persone del villaggio alla ricerca delle termiti nella stagione della migrazione, cibo ricercato. Una settimana intera senza pioggia ha senz’altro benedetto il viaggio, prima di pranzo siamo già a Babonde. E’ il primo venerdì del mese e gli oltre cento catechisti sono radunati per il programma del mese, dico loro: “nimekula sombe ya mama yangu”, “ho mangiato il cibo della mia mamma”, per giustificare le mie nuove forme decisamente più rotonde. La domanda di tutti è “i parenti stanno bene?”, “il viaggio è stato buono?”. Altri sono contenti per la macchina nuova, sanno che è anche per loro. Altri ancora sono finalmente convinti che la mia era veramente una ‘vacanza’ e non una partenza definitiva, come spesso talvolta è accaduto per qualche altro missionario che non ha avuto possibilità di rivenire almeno per salutare. Poi è il turno o l’assalto dei bambini che qualche insegnate ha sguinzagliato sulle mie tracce. Stringere la mano a tutti è d’obbligo, ma mi sottometto volentieri a questo dovere, la comunione dello spirito non è possibile senza una comunione dei corpi, per ascoltare occorre esserci, per parlare occorre esserci, per lavorare insieme occorre esserci.Compagni di viaggio.

mercoledì, febbraio 25, 2009

Panorami


E’ rimasto un po’ muto il Blog in questi ultimi mesi. Aspettava un’ispirazione africana. Sono in aereo, oltrepassiamo il deserto africano, è già un’ora che ci voliamo sopra e non lo ricordavo così vasto. Negli ultimi tempi mi ero abituato invece alla grandezza della foresta equatoriale, mi ci immergerò di nuovo tra poco. Contrasto di luoghi, era appena stamattina quando ammiravo dall’alto le cime innevate delle alpi, ghiacciai compresi, qualche ora prima era notte nella pianura padana.
La rapidità di un aereo permette di passare velocemente da un ambiente all’altro. Con l’occhio del credente posso lodare Dio per le bellezze della creazione; con l’occhio del turista posso rimanere sbalordito dalla maestosità dei paesaggi; pensando all’uomo posso immaginare la difficoltà di vita in ognuna di queste “nature”. Come in aereo così nella vita è facile sorvolare, più difficile immergersi. E’ facile passare, più difficile il rimanere. Come per i paesaggi così anche per le persone… è più facile sfiorarle che incontrarle, è più facile conoscerne i volti ed i nomi che non i cuori.
Riparto per il mio secondo periodo africano, i prossimi tre anni, a Dio piacendo. La sfida di oggi è questa dopo una prima introduzione al mondo della missione. Poiché non è facile andare al di là dei ruoli, al di là delle funzioni, toccare l’uomo e lasciarsi toccare. Anche in missione si può amare di più il ruolo che le persone alle quali si è inviati, si può amare di più il progetto che avere a cuore le piaghe di coloro che quel progetto vuole avvicinare e provare a sanare, si possono amare i numeri più che la verità delle esperienze. Incontrare i cuori chiederà di più, progettare e lavorare insieme chiederà di più, credere insieme chiederà di più. Nell’esperienza umana il viaggio è un simbolo e una parabola importante, in quella cristiana si chiama pellegrinaggio. Non è questione di chilometri, né di avventure da raccontare. Non è questione di passaggio da un’esperienza all’altra e neppure è il crescendo di intensità d’emozioni. Non è questione di una meta lontana quanto piuttosto di trovare il centro. E’ l’umiltà di infilarsi ogni giorno le scarpe e mettersi in moto, per scoprire il cuore delle cose e l’animo delle persone. I veri “pellegrini” apprezzano il viaggio più che la meta, godono dei compagni di strada più delle albe e dei tramonti- E riempiendosi gli occhi di innumerevoli immagini vedono se stessi.

giovedì, gennaio 01, 2009

Il Natale e la donna africana


Il primo giorno dell’anno è dedicato alla Madre e dall’italia mi faccio eco di un bellissimo testo – che solo una donna avrebe potuto scrivere così bene. Da “Rabbunì” giornalino delle suore Francescane Missionarie.

Natale è ormai alle porte; le luci sono state accese con parecchio anticipo e il brillìo contagia piccoli e grandi; tutti siamo attratti da quel misto di letizia e di nostalgia che ondeggia nell’anima. Osservo la gente che affolla i negozi per l’acquisto dei doni e mi chiedo se fra tante persone qualcuna saprà ritagliare un tempuscolo per sé per ascoltare nel suo intimo quel sentimento indefinibile e intenso chiamato “attesa” e per chiedersi: “Ma io, aspetto? Cosa aspetto? Chi aspetto?”. La domanda s’impone perché l’uomo, suo malgrado, ha una sconfinata nostalgia di Dio. Sembra che oggi questo vada detto… sottovoce e invece è la notizia più sconvolgente e bella: Gesù, l’Emmanuele è Dio-con-noi. Mentre osservo con tristezza coloro che rischiano di festeggiare il compleanno… senza il Festeggiato, riaffiora alla mia mente una scena a cui ho assistito e che si è incisa in me.
Ero nel dispensario di Wasserà in Etiopia e quel giorno era dedicato ai bimbi denutriti; l’infermiera, Suor Lucia Zerbo, era pronta ad accogliere il centinaio di mamme che sarebbero andate per il controllo dei neonati. Tra le prime, giunte di buon ora, c’era una bimba che portava il fratellino sulla schiena. Entra dunque la bimba e si siede, composta, sulla panca. E’ sudata, ha attraversato parecchi campi e boschi di eucaliptus; il bimbo ha fame e cerca il seno, ma quasi percependo che quella piccola madre non ha latte per nutrirlo, le posa la manina sul petto come per accarezzarle il cuore. Le donne che attendono sono vivaci: parlano, ridono, si mostrano i loro figli; hanno indossato le vesti colorate, persino un po’ eleganti, perché Suor Lucia desidera che siano in ordine. Non fanno caso alla bimba: è frequente lì vedere sorelle appena maggiori occuparsi dei fratellini.
Arriva il suo turno e con grande assennatezza spiega che viene da una frazione lontana; la mamma ammalata non può camminare e, avendo udito che ci sarebbe stata la distribuzione del latte, ha portato il fratellino. Con delicatezza Suor Lucia lo visita: non ha la scabbia nè altre piaghe cutanee, non ha pulci penetranti; lo pesa; il bimbo è sano, pulito e ben nutrito. La piccola riceve i complimenti per la cura che ha di lui e, in dono, per lei, due confezioni di marmellata di arachidi e di biscotti vitaminizzati. Guarda incantata il suo piccolo tesoro. Suor Lucia le chiede il suo nome: “Zion”. Zion, per noi Sion, è il nome poetico di Gerusalemme, luogo santo della speranza profetica, luogo della promessa del Messia che verrà, terra della Vergine Maria che darà al mondo l’Emmanuele. Mi risuona nel cuore il grido del profeta:
"Risvegliati, rivestiti della tua forza, Sion! Mettiti le tue più splendide vesti, Gerusalemme, città santa! Scuotiti di dosso la polvere, alzati." (Is 51,17)
I miei occhi continuano a contemplare la Betlemme di Wasserà. Prima di uscire, Zion pulisce il nasino del bimbo con l’angolo dell’ampio velo, poi, con quel gesto veloce e preciso che si perpetua per le mamme africane dalla notte del tempo, si carica il fratellino sulla schiena; dà due piccole scosse come per assestare il peso e si lega il velo attorno ai fianchi annodandone ben stretti i lembi sul petto. Non c’è al mondo culla più anatomica e confortevole di quella. Infatti il piccino s’addormenta e reclina la testolina sulla spalla della sorella. E’ un Natale vivente.
La sua figura si perde tra la folla che, a quell’ora, si affretta verso il mercato vicino. C’è chi porta fascine, chi ceste di cavoli; chi anfore di creta seccate al sole, chi focacce di fibre di falso banano. Zion porta il bambino, o meglio, “indossa” il fratellino che fa corpo con lei. Sono un’unica persona. Da quando è nato non si è mai separata da lui, neppure quando bada le due pecore, unica risorsa della famiglia; neppure quando gioca a sassolini con altri bimbi, né quando sta sotto l’albero grande in mezzo alla piana per le lezioni del catechista. Lo cede alla mamma solo per il tempo della poppata e poi se lo riprende in groppa, "incollato" su quella rupe da cui potrà un giorno spiccare il volo per il viaggio della vita. Così sono cullati i bimbi africani: il corpo della loro madre è la terra reale dei loro primi tre anni. Ben al sicuro sulla loro schiena, portati nella sua stessa direzione, si trovano alla stessa altezza visiva, sono sempre "in mezzo" alla vita del villaggio. Non devono produrre calore, hanno quello della mamma e sono cullati dai ritmi atavici della quotidianità che li porta lentamente dentro il mondo per gustare le fatiche, i canti e gli odori della vita, da subito. Zion, pur così piccola, rivela già la vocazione privilegiata della donna: portare il peso della vita e dell’amore: nove mesi all’interno del proprio corpo e anni e anni, fuori da esso. Zion ha dovuto vincere in fretta il naturale egoismo dell’infanzia che desidera possedere la mamma solo per sé e avere l’esclusiva delle sue carezze, per sviluppare la generosità innata dell’indole femminile. Sempre la madre fa un passo indietro perché il figlio sia il primo, sempre perde un po’ della sua vita perché il figlio cresca. Essere madre: carico pesante di vulnerabilità e di gloria che rende la donna tanto rassomigliante a Dio Amore. Essere madre: un Natale sempre rinnovato. “Tu sei così piccola, eppure tu sei già icona della donna africana, anzi, della Donna Unica tra le donne, piccola Zion, grazie, perché tu illumini per noi il senso vero del Natale”. La santa Madre Maria, ha dato alla luce, nella nostra condizione umana, il Figlio dell’Eterno. L’Amore ha preso il nostro corpo, si è fatto visibile ma in così tanta umiltà e povertà da passarci accanto inosservato, senza che i nostri occhi riescano a riconoscerLo. Occorre la luce della fede e il ritorno silenzioso al desiderio del cuore: allora niente ci sembrerà tanto bello e urgente quanto fare spazio al Signore che tutto riempie di Sé e ci schiuderemo ad una sovrabbondanza di pace e di benevolenza per tutti; forse allora il Natale di Wasserà renderà più vero il nostro Natale.

domenica, dicembre 21, 2008

NATALE


Più di una volta e soprattutto dopo un brevissimo passaggio in un quartiere popolare di Kinshasa, la capitale, ho avuto come l'impressione che la pelle dell'uomo e della donna congolese non valga nulla e possa essere impunemente calpestata; più di una volta ho avuto l'impressione che l'energia del suo corpo possa essere succhiata, senza vergogna, allo stesso modo di come sono sfruttate le immense ricchezze della sua terra e delle sue foreste. Il nostro "lavoro" a Babonde consiste nell'annunciare, con parole e gesti, con preghiere e "Parola", con lavori e progetti di sviluppo, che Dio guarda con occhi diversi i suoi figli congolesi, anch'essi sono fratelli in umanità con tutti gli altri uomini e donne del mondo, e che anche per loro Dio ha pensato ad una vita dignitosa e serena, libera dalla paura degli spiriti malvagi, libera dalla paura e dalla minaccia degli uomini malvagi, e sono molti. La nazione congolese è spesso agli ultimi posti nei differenti "indici di sviluppo": sanità, scuola, durata della vita, segno di un paese che regredisce, ma non è agli ultimi posti nell'accoglienza del Vangelo. Nonostante mille e mille delusioni, la speranza non manca al popolo congolese, pieno di vitalità, di creatività e di accoglienza. Pieno d'attesa di una salvezza che deve venire. I cristiani tutti insieme, quelli di Babonde e congolesi, quelli italiani e padovani, tutti insieme ci prepariamo ad una salvezza che deve venire; viene da fuori: siamo in attesa di un "nuovo Natale", di un bimbo straordinario di nome Gesù. La sua "ricetta" è semplice ed esigente, tocca il cuore, provoca un sussulto: accogliere e donare, lasciarsi accogliere e ricevere, incontrare senza paure, sempre: in ogni uomo Gesù vede se stesso, il figlio del Padre. La salvezza verrà, se governanti e potenti guarderanno la nazione ed il popolo congolese con occhi diversi, con gli occhi di Gesù. Un buon lavoro di missione sarà, se i missionari sapranno guardare i loro fratelli con gli occhi di Gesù, e stringere le loro mani con le mani di Gesù. La nostra salvezza verrà, se sapremo guardare gli altri - tutti gli altri - con gli occhi di Gesù, vedendo altrettanti "lui stesso"- "noi stessi", figli del Padre.

Allora vi saluto con un augurio: occhi nuovi, cuori nuovi, la nostra liberazione è vicina.

giovedì, dicembre 11, 2008

Articolo 25


10 dicembre Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo
La memoria è importante. Compiuti sessanta anni dal giorno della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, questo grande progetto di umanità, scritto sulla carta e firmato con grande solennità, stenta ad essere scritto nelle coscienze delle persone e nelle politiche dei governanti, mentre rimane praticamente assente dai tavoli di discussione dove si decidono i grandi interessi economici di stati, gruppi finanziari o gruppi industriali. Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: è tutto il bene di cui l’uomo ha diritto, come singolo e come comunità. Attenzione: non tutto il bene che gli possiamo augurare, ma tutto il bene di cui ha diritto. Tra i molti diritti che la Dichiarazione Universale intende affermare con forza, mi sono caduti gli occhi su di un articolo, l’Articolo 25:
Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia. Maternità e infanzia hanno diritto a speciale cura e assistenza.
E’ vero, ciascuno legge la realtà dal suo particolare punto visuale, talvolta è un punto di vista ristretto, ma l’insieme di tanti punti di vista e prospettive probabilmente può meglio descrivere la realtà. Voglio leggere questo diritto da Kinshasa, la capitale della RDC poiché è stata l’ultima tappa del viaggio verso l’Europa, vi vorrei allora scrivere qualcosa di come ho potuto leggere, dal mio punto di vista questo articolo 25.
E’ con gli occhi che sono stato toccato/shoccato dalle strade ed abitazioni, dall’immondizia e dal fango, dalla mancanza di acqua potabile e di elettricità, dalla precarietà della scuola, della sanità e del lavoro… realtà quotidiane di una capitale di quasi 8 milioni di abitanti. Non c’è né bellezza né dignità che si possa vedere e notare con evidenza. Unica eccezione la gioia di vivere di bimbi e giovani, una speranza endemica come la malaria capace di guarire qualunque frustrazione. Quale sarà il “tenore di vita sufficiente” dell’uomo di Kinshasa, quale il benessere sufficiente della sua famiglia? Non mi soffermo a descrivere, ciascuno può immaginare. Certo anche in occidente occorre lottare per il rispetto di questo diritto, ma non c’è proporzione.
Non è più questione di punti di vista o di “fortuna geografica” (il nascere in un posto piuttosto che in un altro), occorre colmare la sproporzione.
E’ questione di governo mondiale, di cui l’ONU, timido ed abbruttito abbozzo, non è stato finora in grado di gestirne il compito, all’altezza delle speranze e delle sfide.
Ieri si diceva “politica” oggi si dice “geo-politica”; è mondialmente che si spartisce la torta energetica; è a livello mondiale che si distribuiscono le armi e si fomentano le guerre; è a livello mondiale che si stringono contratti per l’accaparramento delle materie prime ed è ancora a livello mondiale che si spostano i capitali e le risorse finanziarie.
I bimbi nelle strade di Kinshasa non possono sapere tutto questo, non possono sapere della necessità di un buon governo mondiale. La speranza e la gioia a loro non manca, ne hanno diritto. Ma hanno bisogno di molto altro. Se io, se tu, le nostre coscienze, se le nostre associazioni, i nostri partiti e governi, le nostre fedi e movimenti possono qualcosa per i diritti di tutti, perché questi bimbi non si accorgano troppo in fretta di quante cose sono state loro negate e saranno loro negate…
10 dicembre Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo. Articolo 25. Ricordare è importante.

martedì, novembre 25, 2008

Foresta e Brulichio


Sono a Kinshasa, la capitale della RDC (Rrepubblica Democratica del Congo), lungo il viaggio di rientro in Italia per il periodo di congedo di tre mesi dopo i quasi tre anni di Congo. Un viaggio dettato anche dalla necessità di rinnovare il passaporto in scadenza. Un’ora di volo per superare i quasi 2000 km di foresta che stanno tra Kisangani e Kinshasa. Il cielo è terso sotto di noi, si possono distinguere i corsi d’acqua e qualche rara, timida strada. Ai fianchi della strada le solite poche capanne. Per il resto è foresta e foresta, la seconda più grande al mondo dopo quella amazzonica del Brasile.
In prossimità di Kinshasa il paesaggio varia un po’ e la foresta si mischia con una piana senza alberi ai bordi del fiume Congo, il quale dopo aver attraversato tutto il paese ed aver ricevuto affluenti di ogni sorta, è diventato enorme. La sua portata d’acqua è la più grande al mondo e dalle sue acque si potrebbe ricavare corrente elettrica per tutta l’Africa ed esportarne fino in Europa… progetti in corso, in attesa di finanzimenti e di controvalore locale, ossia contratti di sfruttamento di minerali. Sbarchiamo all’aereoporto internazionale di N’Djili. Il terreno alluvionale sul quale è costruita la pista fa si che, tutto attorno, la sabbia domini il paesaggio. Recupero bagagli e viaggio fino alla nostra comunità di Lemba, distante una decina di chilometri su di un lungo rettilineo asfaltato. E’ qui che la foresta cambia radicalmente volto per lasciare il posto al Brulichio, un brulichio incredibile di persone – alcune dei 9 milioni di abitanti della capitale, un quinto degli abitanti di tutto il paese. Brulichio di vetture e degli intramontabili pulmini Volkswagen a nove posti, scassati e stracarichi di persone nei colori giallo-blu dei mezzi di trasporto pubblici. Brulichio di persone in attività nelle decine di piccoli mercati ai bordi della strada per vendere ed acquistare il necessario per il pasto unico serale. Ed in prossimità della nostra comunità, brulichio ancora di persone tra stradine strette, riempite di buche, in case, dimensioni di quattro per quattro, costruite di blocchi di cemento e lamiere. Le definizioni di baraccopoli o bidonville forse non dovrebbero prevedere delle case in blocchi di cemento e lamiere, ma l’impressione che questi quartieri danno non è molto lontana. Assenza di piano regolatore; quelli che una volta erano cortili sono invasi ora da nuove costruzioni; scolo delle acque a cielo aperto; sacchetti di plastica usati e rifiuti da tutte le parti… Si, devo dire di aver subito un certo shok nel passaggio dalla foresta di Babonde al brulichio di Kinshasa, dagli spazi aperti dei villaggi alla “sardinizzazione” delle troppe persone in spazi sotto il limite della sufficienza. Shok nel passaggio dai paesaggi intatti di questi ultimi tre anni, al cielo grigio di fumi di scarico e di polvere. Shok del brulichio di persone che getta gli individui nell’anonimato, ognuno per la sua strada, dove la povertà diventa miseria perché non c’è persona con cui condividerla.
Imbottigliamenti, intasamenti, ore di strada per raggiungere il lavoro, la scuola, il mercato o un ufficio… è come entrare in un’altra foresta, quella urbana. Al “fitto” degli alberi si sostituiscono tutte altre serie di “fitti” nei quali occorre orientarsi, districarsi e alla fine sopravvivere.
E’ anche Brulichio di chiese: chiese del Risveglio, Evangeliche, Pentecostali, Carismatiche, della Salvezza, del nuovo Apostolo o del nuovo Profeta, del Cristo in Terra, dell’Ultimo Giorno, della Guarigione o del Perdono… in ogni quartiere, in ogni ancolo una chiesa, un gruppo di preghiera…
Sono arrivato venerdì sera ed il sabato mattina, alle sei, messa nella chiesetta della comunità, la parrocchia cattolica è vicina, ne vedo il tetto e la croce a circa duecento metri, eppure sono qui presenti più di una cinquantina di persone, un altoparlante diffonde all’esterno la voce per quelli che non possono entrare o che preferiscono gustare il fresco del mattino. Non c’è fretta, si ascolta la Parola, si canta, si prega, si riceve la comunione…Nella foresta urbana di Kinshasa, in mezzo al brulichio di tante realtà, le persone cercano una luce, ne hanno bisogno, cercano di essere persone, sanno di avere una dignità, sanno che il Cristo e il suo amore si propone a loro.

Scuola d’Agronomia


E’ nel villaggio di Yambenda che stiamo piantando un seme dal quale ci attendiamo molti frutti. In un contesto interamente agricolo potete trovare decine di istituti superiori di pedagogia ma non una scuola di agronomia. E’ chiaro che gli studenti di pedagogia, una volta diventati maestri e professori potevano, all’epoca, sperare in uno stipendio statale, non oggi, quando il governo sovente manca ai suoi doveri fondamentali, tra gli altri quello di pagare i propri funzionari, tra essi gli insegnati. Molti insegnati e professori già oggi lasciano il “nobile lavoro” per rientrare al lavoro dei campi in modo da provvedere meglio alle necessità della famiglia. Ma per questo lavoro, tutto procede come all’antica, sono poche le conoscenze e le innovazioni. Rarissime le persone competenti. Allora ecco la nostra ferma intenzione di promuovere la creazione e lo sviluppo di una scuola (istituto superiore - secondario) di Agronomia. Già da anni p. Gianni incoraggia e sostiene concretamente la preparazione di insegnati qualificati a livello universitario, ed i primi frutti cominciano a vedersi: il prefetto, due insegnati, l’approvazione ufficiale dell’Istituto da parte delle autorità competenti.
Come ovunque, sono i parenti assieme ai loro figli, gli allievi, ed assieme ai professori ed il prefetto, che costruiscono le aule scolastiche; sono i parenti che raccolgono le contribuzioni per dare un piccolo premio agli insegnanti in attesa della meccanizzazione, ossia del riconoscimento di un salario da parte dello stato. E’ una scuola “delocalizzata” rispetto al modesto “centro” di Wamba, Isiro o rispetto al sedicente “centro” di Babonde (nel senso che parlare di Babonde come di un “centro” è in qualche modo inappropriato ed esagerato). A Yambenda abbiamo iniziato i lavori di costruzione in “duro” ossia in materiale durabile di fondazioni, muri di mattone e tetto di lamiera. A Dio piacendo sarà l’Istituto di Agronomia “Mangele”, grazie soprattutto alla generosità di una coppia di giovani sposi di Bologna che ha dirottato i regali di matrimonio dei parenti ed amici a questo scopo. La generosità non è mancata e le necessità saranno moltissime, ma l’importante è cominciare e noi speriamo di averlo fatto con il piede giusto. p.s. Grazie Gabriele e Mariadina.

mercoledì, novembre 05, 2008

Chi comanda la guerra?


Da più di un decennio oramai, è a partire dall’Est del paese che prendono origine instabilità e ribellioni armate. E’ a partire dalle provincie vicine alla nostra del Nord e Sud Kivu, che tutti i “liberatori” si affacciano sulla scena militare e politica portando con sé l’abituale sovrabbondante “prodotto” di vittime innocenti, di profughi, di distruzioni, aggiungendo miseria alla povertà, moltiplicando disperazione alla mancanza di prospettive per l’avvenire.
E’ la storia ed il dramma di questi giorni per decine e centinaia di migliaia di persone: fuga, fame, perdita di ogni bene, malattia, morte. Da anni un piccolo gruppo di ribelli, 1.500/2.000 soldati, tiene in scacco la più grande forza di pace dell’ONU (17.000 uomini dei quali l’80% in queste regioni). Ugualmente tiene in scacco l’esercito regolare di un paese sotto tutela internazionale che funziona in base ad aiuti esterni - quasi mai gratuiti - e ad una esponenziale corruzione interna.
Chi comanda la guerra? Ricco da morire il Congo e l’Est del paese alimenta e sazia l’appetito goloso dei paesi vicini; ricche buste (bustarelle) nutrono il silenzio o una indolente impotenza degli “eletti” al governo; taciti accordi e prezzi da pagare per guerre precedenti chiudono occhi e bocche di influenti diplomatici; progetti “geopolici” strumentalizzano e legano le mani alle agenzie di pace internazionali. E’ così che diamanti, oro, coltano, rame, uranio, legno pregiato e finalmente petrolio insieme a tanto altro ancora, producono la morte dei congolesi e la vita di altri. Quanti nuovi affamati delle risorse del Congo si affacceranno ancora? Sono essi che comandano la guerra e molto spesso non hanno volto anche se il “capo nemico”, il ribelle, si può chiamare per nome (Laurent Kunda, o Kony…), anche se si può far leva sulle differenze tribali e i possibili antagonismi. La guerra è comandata dagli “appetiti”. Un appetito saziato sempre e ad ogni costo, avvelena la vita e alla fine uccide. Saranno capaci gli uomini di educarsi all’astinenza? Ne saranno capaci se attarverso essa conquisteranno un bene più grande: la vita dei fratelli. Lo sapranno riconoscere?

Chiesa di mattoni?


C’era una canzone che andava di moda quando ero ragazzo, ma che oggi credo sia sparita dal repertorio dei “gruppi canto”, il cui ritornello diceva: “Chiesa di mattoni no! Chiesa di persone si!
Bene, a Babonde stiamo “bellamente” facendo il contrario: costruiamo Chiese. Una parrocchia missionaria, Babonde, con 41 villaggi. Di essi la più parte si incontra, celebra la messa ed in qualche caso fa scuola, in construzioni tradizionali. Il metodo impiegato è il medesimo che per la costruzione delle case. La tecnica tradizionale prevede l’intelaiatura di pali di legno infissi nel terreno, intrecciati e legati con corde ricavate dalle liane. Questo è il lavoro degli uomini. Per l’intonaco, prodotto con il terreno del luogo ed aggiunta di acqua – volgarmente chiamato fango – entrano in azione le donne. Infine di nuovo gli uomini con pali e corde per l’intreccio del tetto e le “tegole” prodotte alla machette con un legno dolce, chiamate “mapara”. Per coloro che desiderano una protezione più economica ecco le “ndelé” (intreccio di foglie di rafia, la palma che produce del buon vino – sinceramente io preferisco il distillato di questo vino), o ancora più economici, dei “pacchetti” di foglie o semplicemente dei fasci di lunghe erbe. Inutile dire che la “tenuta” all’acqua varia considerevolmente: 5/10 anni per le “mapara”; 6 mesi/un anno per le “ndele” qualche mese per le foglie o erbe. Occorre aggiungere che un migliore risultato si ottiene alimentando quotidianamente un fuoco all’interno della casa in modo da uccidere i numerosi insetti che si rifugiano e si nutrono del “tetto”. Uesto fuoco ha come inconveniente dei danni notevoli alla salute degli inquilini a livello di vista e di respirazione. Per le chiese il problema del fuoco non sussiste, ma quello della “durata” è sempre in agguato, molto spesso un colpo di mano alla “caduta precoce” delle costruzioni, è dato dalle termiti che mangiano dal di dentro l’intelaiatura di pali, o da forti raffiche di vento. Perché allora non pensare ad una chiesa di mattoni? E se attorno ad essa si concentrasse anche un nuovo impulso allo “sviluppo” sia della “qualità di vita” sia della forza della comunità cristiana? Due allievi muratori per ciascun villaggio che arrivano a Babonde per i primi rudimenti pratici – domani saranno gli esperti collaudati nel loro villaggio anche per la costruzione di scuole, ambulatori, case –; il lavoro comunitario dei cristiani per scavare le fondazioni, estrarre le pietre e la sabbia, pressare e cuocere i mattoni; l’entusiasmo e il coraggio di tutto un villaggio che si mobilita per un obbiettivo comune e che nella perenne ristrettezza economica minata da “urgenze” di ogni genere riesce a raccogliere del denaro per acquistare due tre sacchi di cemento… Per le lamiere del tetto si vedrà in seguito… qualcuno aiuterà.Chiesa di mattoni? Chiesa di persone? L’enigma permane. Tentare le due soluzioni nello stesso tempo resterà un azzardo? Ci dimenticheremo dei poveri? Oppure potremo dimostrare che esistono delle energie inesplorate che, ben indirizzate, potranno fare meraviglie in tutti i settori? Una risposta rapida non è possibile. L’Africa della foresta è l’Africa dei tempi lunghi. Qualche anno appena… e potremo fare verifica.

martedì, settembre 09, 2008

Materiali e Cuori


Ciao a tutti, in questi giorni ci è arrivato il camion della missione di Mambasa dopo 5 giorni di viaggio al limite del possibile per portarci carburante, cemento e "la Befana", fuori tempo ma graditissima ed insperata : casse e pacchi, con dentro occhiali, gruppi elettrogeni, saldatrici, trapani, demolitore, smerigliatrici, attrezzi, punte, vesti per chierichetti, carica batterie, computers e stampante, materiale di cancelleria, macchine da scrivere, libri in francese, amplificatore, muta per calciatori, sementi... e tante altre buonissime cose... un grazie grandissimo a tutti quanti hanno collaborato alla enorme colletta, ciascuno secondo le sue possibiltà e la larghezza del cuore, piccoli ed adulti, singoli, gruppi ed aziende... Il Signore sa come benedire secondo la sua misura. Se poi "c'è più gioia nel dare che nel ricevere", misurando la nostra gioia di questi giorni, vogliamo sperare che la vostra sia debordante. Sicuramente la vostra generosità ha superato le attese. Al di là delle casse e dei pacchi vogliamo anche cercare di vedere il cuore e le mani dei tanti che oramai sanno di avere dei "lontani" divenuti fratelli.
E' un grazie che esprimo a nome personale e di p. Gianni Lamieri, ma anche a nome dei tantissimi di Babonde e dintorni, che ne potranno usufruire.
Al momento di scaricare il materiale, scherzando facevo notare che sui pacchi erano incollate le etichette con scritto il mio nome, e che quindi non dovevano nascere strane idee di appropriamento indebito o di "desideri" malposti ... "erano tutte cose per me"!!! Con tutta tranquillità, uno degli uomini fa notare che "non c'è problema, tutto quello che arriva per p. Renzo è per Babonde e per tutti quanti sono a Babonde, il beneficio sarà per tutti".
Già il giorno dopo, c'era una piccola coda dalla Josephine, la ragazza che ci aiuta per la gestione dello "spaccio" con il materiale di cancelleria e tante altre cosette, le più varie. Erano in coda per provare gli occhiali così indispensabili soprattutto per i maestri/e all'inizio del nuovo anno scolastico, alcuni mesi di mancanza delle gradazioni necessarie avevano creato una vera attesa. Tutti gli altri materiali troveranno un impiego progressivamente, siamo ancora in fase di costruzione della sala che ospiterà i computer ma la scuola inizierà con nuovo vigore quest'anno. La costruzione è un pò a rilento perchè piuttosto che chiamare dei muratori da atre città abbiamo preferito aprire una "scuola pratica" di muratori così da avere delle persone capaci e native del luogo.Mi dispiace non poter far conoscere il volto dei tanti che da lontano "amano" Babonde (devo scrivere così perchè non so se posso chiamare gli abitanti di Babonde dei 'babondiani' o 'babondini'...)... ma spero davvero che prima o poi saremo pronti ad accogliere i coraggiosi che vorranno vedere Babonde da vicino, lasciando ad altri foto e parole di commento. Ciao, un abbraccio.

domenica, luglio 20, 2008

Prigione

Prigione
Niente fotografie, il sito è sensibile. Come all’epoca del dittatore Mobutu dove tutto era “sito sensibile per la sicurezza nazionale”, alla prigione e soprattutto in città, è meglio non fare fotografie per non incorrere nelle classiche “tracasserie” di soldati, polizia o gente qualunque in cerca di espedienti per raccogliere qualche dollaro dalle situazioni le più disparate. Quindi: niente fotografie!
Oggi domenica, con p. Vilson siamo alla prigione centrale di Kisangani per la messa. Edificio fatiscente in mattoni rossi con due torrioni che danno l’idea di una costruzione crociata medioevale. Un muraglione di cinta alto una dozzina di metri. All’interno, addossato al muraglione, lungo ilati destro e sinistro, le celle comuni per i prigionieri, in tutto trecento in questo periodo. La sola metà delle celle è effettivamente utilizzata, l’altra metà è senza tetto: le lamiere sono state tolte e vendute dall’allora direttore del carcere per far fronte alle spese ospedaliere della sua mortale malattia. All’entrata ci attendono due catechisti che seguono alcune situazioni particolari dei detenuti e animano le celebrazioni. Due volte la settimana le comunità dehoniane di Kisangani portano il pasto per tutti i detenuti. In mancanza di questo sono i parenti degli stessi a dover provvedere. All’entrata colpisce il numero di persone che grida a voce alta… non posso decifrarne il significato ma posso interpretare siano grida di liberazione, di sfogo della rabbia e dell’impotenza. Frequentissimo il caso di detenuti che da anni attendono un processo. Se non c’è il l’olio del denaro il motore della giustizia non gira, neanche a basso regime. L’etàmedia è sui trenta/trentacinque anni. Colpiscono i voltigiovani, qualcuno con lo sguardo assente, qualche altro evidentemente denutrito, qualche altro malato. La celebrazione raggruppa una sessantina di prigionieri. I canti in lingala, il rito in kiswahili, la partecipazione sincera. Il rito cattolico se seguito in maniera stretta non prevede un grande coinvolgimento esteriore dell’assemblea alle preghiere, ma forse ce ne sarebbe davvero bisogno per lasciare spazio all’animo di questi uomini di esprimersi, rischiando magari qualche parola fuori posto, non sarebbe così grave.
Siamo sotto la tettoia centrale, mentre all’intorno la vita del carcere continua, qualcuno spacca della legna, qualche altro cucina, un giovane prepara una lettera da spedire all’esterno…
Al termine mi avvicinano quattro uomini di una cinquantina d’anni, vengono da Isiro, impiegati dell’amministrazione provinciale, sono stati accusati dal loro capo di Kisangani di aver fatto sparire dei soldi pubblici e quindi condotti in prigione da oramai quattro mesi. Anche per loro nessuna notizia ulteriore di processo o di giudizio. Quando vengono a conoscenza che sarò di ritorno a Isiro tra qualche giorno, con parole piene di speranza mi chiedono di salutare le loro famiglie, senza però fornirmi indirizzo o riferimenti. Emozione? Ingenuità? Oppure già soddisfatti di aver potuto parlare con qualcuno di “casa”, per modo di dire, poiché d’Isiro conosco veramente poco. In ogni caso nei loro volti la gioia.
Si dice che il pesce comincia a marcire a partire dalla testa. Loro si dichiarano ovviamente innocenti e non è il caso di entrare nel merito della vicenda. Resta evidente che nella rete della fatiscente giustizia congolese sono i piccoli pesci che vi rimangono intrappolati. Tra le molte evangelizzazioni da fare, anche l’evangelizzazione della giustizia sarebbe urgente. Ad Isiro ho scoperto “Avion sans frontiers”, ma anche “Giustizia senza frontiere” troverebbe un suo spazio di lavoro.

Chitarre


Era oramai un anno e mezzo che non mettevo piede a Kisangani e non facevo visita al Saint Laurent.
Iniziato alcuni anni fa da alcuni nostri confratelli, raccoglie ragazzi di strada, qui li chiamano "scegghe" non numerosissimi a Kisangani, per fortuna, ma pur sempre una realtà triste a vedere e da affrontare. Frutto soprattutto dei disordini di ribellioni armate e fughe improvvise, o di una miseria che diventa disperata fino al punto di rigettare il frutto del grembo.Altre volte ancora sono il prodotto di mentalità ancestrali che obbligano a trovare dei colpevoli, responsabili certi, di malattie o disgrazie avvenute nella famiglia. Molto spesso sono vecchi e bambini incolpati d'essere "sorcier", iettatori, portatori di malore o di spiriti di demoni. Ecco che vengono abbandonati a se stessi, allontanati dalla famiglia quando non sono uccisi. Ragazzi di strada ai quali la maison Saint Laurent per i maschi e la maison Bakita per le ragazze tenta essere un interlocutore, certamente efficace a livello logistico come l'abitazione, il cibo, il vestire, ma che stenta a trovare il passo giusto a livello educativo, anche se responsabile e diversi operatori e volontari si fanno in quattro per raggiungere lo scopo. Tra di essi anche una conoscenza italiana, padre Corrado che con i ragazzi ha iniziato un laboratorio di costruzione per chitarre elettriche. Tutto fatto a mano con estrema pazienza e con una perizia che si affina di anno in anno. Corrado è quest'anno direttore dello studentato filosofico per i candidati al sacerdozio e professore nello stesso istituto. Nel laboratorio di chitarre e con i ragazzi vive, spontaneità di relazioni, freschezza di amicizie, coinvolgimento educativo che nell’istituzione cattedratica è più difficile costruire. Le chitarre prodotte vengono vendute, si paga così il materiale e rimane un margine per i giovani artigiani ed il loro saint Lorent. Nello stesso tempo i ragazzi imparano i fondamentali di un mestiere e il gusto di dedicarsi al lavoro. Non male. Forza Gianni, Corrado, Fidel e tutti gli altri del saint Laurent.

Autosufficienza alimentare


Autosufficienza alimentare
Anche qui in Congo (ad essere precisi occorre scrivere più lungamente “Repubblica Democratica del Congo”), circola notizia della crisi alimentare che imperversa oramai a livello mondiale. Dalla nostra Babonde, per contro, non vediamo le conseguenze nefaste delle speculazioni planetarie o della conversione di colture a scopo alimentare in colture per produrre biocarburanti. Ogni famiglia ha il suo campo con le benedette e provvidenziali foglie e tuberi di manioca, mais, patate dolci (visto che quelle normali - per noi - non crescono bene in questo clima), banane, fagioli e riso. Certo nella capitale Kinshasa, con i suoi quasi sette (qualcuno stima dieci) milioni di abitanti, dove tutto deve essere trasportato dal di fuori su di una rete stradale fatiscente, e dove ogni famiglia deve acquistare ogni giorno il necessario le cose sono nettamente diverse, la crisi è reale. Anche a Kisangani, terza città della repubblica i prezzi sono alti in relazione a quanto si può acquistare in villaggio. Ecco che dei nostri intraprendenti confratelli brasiliani, missionari da queste parti, hanno pensato bene di integrare le razioni alimentari con della buona carne di mucca autoprodotta sul posto. Lavoro non semplice: disboscamento di qualche ettaro di foresta per lasciare posto al pascolo (non si parla ancora di deforestazione), trasporto in aereo di qualche “campione” di mucca (e toro naturalmente) e molta attenzione medica nei primi tempi di adattamento. Oggi il risultato è visibile, al pascolo ed in padella. Nessun pericolo di mucca pazza e "Buon appetito" a tutti.

Grison

Era il 1897, sulle rive del fiume Congo iniziava la presenza cristiana nelle terre della provincia Orientale. Pioniere il missionario Grison SCJ che si installa a S. Gabriel, qualche chilometro fuori dalla città di Kisangani. Lontano dal centro abitato, con lo scopo di non confondersi troppo con i molti altri bianchi già arrivati e che arriveranno, coloni, uomini di commercio e d’armi. Il Vangelo deve mantenere la sua libertà. Gli uomini di vangelo abitano questo mondo ma non sono di questo mondo… E’ l’inizio di una storia gloriosa e difficile, entusiasmante e contrastata, attraverso la quale annuncio e liberazione cristiana si sono impiantati ed hanno cominciato a donare frutti. Potature sono sempre necessarie, ma di tanto in tanto gustare il raccolto è un altro modo di rendere gloria a Dio. Nella nostra Babonde, dove il Vangelo è arrivato molto più tardi, già alcune volte ho sentito affermare “prima di diventare crisitani certe faccende con le tribù vicine le risolvevamo con lance e frecce… adesso non è più così”… Certo, forse il più è da fare: come in tutte le opere divine, l’azione degli uomini è faccenda di “bricolage”, ma occorre riconoscere la grandezza di fede e di coraggio di chi si è reso disponibile per iniziare quest’opera di annuncio cristiano.
In questa settimana sono esattamente qui, a Kisangani, a S. Gabriel dove tutto è cominciato. La prima parrocchia, la tomba di mons. Grison, tempra di ferro nell’anima e nel fisico, e le tombe di moltissimi giovani nuovi arrivati, falcidiati dalla malaria in un tempo in cui le medicine appropriate erano ancora sconosciute. Una casa per ritiri spirituali e formazione cristiana. Le realtà evolvono, non è più tempo di imparare i rudimenti della vita di Gesù, le preghiere cristiane e ricevere il battesimo, ci vuole qualcosa di più sofisticato, ma nel profondo la sostanza rimane: dare il proprio cuore, la propria intelligenza le proprie forze a Dio incontrandolo nei fratelli, potando le ipocrisie.
Mons. Grison aiuterà.

mercoledì, giugno 25, 2008

Giustizia, Adulterio, Società civile,Coraggio.


25/06/08
Già, giustizia! Ad ogni paese il suo modo di intenderla.
Cosa ne direste del fatto che un giovane sorpreso in “fragrante adulterio” con la terza moglie di uno “chef” tradizionale, è punito, e con lui l’adultera?
La legge statale congolese prevede da uno a tre mesi di reclusione per la colpa dell’adulterio, ma non riconosce ufficialmente la poligamia. Quindi a rigore di termini la terza moglie non è moglie e l’adulterio di fatto non c’è stato. Ma è una logica che non tiene.
Il giovane e la donna, nudi e ben battuti, hanno camminato fino alla prigione, coperti di oltraggi. Lì sono rimasti feriti ed affamati per alcuni giorni prima che i rappresentanti della Società Civile si presentassero per sincerarsi delle condizioni dei due rei, reclamando la necessità di cure e di alimentazione.
Già, la Sociatà Civile. Nome misterioso per indicare una realtà ancora non conosciuta ma che ha già fatto la sua apparizione – non timida – anche a Babonde, ultimo anello di una rete che si sta beneficamente diffondendo su tutto il territorio nazionale. Per intanto a Babonde significa un piccolo nucleo di persone con a cuore la difesa dei diritti delle persone, di fronte alla non conoscenza della legge e all’abuso di potere da parte di numerose realtà, quali i capi tradizionali, la polizia, i militari, gli agenti del governo… Un lungo periodo di transizione (cioè di quasi assenza del governo centrale) e un altrettanto lungo periodo di anarchia negli anni delle differenti ribellioni, hanno fatto sì che coloro che potevano approffittare di una qualche autorità lo hanno fatto, sempre senza vergogna, e talaltra senza misura né scrupoli.
Due giorni dopo l’ispezione alla prigione e l’annuncio di un rapporto da inviare ai superiori, due dei rappresentanti della nostra Società Civile, partono per una nuova misione: indagine in un villaggio ove la polizia ha saccheggiato arbitrariamente polli e maiali di numerosi famiglie dietro il pretesto dell’infrazione al Salongo (il rifiuto di lavorare per un qualche interesse comunitario: manutenzione di strade, scuole, ambulatori sanitari…). Ma il loro viaggio si arresta bruscamente poiché il capo locale, di cui sopra, ed i suoi uomini insieme, li circondano e li minacciano seriamente: ”chi è questa società civile?”, “cosa pretende di essere?”, “con quale diritto interferisce nelle faccende di un capo?” “vedrete cosa vi succederà”… Fortunatamente nel luogo dell’assedio, la rete telefonica è attiva (nel nostro territorio lo è a macchia di leopardo e i nostri sono caduti su una buona macchia) e l’intervento telefonico della massima autorità locale permette ai due di uscirne indenni. I due sono scossi, ma non intimiditi, fedeli alla metodologia della nonviolenza, hanno tenuto testa alla situazione senza farla degenerare… anche di questo faranno rapporto.
Coraggio, già, occorre parlare di coraggio perché in luoghi chiusi come lo sono i villaggi in missione l’autorità dei capi e la forza della tradizione la fanno da padroni, assieme ad una ‘paura ancestrale’ che pone freno e fa da blocco ad ogni novità che tenta di emergere. Ma in un luogo fertile come la foresta tutto quello che getti per terra germoglia rapidamente, con forza. Unica attenzione da avere è seguirne la crescita. Ecco che a distanza di settimane gli uomini della Società Civile sono chiamati a ‘tenere lezione’ ai capi locali radunati in consiglio; ecco che il capo della polizia chiede almeno di essere avvisato prima che sia fatto rapporto ai suoi superiori (forse nelle sue parole prevale più l’intenzione di un accomodamento preventivo da ricercare, più che la manifestazione di aver compreso qualcosa su un nuovo modo d’agire).
Tutto bene?
Nel frattempo il capo in questione ha fatto bruciare la casa della famiglia della donna adultera, e non ha mancato di minacciare la famiglia del segretario della Società Civile.Un direttore di scuola primaria, parlando di tutte queste cose mi chiede: “Ma… forse che il giovane e la donna adultera non dovevano essere puniti?”

Finalmente VEDENTI


Che i ciechi possano vedere è una delle grandi promesse evangeliche. Noi nel nostro piccolo - non essendo formiche e quindi senza ... - non potendo fare miracoli, cerchiamo di dare un aiuto a coloro che hanno problemi un pò meno gravi della cecità. Ecco allora un'iniziativa di solidarietà che a partire dall'Italia, con centro alla Scuola Missionaria di Padova, tenta di dare una risposta, semplice ma importante ed efficace, a tanti nostri fratelli di Babonde e dintorni: occhiali, semplici occhiali per maestri, insenganti, "intellettuali", lettori nelle liturgie, mamme della scuola di alfabetizzazione, catechisti... i cui occhi si sono oramai indeboliti, in un contesto povero di mezzi economici ma anche di specialisti e di materiali. Se voui saperne di più e se vuoi collaborare, visita il sito seguente: www.scuolamissionaria.it Grazie a nome di tanti.